I Hate Milano

di Mister Milano

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I Hate Milano
Murales in via Dante: la cialtroneria della mediocrità insulta Milano

Le barriere anti-terrorismo in centro sono un obbrobrio, un prezzo che dobbiamo pagare malvolentieri alla sete di sangue di un gruppo di delinquenti, che strumentalizzano una religione di pace per il loro disegno di follia.

Ma l’offesa diventa intollerabile quando ad aberrazione si aggiunge aberrazione, e la barriera viene decorata nel modo che vedete nella foto.

“Cambiare il mondo vuol dire iniziare a misurare le persone dalla grandezza del proprio cuore”, un non-sense melenso e retorico che non meriterebbe nemmeno di essere vergato sul muro di una parrocchia di periferia. E invece, eccolo far bella mostra in via Dante, con tanto di traduzione in inglese giusto perché anche i turisti possano usufruire di una simile perla.

L’arte – figuriamoci quella di strada – dovrebbe stimolare la discussione, ed essere una sfida costante alla morale corrente e allo status quo: qui siamo al livello dei Baci Perugina, o forse più in basso. Lasciamo stare il consueto dibattito sul valore della street art “istituzionalizzata” contrapposta a quella spontanea, e altri improbabili sofismi sul fatto che non si tratta di street art ma di “poesia metropolitana”: qui si è preso una porzione di spazio urbano (e che spazio urbano!) e lo si è impunemente appaltato a una delle più gigantesche banalità che si sia mai vista su un muro.

Da cittadini, vorremo quindi sapere quale criterio sia stato usato per scegliere il lavoro di questo artista/poeta/decoratore. Quale valore estetico il curatore di questa iniziativa vi ha individuato? Se si voleva stare sulla street art, si poteva andare sul sicuro, e chiedere aiuto ad uno degli artisti milanesi già celebrati nel settore – da quelli più mainstream, tipo Pao o Gatto ai più underground tipo Zibe. Oppure no, si voleva utilizzare la poesia come mezzo di comunicazione di massa? Ottima idea: perché non una serie di citazioni di Alda Merini, poetessa milanese mai troppo rimpianta? O magari fare qualcosa di completamente diverso: perché non organizzare un contest creativo e farle decorare dai ragazzi degli Oratori o dagli studenti dei licei artistici più meritevoli?

O ancora: perché non andare nei centri d’accoglienza, e trovare artisti li dentro, in modo da decorare quei simboli fatti per difenderci dall’odio in opere d’arte di inclusione e di integrazione? E siamo sicuri che in cinque minuti qualunque lettore potrebbe pensare a proposte ed idee altrettanto meritorie.

E invece no.

Per l’ennesima volta, si deve prendere una buona idea - un’idea che potrebbe essere potenzialmente un’opportunità sia per i milanesi che per l’Istituzione - e trasformarla nella consueta, enigmatica esibizione di italica mediocrità.

Già, perché mettere in pratica una qualunque delle idee suddette avrebbe significato dimostrare di avere una visione specifica, un progetto forte, un messaggio ben definito; purtroppo, come si sa, sono anni che il settore pubblico (non certo solo a Milano) ha smesso non solo di pensare in grande ma ormai semplicemente di pensare, e a meno che non ci sia il privato dietro con il portafogli aperto, non si ha più il coraggio di fare assolutamente nulla.

Di conseguenza, in una delle vie più prestigiose della città, quella che corre dal Duomo al Castello Sforzesco, lungo la quale, nei secoli, artisti di fama mondiale hanno contribuito con il loro segno a fare grande Milano, il contributo del nostro Tempo si riduce a questo, ad una frase che forse sarebbe scartata anche in una riunione creativa della Perugina.

Ben lungi dall’essere “solo una barriera”, quella barriera e quella decorazione sono allora un simbolo, perché con la forza del simbolo celebrano e fissano in eterno lo spettacolare trionfo della mediocrità del nostro Presente. Che fosse questo, dunque, l’intento del curatore?

L’incubo del terrorismo di matrice jihadista, come tutti i terrorismi della Storia, prima o poi sarà sconfitto.

Dalla cialtroneria, purtroppo, non ci libereremo mai.

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