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Heroes. Dove sono finiti gli idoli
Fernando Redondo: dal “Taconazo” al debutto del figlio Federico

di Lorenzo Zacchetti

Che giocatore era Fernando Redondo? C’è un’immagine che lo descrive alla perfezione e che agli occhi degli amanti del calcio (non solo rossoneri) suscita ancora una certa commozione. Champions League 1999/2000: nei quarti di finale il Manchester United, campione in carica, affronta in casa il Real Madrid, che espugna l’Old Trafford vincendo 3-2.

Sul 2-0 per gli spagnoli, Redondo si inventa la giocata che passerà alla storia come “El Taconazo”: con un sopraffino colpo di tacco, l’argentino si libera dell’esterrefatto Berg e si invola sulla sinistra, da dove serve l’assist per il terzo gol di Raùl.

L’orgoglio porta i Red Devils a segnare due volte, ma il Real passa il turno e vince la coppa più ambita d’Europa, nella finale-derby col Valencia. Per Redondo, capitano dei madrileni all’Old Trafford, è anche l’addio alle merengues dopo sei anni di trionfi. Poche settimane dopo, sulle rive di un lago svizzero, Galliani e Braida concludono il suo acquisto per 35 miliardi di lire. L’idea, con tutta evidenza, è di farne il playmaker sul quale rilanciare i rossoneri, costretti a ripartire dai preliminari di Champions dopo il terzo posto della stagione precedente.

Le cose vanno molto diversamente. Già durante il precampionato, Fernando Redondo si infortuna gravemente al ginocchio (si dice che sia accaduto su un tapis roulant di Milanello) e gli accertamenti medici danno un esito pesantissimo: il nuovo acquisto deve essere operato e non potrà tornare in campo prima di sei mesi. L’attesa, alla fine, purtroppo raddoppia e l’ex Real rimane fermo per un anno. C’è chi dice che Redondo, già 31enne, sia arrivato già “rotto”, ma lui a quel punto, sorprende tutti con un’altra “giocata da campione”: si autosospende lo stipendio, non ritenendo giusto che il Milan lo paghi senza poterlo utilizzare.

D’altra parte, “El Principe” non è un giocatore come gli altri: nato da una famiglia benestante, a 21 anni rinuncia a prendere parte al mondiale di Italia ’90 accanto a Maradona e compagni per non dover interrompere i suoi studi universitari in Economia e Commercio. “E’ solo un bambino viziato”, dice di lui il Pibe de Oro, ma ognuno si può fare le proprie idee in merito.

Regolarmente in campo a USA ’94, Redondo viene travolto come i compagni dalla forzata rinuncia a Maradona, squalificato per doping dopo la famosa partita contro la Grecia. L’Argentina, favoritissima dopo i successi nella Confederations Cup ’92 e nella Coppa America ’93, cade contro l’Olanda. Nel 1998 viene invece escluso da Passarella per un motivo decisamente curioso: il c.t. non vuole giocatori con capelli lunghi e orecchini, regola alla quale Batistuta si adegua, mentre Redondo e Caniggia no.

Fernando li taglierà poco dopo, arrivando al Milan, ma per sua scelta. Il che fa una certa differenza. Eravamo rimasti appunto a San Siro, dove la sua storia è risultata davvero singolare. Per leggere tutto, CLICCA QUI

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