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Milano
Il federalismo pentastellato: il cruccio del M5S del Nord
Dario Violi

Il federalismo pentastellato: il cruccio del M5S del Nord

Non ci sono, non dovrebbero esserci, correnti nel Movimento 5 Stelle. Faticano ad ammetterne la presenza gli iscritti e anche gli eletti. Esiste sì un nugolo di parlamentari legati al presidente della Camera, Roberto Fico: estrazione di sinistra, centri sociali e lotta dura, no Tav, no Tap, no Ilva. Ma sono pochi e sempre meno convinti e qualcuno teme sopra ogni cosa la regola del secondo mandato. Per il resto nel partito post-ideologico per eccellenza, la formazione di correnti interne è considerata sintomo di vecchia politica, e dunque da aborrire.

Esiste però un’insofferenza che cresce per la gestione “romana” e sempre più meridionalista del movimento - d’ora in poi lo chiameremo anche partito, senza tema di offesa - che porta ad appiattire le differenze tra nord e sud. Differenze che però esistono.

Anche ora che la Lega è diventata un partito nazionalista e non chiede più la secessione né il federalismo e che la nuova linea politica salvinana ha praticamente eliminato dal vocabolario politico i due termini cari ai leghisti della prima ora, le rivendicazioni del nord non smettono di esistere. A queste cominciano a guardare gli altri partiti, tra qui quello di Grillo.

La partita è tutta interna, ma ha anche un tema di riconoscibilità sul territorio. A farlo presente sono soprattutto alcuni esponenti lombardi dei 5Stelle e tra quelli che non ne fanno mistero c’è ad esempio il coordinatore regionale e consigliere a Palazzo Pirelli, Dario Violi.

Da tempo - a quanto apprende Affartialiani.it Milano - quest’area (formata soprattutto da lombardi, veneti ed emiliani) lamenta che l’agenda nel Nord nel Movimento 5 Stelle è praticamente assente. E che basta fare un calcolo basilare tra il costo del Reddito di Cittadinanza per le casse dello Stato e la produzione del Pil italiano, che per oltre il 40% viene dalle regioni del Nord, per capire di fatto “chi sta pagando questa misura”.

Mentre nei primi giorni di arrivo delle domande per il sussidio qualcuno ancora sosteneva che la Lombardia fosse la seconda per richieste, sono bastati una manciata di giorni e la verifica dei dati per porla al quinto posto della graduatoria e per dimostrare che nella sola Napoli sono arrivate più domande che nell’intera regione lombarda.

A questo si aggiunge la carenza nell’organizzazione territoriale del Movimento 5 Stelle, che nelle regioni produttive significa anche difficoltà a penetrare negli ambienti imprenditoriali, nei salotti, nella credibilità: “Dobbiamo saper rispondere all’agricoltore del sud e all’imprenditore del nord” suggeriscono da Milano, Venezia e Bologna.

Ma il messaggio è difficile da recepire per un partito che ha la sua sacca elettorale più consistente da Roma in giù. E un leader che viene da Napoli ed è particolarmente legato al suo territorio (pare che la crisi Whirlpool l’abbia appassionato da ministro dello Sviluppo Economico più di altre proprio per la sua collocazione geografica).

I “pentastellati federalisti” se così li possiamo chiamare, visto che proprio ad un modello di Stato alla tedesca cominciano a pensare, ritengono poi di avere qualcosa da insegnare anche riguardo alla modalità del fare le nomine: “Qui ci basiamo sul merito e diamo l’esempio. Laggiù la gestione è ancora legata ai vecchi schemi”.

Certo farsi ascoltare con questo Parlamento sarà difficile: i parlamentari pentastellati lombardi sono una ventina contro la sessantina di campani.

Tuttavia questa visione “nordista” si riferisce al lungo periodo: “C’è uno spazio aggregabile nel nord”, quel “mondo moderato che aveva votato il Pd del 40% ma che oggi soffre la nuova linea politica di Zingaretti. Il Pd da quel mondo ha avuto credito, almeno una volta, noi mai”. Questa linea politica che punta ad uno spostamento verso il centro ad una specie di nuova Democrazia Cristiana del 20%, per governare. E per non rischiare di finire “a fare l’opposizione con il 10%”.

Su alcune battaglie storiche i federalisti grillini sono realisti: in Val Susa, dove il Movimento 5 stelle non ha abbandonato la sua linea contraria alla Tav alle elezioni non ha brillato. Al contrario in Puglia dove su Tap e Ilva è dovuto scendere a compromessi ha tenuto. Stiamo sbagliando qualcosa, forse? Chiedono ai vertici romani.

Se questa frangia esiste e si sta organizzando è certo che a conti fatti porta avanti una linea politica semplicemente meno di sinistra di quella di Roberto Fico e di Alessandro Di Battista (che a quanto pare è sempre meno appoggiato fra gli eletti). Una linea consapevole che l’Italia si governa, si è sempre governata, al centro. In definitiva una linea conservatrice.

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