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Patent box, uno stimolo per la strategia dell'innovazione. TORI&ORSI
Alessandro Lerro

Alessandro Pedrini per Affaritaliani.it

In questi giorni si parla molto del Patent Box per defiscalizzare i redditi di impresa: il sistema normativo consente di ottenere uno sconto fiscale estremamente rilevante (fino al 50%) per i redditi da proprietà intellettuale. Abbiamo chiesto all’avvocato Alessandro M. Lerro, esperto di innovazione e finanza alternativa, partner di Consilia Business Management, come utilizzare al meglio il Patent Box, anche con riferimento allo scenario competitivo.

Chi può usufruire del Patent Box?
Il Patent Box è una misura fiscale che rende non imponibile per periodi di cinque anni una quota del reddito da proprietà intellettuale: si tratta dei ricavi che dipendono non solo dallo sfruttamento di innovazione tecnologica, cioè brevetti, design, software e know how, ma anche dallo sfruttamento di marchi di impresa. La quota di deduzione si calcola sulla base di un algoritmo che prende in considerazione alcune voci dei fattori della produzione, per incentivare ricerca ed innovazione; l’algoritmo determina quale quota del reddito viene esentata, fino ad un massimo del 50%. Ciò significa abbassare la pressione fiscale a circa il 16%, molto meglio che in Irlanda, e fornire un booster competitivo alle imprese, nazionali o straniere, che localizzano in Italia la loro proprietà intellettuale.

Quindi anche chi fa moda o design potrà utilizzare lo strumento?
Per i marchi e per il know how il Patent Box è stato limitato al primo quinquennio, trattandosi di una misura di fortissimo impatto competitivo sul mercato europeo, mentre per le tecnologie registrate non vi è un limite e sarà possibile ottenere l’agevolazione in misura permanente, per slot quinquennali. Quindi lo stilista che basa la sua capacità produttiva su brand e stile è certamente uno dei principali utilizzatori dell’incentivo. Detassare quasi il 50% del reddito equivale sostanzialmente ad un cospicuo finanziamento e costituisce una misura dirompente di sostegno dell’economia nazionale.

Politica fiscale o strategia imprenditoriale?
Nell’ultimo trimestre ci sono stati molti convegni ed eventi formativi sulle modalità pratiche di utilizzazione del Patent Box e di calcolo dell’algoritmo per determinare l’agevolazione. Tuttavia, il Patent Box non costituisce solo una opportunità di defiscalizzazione, ma una eccezionale occasione di revisione del business model, rivalutando la strategia dell’innovazione, valorizzando gli asset aziendali e migliorando sensibilmente i risultati economici dell’attività. Quindi, non si tratta di materia riservata al solo fiscalista, ma che coinvolge diverse professionalità per sostenere l’impresa in un vero e proprio riposizionamento che le può portare grandi benefici. Fino ad oggi l’interesse maggiore è stato manifestato dalle grandi aziende, ma anche le mid-cap e le società innovative più piccole ci stanno chiedendo supporto strategico.

Oltre al mondo dell’innovazione tecnologica, già bene informato, quali sono i settori che potrebbero innovare i loro modelli di business, valorizzando la loro proprietà intellettuale ed ottenendo rilevanti agevolazioni finanziarie?
Uno dei settori più interessanti è quello del franchising: negli anni novanta il modello di business si è incentrato sulle forniture dal franchisor alla rete distributiva ed in molte catene sono sparite le royalties per l’uso del brand, che è diventato quasi una commodity: il franchisor non si fa più pagare per l’uso del marchio e dell’insegna, accontentandosi di assicurarsi volumi determinati di fatturato, né pretende particolari co-investimenti per la valorizzazione della proprietà intellettuale. Questi modelli possono trarre scarso giovamento dal Patent Box e hanno bisogno di una rilettura strategica: valorizzare il brand, che è il vero motore della vendita, consente di focalizzare l’attenzione su asset importanti, che costituiscono grande parte del patrimonio aziendale, ed ottenere importanti benefici economici. Peraltro la politica del Governo tende ad attrarre in Italia anche proprietà intellettuali di aziende estere, offrendo loro il medesimo beneficio, come hanno fatto per anni Lussemburgo e Olanda.
 
Anche i settori strettamente tecnologici richiedono una rilettura dei modelli di business?
Certamente, basta pensare all’industria del software: dal 2000 molte imprese si sono strutturate per offrire SAAS (software as a service) con un modello che sostanzialmente consente di spostare la voce di spesa dal capitale ai costi operativi; non si investe in software ma lo si consuma come una utility. Ci sono pro e contro in questa filosofia, sia per chi offre che per chi riceve software. La rivisitazione del modello in termini di licenza, invece, ha il vantaggio per il cliente di avere un asset e per il fornitore di usufruire delle importanti agevolazioni fiscali offerte dal Patent Box, mentre il modello SAAS appare scarsamente compatibile con l’incentivo. Ovviamente non parliamo della fruizione o della distribuzione del software, che può rimanere inalterata, ma del regime giuridico econtrattuale che ne governa lo sfruttamento.

Avete delle esperienze di applicazione del Patent Box in settori imprenditoriali inaspettati?
Una lettura strategicamente orientata all’innovazione e alla valorizzazione della proprietà intellettuale è possibile in tutti i settori imprenditoriali. Se vogliamo ragionare per estremi pensiamo al modello di business di una banca, che oggi margina prevalentemente sui servizi di cassa (bonifici, assegni, ecc.). Si tratta di un modello in cerca di evoluzione ed il Patent Box potrebbe costituire l’occasione per rivedere posizionamento e strategia: il software per l’e-banking, che oggi è uno dei discrimini sulla base dei quali si sceglie la banca, è offerto gratuitamente. Ebbene, ove una banca offrisse gratuitamente le operazioni di sportello e si facesse pagare la licenza del software otterrebbe un rilevante beneficio fiscale e diventerebbe molto più competitiva, innovando radicalmente il proprio modello di business.

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