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Politica
Allontana il voto, sogna il Colle. Che cosa c'è dietro la mossa di Giorgetti
Lapresse

La costituente lanciata da Giancarlo Giorgetti, che ha lasciato a dir poco freddo Matteo Salvini, ha aperto un dibattito dentro e fuori la Lega. All'apertura di Matteo Renzi e di Italia Viva ha fatto seguito la reazione positiva del Partito Democratico, che si dice pronto a sedersi al tavolo per riscrivere insieme le regole del gioco. Il punto però è che nel Carroccio l'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che ha precisato di aver parlato senza l'ok del segretario federale, è isolato.

Tutti i massimi dirigenti di Via Bellerio, tranne forse qualche segretario locale lombardo, sono di strettissima fede salviniana e seguono la linea del Capitano: vincere le elezioni in Emilia Romagna, puntare alla caduta del governo e andare subito alle Politiche per tornare al governo. Sul tavolo c'è prima di tutto il tema della legge elettorale. Giorgetti si schiera contro il proporzionale puro, che come dimostra l'esempio spagnolo porta quasi certamente all'ingovernabilità, ma vorrebbe sedersi attorno a un tavolo per ridefinire insieme le regole del gioco.

E soprattutto, spiega chi lo conosce bene, Giorgetti manda messaggi neanche troppo celati a Salvini invitandolo a non fidarsi troppo dei sondaggi e a non credere di avere già la vittoria in tasca. I Dem, dal canto loro, sono convinti di avere di fronte quattro mesi difficili ma sanno anche che se dovessero vincere in Emilia Romagna e in Toscana, magari con qualche segnale positivo dal fronte della crescita economica e una soluzione sul caso dell'ex Ilva, poi la strada non sarebbe più in salita ma inizierebbe, anche se lentamente, a scendere.

L'ex sottosegretario a Palazzo Chigi cerca la sponda con Italia Viva e Pd, quasi ovvia la chiusura del Movimento 5 Stelle viste soprattutto le tensioni del primo governo Conte, per cercare di arginare quello che viene considerato il pericolo dell'ubriacatura da sondaggi. "Alla fine l'opposizione logora e il 2023 è lontano", scherza un deputato Dem di lungo corso. E quindi Giorgetti intende mettere in guardia Salvini dall'idea che ormai sia tutto facile con la vittoria in Emilia, la caduta di Conte e il ritorno al governo in pochi mesi.

Il referendum promosso dalle Regioni per eliminare la parte proporzionale - idea dello stesso Giorgetti oltre che del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli - serve proprio come grimaldello per impedire la svolta tutta proporzionale (seppur con sbarramento) e per mantenere una quota di maggioritario (anche se l'opzione non è quella di andare al voto con un sistema interamente uninominale come uscirebbe dal referendum in caso di successo). Ma Salvini e i salviniani, cioè quasi tutta la Lega, con l'appoggio anche di buona parte di Fratelli d'Italia (ormai a un passo dal 10% nei sondaggi), vede solo l'obiettivo delle urne in primavera. Anche perché l'ultimo sondaggio Swg dà Lega e FdI insieme al 44% ovvero maggioranza assoluta alla Camera e al Senato con il Rosatellum.

Dietro la proposta di Giorgetti di costituente, che richiederebbe tempo per partire e lavorare e quindi anche solo per il fattore temporale contrasta il piano di Salvini del voto subito, c'è anche una strategia di lungo termine. Prima di tutto il vice-segretario del Carroccio, da quasi 30 anni in Parlamento, lancia anche un segnale importante a tutti coloro che in Forza Italia non vedono di buon occhio la svolta sovranista a guida Salvini-Meloni e le urne il prima possibile. Gli azzurri sono ridotti ai minimi termini nei sondaggi ma nelle aule parlamentari hanno ancora una certa rilevanza numerica e l'interlocutore numero uno di Giorgetti è soprattutto Gianni Letta e tutto quell'ambiente moderato e cattolico di Forza Italia, che si riconosce anche nelle posizioni di Mara Carfagna e che non vuole diventare un appendice del duo Salvini-Meloni.

L'ex sottosegretario a Palazzo Chigi ha attraversato tutte le fasi del Carroccio, da Bossi a Maroni fino a Salvini, e sa di potersi permettere a differenza di altri di lanciare tra il serio e faceto proposte che a una prima occhiata sembrano quasi una battuta ma che dietro celano un possibile rimescolamento dei giochi. In realtà, comunque, c'è anche chi - nel Pd come nella stessa Lega e in Forza Italia - ritiene che l'uscita di Giorgetti nasconda anche un'autocandidatura al Quirinale per il 2022. Il numero due leghista non ha mai voluto entrare in pieno nell'agone politico, pur avendo più volte la possibilità di diventare il leader, e quindi, forse, un ruolo istituzionale come quello del presidente della Repubblica alla fine non gli dispiacerebbe.

Ed ecco l'apertura verso i renziani e il Pd, verso i moderati di Forza Italia e i cattolici, pur senza mai dichiararsi apertamente in disaccordo con Salvini. Lavori in corso, insomma, anche perché se fra due anni e mezzo il Parlamento dovesse essere a maggioranza Centrodestra - ragiona un senatore Pd vicino a Nicola Zingaretti - "un Giorgetti al Colle potremmo anche votarlo". L'ipotesi Silvio Berlusconi al Quirinale, che secondo alcune ricostruzioni potrebbe essere dietro l'uscita del vice-segretario leghista, oltre alla ferma opposizione del M5S, trova non fredde ma gelide reazioni sia nel Pd, sia tra i salviniani così come in Fratelli d'Italia.

Insomma, l'ex sottosegretario di Conte dialoga con i renziani, il Pd e i nostalgici della Dc di Forza Italia, si isola nella sua Lega provocando il gelo di Salvini, ma prova ad evitare la corsa alle urne con uno sguardo al Quirinale...

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