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"Eravamo in via Solferino": Gallizzi racconta 40 anni di giornalismo

Esce il volume "Eravamo in via Solferino", del giornalista Giuseppe Gallizzi e Vincenzo Sardelli: 40 anni di storia vista dalla redazione del Corriere

"Eravamo in via Solferino": Gallizzi racconta 40 anni di giornalismo
Giuseppe Gallizzi

Il giornalista Giuseppe Gallizzi si racconta: lo fa in un volume scritto a quattro mani assieme a Vincenzo Sardelli, intitolato "Eravamo in via Solferino". Tra saggio e romanzo, l'ambientazione del libro, edito da Minerva (Bologna), è la Milano tra gli anni del boom e l’era Berlusconi. Il calabrese doc Gallizzi ripercorre quaranta anni di giornalismo e di incontri umani e professionali.

Ma il vero protagonista del volume, come suggerisce il titolo, è il “Corriere della Sera”, la nave ammiraglia del giornalismo italiano dall’alto di una storia di oltre 140 anni.


"Quanti personaggi, aneddoti, curiosità - recita la presentazione -, in quest’opera imponente che ricostruisce una redazione e un’epoca. Quanti modelli stilistici e deontologici dell’antico mestiere del cronista: da Gaetano Afeltra a Indro Montanelli, da Arturo Lanocita a Enzo Biagi, da Dino Buzzati a Giovanni Spadolini. E poi Ottone (da poco scomparso) Di Bella, Cavallari, Ostellino, Stille, giù giù fino a Mieli e de Bortoli. E ancora gli eventi che hanno segnato l’Italia repubblicana: il ’68, gli Anni di Piombo, le Brigate Rosse, il Craxismo, Tangentopoli, il Berlusconismo e il sistema maggioritario. A sfogliare le pagine di Eravamo in via Solferino viene un po’ di nostalgia. Perché la Milano e l’Italia raccontate da Gallizzi e Sardelli, due giornalisti dissimili e complementari per età, storia e formazione, sono molto diverse da quelle di oggi. La Milano che accolse Gallizzi era ancora la città pulsante degli annunci di lavoro su ogni vetrina di via Torino. Era la capitale dell’editoria e dell’industria, la metropoli a vocazione europea, il cuore finanziario, la capitale morale di quell’Italia che finiva ripetutamente sulla copertina sul Time. Operai, borghesi e colletti bianchi avevano una certezza: i figli sarebbero stati meglio dei padri. A raccontare sogni, miti e ideali del Belpaese che cambiava pelle erano anche i giornalisti del “Corriere della Sera”. Con le loro penne sapide, capaci di catturare dettagli, ritraevano una nazione moderna, dinamica, intrisa d’ottimismo, che sarebbe appassita tra le molotov degli anni Settanta e le bolle speculative degli anni Ottanta.

Dalla Calabria, a Sesto San Giovanni a Milano. Dal 1960 al 2001. "Eravamo in via Solferino" racconta la storia di Giuseppe Gallizzi, partito come tanti ragazzi dal Sud verso il profondo Nord in cerca di fortuna. E fortuna, in quegli anni, poteva anche significare diventare giornalista. Come spiega Vittorio Feltri, autore della prefazione, “il rischio di fallire era alto. Infilare il foglio bianco nella Olivetti e riempirlo di parole sensate, sapendo che sarebbero comparse sul Corrierone, era un’operazione da far tremare i polsi a chiunque, figuriamoci a un principiante. Ma Peppino, come affettuosamente lo chiamavano i colleghi, non era tipo da scoraggiarsi. Grazie all’impegno, al temperamento e al fiuto, egli non solo superò la prova: addirittura venne convocato in via Solferino e gli fu assegnato l’incarico di redattore ordinario in cronaca. Il coronamento di un sogno. L’assunzione in pianta stabile al Corriere, a quei tempi, anche per via dello stipendio, che non era esagerato definire sontuoso, equivaleva alla vincita del Totocalcio, il gioco a premi in voga negli eroici anni Sessanta”.

"Eravamo in via Solferino - prosegue la nota -, tuttavia, non è solo polveroso amarcord. Anzitutto è un libro ben scritto, capace di appassionare il lettore con pagine d’autentica letteratura: quelle che ritraggono Sesto, Milano o i vari direttori che si sono succeduti sulla poltrona del mitico Luigi Albertini. Infine Sardelli e Gallizzi non rinunciano a uno sguardo onesto, a volte caustico, sugli orizzonti di un mestiere in disarmo. In un’epoca dove i like e le foto sui social contano più dei libri letti. E di grandi maestri, capaci d’insegnare il mestiere a bottega, non ne girano più".


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