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Milano

 

bersani quirinale

di Fabio Massa

Non sono spariti. Non sono "esplosi". Ci sono ancora, i "bersaniani" ortodossi. E sono accorsi all'evento con il leader Pierluigi Bersani alla festa democratica di Cornaredo e Bareggio. Tanta folla. "In Lombardia mi vogliono forse ancor più bene che da altre parti - spiega l'ex segretario democratico - perché hanno visto che in questi anni la Lombardia è cambiata". Soddisfatto Roberto Rampi, bersaniano doc, che ad Affari spiega: "Grande accoglienza e affetto tra i volontari. Se lo sono tenuti per mezz'ora tra abbracci, foto, regali e autografi".

Al di là della parte emozionale, c'è la politica. E quel documento preannunciato da Affaritaliani.it, firmato da una serie di esponenti che vanno dallo stesso Roberto Rampi al capogruppo in Provincia Bruno Ceccarelli. Segretari provinciali ed esponenti hanno conviso un "contributo aperto" in salsa lombarda. In calce al documento mancano le firme di Matteo Mauri e di Maurizio Martina, ma solo - stando ancora alle parole di Rampi - "perché si voleva dare all'operazione politica un marcatore territoriale staccato da Roma".

Ecco quindi il documento integrale dei bersaniani lombardi.

VISTO DA NORD
Contributo aperto per il congresso del Partito Democratico


Il progetto politico del Partito Democratico, la sua visione ed il suo disegno rispondono ad un'esigenza reale del Paese. Questa convinzione nasce dall'esito di queste settimane difficili e dagli avvenimenti che hanno messo a rischio la sopravvivenza stessa del nostro partito e ci hanno consegnato, nonostante tutto, degli assetti istituzionali e di governo di cui siamo e vogliamo essere protagonisti, attori fondamentali e determinanti per il futuro del Paese, consapevoli dunque di non poter tornare indietro e di dover intraprendere un lavoro politico e intellettuale che porti a compimento il progetto che da anni ormai stiamo coltivando.
La convinzione che il Partito Democratico e non altro (né più né meno) sia una risposta coerente ed efficace alle domande che ci pone la realtà attuale è ancora più forte nel contesto lombardo, dove ogni passo indietro, ogni richiamo ad ideologie ed esperienze condannerebbe ancor di più il campo progressista ad una funzione di testimonianza. Perché il cardine del progetto del Partito Democratico, il suo tratto saliente, è proprio l'idea della politica intesa come capacità di incidere sulle trasformazioni, di dare risposte, e non di porsi come voce a testimonianza di una visione che però nulla produce nella società.
Se il PD in Lombardia vince e governa sul piano amministrativo e non riesce a trasferire questo esito sul piano politico è perché, a nostro parere, i cittadini della Lombardia non si riconoscono nell'immagine del centrosinistra nazionale che fino ad oggi è emersa.
Attribuiscono a questo campo una cultura troppo statalista, una rappresentazione del lavoro troppo limitata al lavoro dipendente, un’eccessiva difesa dello status quo, una scarsa propensione al dinamismo. Il fatto che questo sia meno vero di quanto appaia non risolve il problema. In politica non basta avere ragione, occorre che qualcuno te la riconosca. Ora noi crediamo che la ricetta lombarda possa contribuire di più alla proposta del centrosinistra per il Paese se dentro il congresso che sta per iniziare essa risultasse più autonoma, maggiormente svincolata dalle dinamiche correntizie nazionali, sia nei contenuti sia nelle modalità di selezione dei gruppi dirigenti.
Serve una maggiore cultura delle autonomie locali, che coniughi certezza delle risorse e responsabilità, capace di incidere di più nelle scelte del Governo nazionale anche in forza di un peso maggiore degli amministratori locali nelle scelte del partito. Un'idea del lavoro che rappresenti tutti i ceti produttivi, convinti come siamo che la dicotomia dell'oggi non è tra datori di lavoro e dipendenti ma tra chi "produce" e chi no.
Occorre un nuovo patto fiscale che tenda la mano soprattutto a chi investe e produce, un piano per la manifattura che sappia gurdare ai prossimi vent'anni, una riforma del welfare che sia di contrasto alle nuove povertà e di promozione delle opportunità. Occorre qualificare la spesa pubblica e snellire burocrazia.
Bisogna sostenere lo sviluppo di una terza via tra statalismo, tra il tutto pubblico, e l'innamoramento del privato che veda, soprattutto per i beni comuni, quel pieno protagonismo dell'apporto del terzo settore, del volontariato, del no profit, di chi agisce con spirito di comunità. Perché è pubblico ciò che agisce con senso di comunità indipendentemente da quale sia la proprietà.
Oggi la sfida è tra un'idea consumistica della società, che investe tanto il piano personale, sociale, che quello economico, e una nuova idea comunitaria che rimetta al centro i legami di comunità, di solidarietà e riparta dalla ricostruzione del senso civico.
Non si parte però da zero e, soprattutto in Lombardia, occorre valorizzare alcuni elementi costruiti con pazienza, con fatica e con coraggio nel primo tratto di strada, ossia un forte rinnovamento della classe dirigente, un patrimonio di amministratori locali da cui occorre ripartire e che, non casualmente, dopo la recente tornata amministrativa, raggiungono dimensioni mai toccate, permettendo di affermare che il PD governa in Lombardia, il progetto del Patto Civico come orizzonte originale e solido per il futuro che rivendichiamo cioè denso di significato a livello locale e regionale e da esportare sul piano nazionale.
Certo, è necessario riconoscere anche i limiti e le carenze di quanto fino ad oggi sviluppato, soprattutto rispetto alle aspettative che questo progetto politico aveva suscitato e che tuttora suscita, confermando ancor di più la bontà degli intenti su cui si fonda. Per questo occorre ripartire con un nuovo slancio, dando risposte concrete ad alcune problematiche e traendo conseguenze dai limiti e dagli errori.
Dobbiamo affrontare con nettezza il problema della rappresentanza, esaminando i limiti delle forme attuali di rappresentanza nel complesso del sistema, non solo in campo strettamente politico.
I mutamenti profondi della struttura sociale e antropologica, l'atomizzazione della società necessitano di risposte nuove; occorre affrontare e superare il concetto tradizionale di identità poiché la stessa definizione di identità è in discussione in una società composita di identità plurali in cui né il lavoro che si svolge, né il luogo dove si è nati o si vive e neppure le relazioni con gli altri rappresentano più una definizione stabile. Il tema del volontariato e del suo rapporto con il cambiamento dello stato sociale e col mutamento demografico, l'approccio alla sussidiarietà, la definizione ed il confine di che cosa è pubblico, il personalismo, sono tutti terreni di sfida in cui occorre mettere in gioco nuovi paradigmi e definire un profilo ideale e valoriale.
Occorre ripensare al partito e alla sua struttura, costruire classe dirigente diffusa, ricreare luoghi di approfondimento e di studio, appropriarsi di un pensiero critico sugli avvenimenti e sulla loro lettura. Una rialfabetizzazione democratica di massa. Definire i luoghi di discussione e confronto e di decisione e, con maggior nettezza, definire chi decide cosa, perché chi è chiamato a decidere decida davvero e se ne assuma la responsabilità.
In questo senso occorre liberare le energie presenti sul territorio e fornire gli strumenti per far emergere lo specifico lombardo per il progetto del Paese e per mettere in campo idee e sperimentazioni anche delle forme di partecipazione.
Serve dunque contribuire ad un congresso che è già aperto e combattere derive personalistiche e narcisistiche, per spostare il baricentro dal "chi" al "cosa" e al "come". Dal voler essere al voler fare.
La sfida che abbiamo di fronte è questa.
Il prossimo congresso del PD sarà un’occasione decisiva per rilanciare la funzione del partito, oggi nella fase del Governo di servizio guidato da Enrico Letta, domani nella preparazione di una nuova stagione nella quale dovremo saper rappresentare una credibile proposta di cambiamento agli occhi degli italiani. Dev'essere un congresso capace di chiarire la proposta politica che vogliamo presentare al Paese per una nuova idea di crescita e di sviluppo e la forma attraverso la quale organizzare e dar voce alle diverse forme di protagonismo e di impegno che emergono nella società. Crisi economica e crisi della rappresentanza sono infatti i terreni sui quali occorre saper reinventarci per vincere la sfida dell’innovazione.
Crediamo infine ad un partito che, nel quadro della propria funzione nazionale, sappia riconoscere e valorizzare il ruolo, la specificità e l’autonomia del territori.  Siamo perciò convinti che i congressi di circolo, provinciali e  quello regionale debbano poter svolgersi secondo un confronto che metta al centro i problemi di ciascun territorio e le risposte che in termini di contenuti, alleanze, sinergie si ritengono utili per rispondere in modo vincente a quelle questioni.  Abbiamo infatti misurato come in questi anni le regole congressuali non hanno facilitato questa discussione, ma l’abbiano costretta dentro dinamiche che dal livello nazionale hanno vincolato fin troppo il dibattito. Abbiamo invece bisogno di un congresso libero che sappia affrontare una discussione capace di coinvolgere le esperienze del civismo così come la buone pratiche e la cultura di governo di tanti amministratori locali.
Noi vogliamo provarci.

Roberto Rampi, Matteo Rossi, Mauro Soldati, Savina Marelli, Gabriele Riva, Gian Mario Fragomeli, Bruno Ceccarelli, Emiliano Cacioppo, Massimiliano Fontana, Giuseppe Bufalino, Michele Bondoni.

Adesioni e contributi possono essere inviati a pdvistodanord@gmail.com

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bersani








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