Non è Massimo D'Alema. Non è
Repubblica. Non è
Gianfranco Fini. Non è Umberto Bossi. Non è una persona in particolare.
Affaritaliani.it ha parlato del complotto anti-Berlusconi con una fonte governativa del Popolo della Libertà ai massimi livelli e molto vicina allo stesso
Cavaliere. L'impressione è che sia in atto un tentativo da parte di una fetta dell'apparato statale di bloccare l'operato del governo.
Il dito viene puntato verso quei dirigenti pubblici che non cambiano mai colore al cambio di maggioranza e che spesso contano di più dello stesso esecutivo. Una volta si sarebbe parlato di "boiardi". Di quei manager statali che vedono come fumo negli occhi la rivoluzione della
Pubblica Amministrazione voluta dal ministro Brunetta, il federalismo fiscale che toglie potere al centro per distribuirlo alla periferia, la riforma della Giustizia che entra a gamba tesa in un potere granitico e sedimentato da decenni.
Semmai - spiegano dal Pdl - D'Alema e Repubblica cavalcano questo sentiment ma non sono loro i mandanti. Bensì chi all'interno dell'apparato pubblico non vuole che la politica incida e modifichi antichi privilegi.
Gianfranco Fini? Il Cavaliere non è preoccupato delle mosse del presidente della Camera, che cerca soltanto visibilità ma non starebbe dalla parte dei "nemici" di Palazzo Chigi.
Men che meno il Senatùr, che non a caso a Pontida ha parlato proprio di una Lega unita (concetto ribadito diverse volte) per mandare un messaggio chiaro a chi pensa di poter utilizzare almeno una parte dei voti parlamentari del Carroccio. Il premier, inoltre, spiega la fonte governativa, si sente rassicurato dal presidente della Repubblica. Berlusconi considera
Giorgio Napolitano come estremamente equilibrato in questa fase difficile e una garanzia assoluta dal punto di vista degli equilibri democratici.
In sostanza l'avversario del presidente del Consiglio sarebbe la macchina pubblica fatta di direttori generali che, come dice Brunetta, si autovalutano dandosi sempre dieci.
E di burocrati dello Stato che temono il cambiamento e un governo che possa avere più poteri e un Parlamento che con la fine del bicameralismo perfetto possa decidere più rapidamente. Sempre dal Pdl parlano di enormi similitudini con Bettino Craxi. Infatti anche il leader socialista tentò di riformare alla radice lo Stato. La differenza è che allora c'era la questione morale, Tangentopoli e il gradimento del segretario del Psi era bassissimo, il contrario di quello del Cavaliere. Che non a caso è tranquillo (abbastanza...).