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Angelo Maria Perrino

Palazzina esplosa a Milano: ergastolo per Pellicanò

E' stato condannato all'ergastolo Giuseppe Pellicano', l'uomo che il 12 giugno dell'anno scorso fece esplodere una palazzina a Milano causando 3 morti

Palazzina esplosa a Milano: ergastolo per Pellicanò
Milano: esplosione in via Brioschi

E' stato condannato all'ergastolo Giuseppe Pellicano', l'uomo che il 12 giugno dell'anno scorso fece esplodere una palazzina a Milano causando 3 morti e 3 feriti. Con la sentenza con cui l'ha condannato all'ergastolo, il gup di Milano Chiara Valori ha anche disposto la pena accessoria della sottrazione della potesta' genitoriale per Giuseppe Pellicano'. Una pena che diventerebbe effettiva qualora la sentenza dovesse diventare definitiva. Nell'esplosione della palazzina di via Brioschi provocata da Pellicano' restarono ferite anche le figlie di 7 e 11 anni.

"Non potra' piu' fare il padre, vero?". Cosi' una dei familiari di Micaela Masella si e' rivolta in lacrime agli avvocati Antonella Calcaterra e Franco Rossi Galante, subito dopo la lettura della sentenza di condanna all'ergastolo nei confronti di Giuseppe Pellicano'. Micaela Masella perse la vita nella deflagrazione della palazzina di via Brioschi assieme alla coppia di giovani fidanzati vicini di casa, Riccardo Maglianesi e Chiara Magnamassa, entrambi 27enni. Pellicano' e Masella erano da tempo in crisi anche se continuavano a vivere insieme e il 'movente' della strage, secondo le indagini, fu la "depressione" in cui versava Pellicano' alla prospettiva di una sepazione dalla madre delle sue due figlie.

GUP NON TIENE CONTO DI SEMINFERMITA' MENTALE - Nel calcolare la pena dell'ergastolo inflitta a Giuseppe Pellicano', il gup Chiara Valori non ha tenuto conto della perizia psichiatrica che aveva accertato che l'uomo, al momento dei fatti, soffriva di un 'vizio parziale di mente'. Non un'incapacita' totale di intendere e di volere ma un vizio parziale che avrebbe potuto portare a uno sconto nel processo. Ma il giudice ha comunque l'ultima parola, anche nell'interpretazione del peso che puo' avere una perizia sulla condanna. Nel suo interrogatorio, il pubblicitario aveva spiegato di ricordare quello che aveva fatto solo per fotogrammi, anche a causa degli psicofarmaci contro ansia e insonnia che assumeva abitualmente dopo la separazione dalla compagna. Non e' stata riconosciuta dai giudici l'aggravante dei 'futilii' motivi', mentre lo sono state tutte le altre aggravanti contestate, tra cui quella di aver "commesso il fatto in presenza o in danno di minorenni". Al momento della lettura del dispositivo, stando a quanto riferito dagli avvocati presenti in aula, l'imputato "non ha battuto ciglio". Pellicano' e' stato ritenuto colpevole sia del reato di strage che di quello di devastazione.

LA SORELLA DI MICAELA MASELLA: "IO NON PERDONO" -  "Io non perdono, adesso per noi e' il momento di ricominciare". La sorella di Micaela Masella, rimasta uccisa nell'esplosione della palazzina di via Brioschi a Milano, afferma, subito la sentenza di condanna all'ergastolo, di non perdonare Giuseppe Pellicano'. Alla domanda se l'ex compagno della sorella abbia dato durante questi mesi in carcere segni di "consapevolezza o pentimento", la donna dice che quelli di Pellicano' sono "comportamenti difficili da definire". "Le bambine ora stanno bene - dice, commossa, la mamma di Micaela - quanto al rapporto che vorranno avere col padre, decideranno quando saranno grandi. Adesso devono pensare a giocare, crescere e diventare brave ragazze, come gia' lo sono. Questa sentenza non mi restituira' comunque la mia 'bambina'".

OLTRE TRE MILIONI DI EURO PER LE FAMIGLIE DELLE VITTIME - Con la sentenza di condanna all'ergastolo per Giuseppe Pellicano', il gup Chiara Valori ha stabilito anche provvisionali per 1,6 milioni di euro per la famiglia Masella (di cui 800 mila euro per le due figlie di Pellicano' e Masella, rimaste gravemente ustionate), di circa 1,5 milioni per le famiglie della coppia di fidanzati che hanno perso la vita, piu' qualche decina di migliaia di euro per i proprietari di appartamenti della palazzina esplosa e che si erano costituiti parti civili. "L'ergastolo e' una brutta cosa - ha detto Franco Rossi Galante, legale della famiglia Masella, con l'avvocato Antonella Calcaterra - ma la strage e' il reato piu' grave e il giudice ha stabilito la pena massima prevista".

PALAZZINA ESPLOSA: RABBIA PER LA SEPARAZIONE DALLA MOGLIE - E' domenica mattina presto, il 12 giugno 2016, quando un'esplosione squarcia la tranquillita' di un quartiere periferico di Milano. Parte di una palazzina crolla in via Brioschi, zona a sud del capoluogo lombardo a pochi metri dall'ingresso dell'autostrada per Genova, seppellendo sotto le macerie i condomini, quasi tutti ancora a letto. Immediato l'intervento delle squadre di soccorso: ambulanze, Vigili del Fuoco, unita' cinofile. Alla fine si conteranno 3 morti e 3 feriti. Subito si pensa a una fuga di gas: un incidente o un suicidio trasformatosi in una strage. Dopo qualche giorno d'indagini pero' la realta' viene a galla: tradito anche da una 'prova generale' di distacco del tubo del gas effettuata qualche giorno prima dell'esplosione, come autore della strage viene individuato Giuseppe Pellicano', pubblicitario di 51 anni, ex compagno di Michaela Masella (erano separati ma vivevano ancora nella stessa casa), una delle vittime e padre di due bimbe di 7 e 11 anni rimaste gravemente ustionate. Gli altri due morti erano stati una coppia di fidanzati di origine marchigiana, che vivevano nell'appartamento vicino, Riccardo Maglianesi e Chiara Magnamassa. La Polizia scientifica ha infatti appurato senza ombra di dubbio che "parti dell'impianto del gas" erano state manomesse "volontariamente". Quando viene dimesso dall'ospedale Pellicano', il 1 luglio, viene quindi arrestato con l'accusa di strage. Secondo i Pm Nunzia Gatto ed Elio Ramondini, l'uomo covava "rabbia per la separazione". Secondo i magistrati, solo lui poteva aver manomesso l'impianto, certo non i figli ne' l'ex compagna "che coltivava un chiaro progetto di vita col nuovo fidanzato" col quale sarebbe andata a vivere di li' a poco e al quale, la sera prima di morire, aveva mandato degli sms. Pellicano' invece era in cura psichiatrica da tempo. Per gli investigatori "voleva uccidere la moglie e le due figlie".

Qualche giorno dopo, il 4 luglio, Pellicano' confessa: "Ho preso la pinza e ho svitato il tubo del gas in cucina". "Avevo preso degli psicofarmaci - aggiunge - era in uno stato confusionale. Non ho realizzato quello che poteva succedere, non volevo fare del male alle mia bambine". I magistrati pero' a questo non credono e infatti il 5 luglio il Gip Giuseppina Barbara scrive che l'uomo deve restare in carcere perche' "la sua rabbia potrebbe indirizzarsi verso le figlie gia' vittime della cieca violenza" del padre, oltre che su "Salvatore M. L'uomo per il quale Micaela aveva deciso di lasciarlo". "L'incapacita' di contenere la propria rabbia e i propri impulsi - scrive ancora il giudice - la dimostrata assenza di freni inibitori che non gli hanno impedito di coinvolgere nel suo progetto distruttivo persino le proprie figlie, rendono piu' concreto il pericolo che, se lasciato libero, Pellicano' commetta altri gravi reati". Il 18 luglio il legale di Pellicano', Giorgio Perroni chiede la scarcerazione al riesame ma l'uomo resta in carcere. Il 20 marzo del 2017 il Pm Elio Ramondini chiude l'inchiesta con le ipotesi di strage e devastazione con l'aggravante di aver agito "per motivi abietti o futili" e per quanto riguarda la devastazione anche di "aver commesso il fatto in presenza o in danno di minorenni". Il 12 aprile, in vista del processo, un centinaio di residenti della zona che hanno subito danni a case, auto, moto e biciclette, chiedono di costituirsi come parte offesa. Il 10 maggio il rinvio a giudizio. Il 5 giugno il Pm Ramondini chiede al giudice Chiara Valori l'ergastolo e di non considerare "per il calcolo della pena" la perizia che indica in Pellicano' un "vizio parziale di mente" a causa di una "forte depressione". Il 16 giugno a scrivere al giudice sono i genitori delle altre due vittime, Chiara Magnamassa e Riccardo Maglianesi. "Desideriamo portare la nostra testimonianza in questo processo - scrivono - in quanto coinvolti in una vicenda assurda e sanguinosa, che ci lascia distrutti e sgomenti". "Vogliamo provare a tenere a distanza la rabbia... e ancora di piu' ogni voglia torbida di vendetta...", "perche' - si chiedono - Perche' i nostri figli hanno dovuto pagare un prezzo cosi' atroce e irreparabile per una storia che non e' mai stata nemmeno per un istante la loro storia? Perche' una fine cosi' orrenda, cosi' assurda, che racchiude in se' carattere dell'ingiustizia assoluta?". Secondo la difesa invece "Pellicano' non voleva uccidere" e gli avvocati chiedono quindi l'assoluzione dall'accusa di strage. Non ci sarebbe inoltre neanche la devastazione che prevede "un'azione collettiva". Tesi che oggi non ha convinto il giudice.


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