Speciale Elezione Ordine Avvocati

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Speciale Elezione Ordine Avvocati
Nardo: “Milano va veloce, l’Ordine degli Avvocati si deve adeguare e aprirsi”
Fonte: Facebook


Nardo: “Milano va veloce, l’Ordine degli Avvocati si deve adeguare e aprirsi”

di Debora Bionda

Amati, odiati, invidiati, temuti… gli avvocati sono una categoria che nell’immaginario collettivo ha, nel bene e nel male, un certo fascino. Forse anche per il fatto che la letteratura, il cinema e la televisione ce li hanno raccontati in mille modi diversi. Basti alle serie televisive come Perry Mason, Law&Order, The Guardian, The Practice, Suits, solo per citarne alcune.

Ma al di fuori dello schermo, nella realtà, come funziona il mondo degli avvocati in una città in continua evoluzione come Milano? Affaritaliani.it Milano ha voluto raccontarlo in un momento molto particolare per l’avvocatura milanese: le elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, fissate per il 26-27-28 marzo 2019.

Per l’occasione, nel capoluogo lombardo dovranno essere eletti ben 25 consiglieri. La compagine più numerosa in base a quanto stabilito per legge per gli Ordini con oltre 5mila iscritti; e Milano, di iscritti, ne ha più di 19.500. Di questi, in genere, partecipa al voto circa un terzo degli aventi diritto. I votanti effettivi sono quindi indicativamente 6-7mila avvocati. Il voto è elettronico.

Tutti gli iscritti, nel giorno precedente l’inizio delle elezioni, hanno diritto di voto, tranne i praticanti avvocati e gli avvocati sospesi, anche temporaneamente e per qualsiasi ragione, che sono esclusi dal voto. Gli avvocati che hanno diritto al voto hanno anche diritto a candidarsi, presentando la propria candidatura entro le h.12 del quattordicesimo giorno antecedente le elezioni, ad esclusione di quelli che nei cinque anni precedenti abbiano riportato una sanzione disciplinare esecutiva di censura o sospensione. I mandati sono quadriennali.

Le candidature sono 82 in tutto. In passato venivano ammesse candidature individuali e liste, dal 2017 si possono presentare esclusivamente candidature individuali. Sono ammesse però le aggregazioni nell’ambito della propaganda elettorale.

Oggi a Milano sono due le aggregazioni più numerose: Noi Avvocati, con 16 candidati (di cui 7 avvocate e 6 candidati: Nardo, Bastianello, Boccardi, Del Corno, Germanà Tascona e Papi Rossi che sono consiglieri uscenti dell’attuale Consiglio), guidati da Vinicio Nardo e Uniti per un Futuro, sempre con 16 candidati (di cui 7 avvocate e 9 candidati: Danovi, Bellini, Belloni, Bosco, Cossar, Leone, Marino, Minniti, Valcepina che sono consiglieri uscenti dell’attuale Consiglio) che fanno capo a Remo Danovi (attuale presidente). In un certo senso tra queste due aggregazioni c’è una sorta di “rivalità storica”, dal momento che erano presenti, con una compagine leggermente diversa, anche nelle elezioni del 2015.

Gli ordini professionali sono spesso visti con una certa diffidenza, percepiti come organismi a tutela di “caste” privilegiate e lontani da quelli che sono i reali bisogni dei cittadini. Ma è davvero così? Lo abbiamo chiesto a Vinicio Nardo, tra i più votati alle elezioni del 2015 e in lizza per ricoprire il prestigioso ruolo di presidente, dopo quattro anni come consigliere.

“L’ordine è indispensabile nella misura in cui è indispensabile l’avvocato libero, autonomo e indipendente. Ogni cittadino ha un diritto di difesa, che gli viene riconosciuto e assicurato dalla carta costituzionale, ed esercita questo diritto attraverso un avvocato. Questo comporta che l’avvocato deve essere deontologicamente forte. Deve dare delle garanzie nell’esercizio di questo diritto di difesa del cittadino: garanzie di professionalità e di serietà. E l’avvocato deve essere indipendente. Non deve dipendere da un potere, da un’istituzione, da qualunque cosa lo faccia entrare in conflitto con l’interesse del cliente. Il Consiglio dell’Ordine ha la funzione di sovrintendere a questi principi, che sono fondamentali, ma fondamentali per il cittadino, non per gli avvocati. Non è una difesa di corporazione, ma è un controllo e anche un’attività formativa e di rafforzamento deontologico, affinché gli avvocati possano essere al fianco del cittadino quando esercita il diritto di difesa, nel suo interesse, senza fare interessi di altri e nel rispetto delle norme di legge.”

Chi meglio di un membro dell’attuale consiglio che si candida per un nuovo mandato, può rispondere su cosa il consiglio uscente ha fallito e su cosa è cruciale che si rimbocchi le maniche il futuro consiglio?

“Tutto è migliorabile e l’Ordine di Milano non fa eccezione. Io, e le persone che condividono con me lo stesso programma, ci proponiamo di avere un Ordine prima di tutto aperto e predisposto all’ascolto dei problemi, non solo degli avvocati, ma anche della comunità in cui operiamo, la comunità di Milano. Questo vuole dire avere la capacità di conoscere le istanze che arrivano tramite i nostri iscritti e di discuterle al nostro interno. Su questo possiamo migliorare sicuramente molto. Dopo di che, io credo che l’Ordine di Milano sia in una situazione particolare perché si trova all’interno di una città che in un certo senso sta andando con un’altra velocità rispetto all’Italia. Banalmente, in questi giorni in cui si parla di recessione, questa è un’idea che contrasta con quello che si percepisce a Milano. Milano, con il volano dell’Expo, da qualche anno è una città molto viva, capace di attirare persone che vengono qui per ragioni di studio di affari o turistiche. In particolare, quindi mi sembra che l’Ordine di Milano debba fare un salto per diventare un interlocutore nei confronti dei colleghi e dei legali che operano negli interessi dei propri clienti di altre nazioni, facendo diventare leggibile la realtà giudiziaria italiana, che è un vero ostacolo per la crescita dell’Italia. Chi vuole venire ad operare a Milano, per incrementare i propri affari, affiancato dai suoi avvocati, ha bisogno di capire come funziona la giustizia, che fa paura all’estero e ci fa perdere punti, e deve poter trovare un Ordine che attraverso la sua attività e la comunicazione della attività stessa, gli consenta di capire come funzionano le cose e gli renda facile la via di accesso alla realtà italiana. Secondo me, l’Ordine di Milano deve avere poi una funzione sociale importante, all’altezza di questa città, e per farlo deve reggere il passo con Milano che va molto veloce adesso.”

Sul sito della lista Noi avvocati, Nardo dichiara di credere nella difesa dei diritti di tutti, nessuno escluso, e di voler combattere per il giusto processo. Belle parole, ma la realtà dei fatti ci racconta in molti casi una storia diversa. La domanda viene spontanea (e un po’ polemica): si può davvero arrivare alla difesa di tutti e a processi giusti?

“Questo è l’anelito. Non bisogna confondere il raggiungimento di una verità che sedi le ansie della collettività che si sente turbata nel caso di piccoli o grandi accadimenti, di piccoli o grandi reati, con il passaggio democratico del giusto processo. Anelito di cui devono essere alfieri gli avvocati e gli organismi che li rappresentano, prima di tutto l’Ordine, deve essere quello di garantire, qualsiasi cosa succeda all’interno della società, un accertamento che non sia di pancia, che non sia istintivo, ma che avvenga nel rispetto di determinate regole, che sono regole proprie dello stato di diritto.”

Nessuna decisione di pancia, quindi, e rispetto delle regole. Bene, ma proprio a proposito di regole, come considera Nardo, la norma che ha introdotto il divieto del doppio mandato per i candidati all’Ordine (si legga l’articolo a questo link), che è nella posizione di diventare ineleggibile nelle elezioni del 2023, nel caso venisse eletto quest’anno?

“È una norma che condivido, ritengo che vitalizzi le istituzioni perché invoglia gli aderenti a partecipare all’amministrazione delle istituzioni. È vero anche che, essendo una norma limitativa della libertà perché toglie il diritto naturale di candidarsi quando lo si vuole fare, la norma ha senso che valga per il futuro e non per il passato, quando non era prevedibile che intervenisse tale limite.  La Cassazione è invece intervenuta sul tema ribaltando sostanzialmente l’interpretazione che era stata considerata valida per i primi 6 anni dall’uscita della norma, periodo in cui si riteneva valesse per il futuro e non interessasse i mandati precedenti alla pubblicazione della norma. A me sembrava un’interpretazione sensata quella, anche se sono un fautore del nuovo regime.”

Largo a un continuo rinnovamento del Consiglio, dunque. E pare che anche il presidente uscente, Remo Danovi, sia d’accordo come ha raccontato ad Affaritaliani.it nell'intervista che si può leggere a questo link

La prossima settimana la parola passa all'avv. Ilaria Li Vigni.

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