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Politica
Carlo Calenda tra ceffoni ai figli e conquista dell'Europa

Ogni tanto il Pd sforna personaggi molto egotici che non riescono a stare tranquilli neppure per un secondo e che, soprattutto, non si rassegnano mai ad aver perso il ruolo precedente, tipico caso quello ministeriale. Senza di esso si sentono irrimediabilmente depauperati, privi di qualcosa che li faceva splendere agli occhi del mondo. L’ultimo che si è manifestato in questa forma è Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo economico nella scorsa legislatura. Era giunto alla fama, lui nipote del regista Luigi Comencini, dopo un passato abbastanza anonimo in Confindustria, come collaboratore di Luca Cordero di Montezemolo. Non è che allora l’ex ministro non scalpitasse, lo faceva ma gli spazi di Italia Futura non gli permettevano sogni di gloria e così dovette attendere che Enrico Letta lo piazzasse -come viceministro- nella compagine governativa e che Matteo Renzi lo confermasse successivamente come ministro in un afflato masochistico.

Una volta giunto in superficie ha fatto di tutto per farsi notare. Di scuola iperliberista vicino all’Istituto Bruno Leoni, nella parte finale del suo mandato ministeriale era riuscito a trasformarsi in un marxista di provata fede, pur di avere visibilità a sinistra salvo poi, da ultimo, ricollocarsi nel suo alveo naturale turbocapitalista con buona pace delle bandiere con falce e martello che avevano visto in lui un improbabile condottiero. Ora è candidato col Pd alle Europee e più volte ha strizzato l’occhio a Emmanuel Macron, il Presidente francese nemico dell’Italia e nel Pd tutti sperano che sia eletto per avere un po’ di tranquillità, ma Calenda non rinuncia facilmente alla visibilità, soprattutto via social e così l’altro ieri si è lasciato andare su Twitter ad un simpatico duetto con Giuliano Ferrara sulla bontà di dare, quando serve, un bel ceffone ai figli.

Diciamo che in un ambiente radical chic come quello del Partito Democratico in cui l’immagine della simpatica vecchina Montessori è ora sacra al pari dei padri fondatori Marx, Lenin ed Engels, la cosa ha provocato una certa imbarazzata perplessità, ma lui imperterrito continua e tutti sperano che sia eletto così per cinque anni è impegnato fuori Patria.

La sua storia comincia ad assomigliare pericolosamente a quella dell’ex sindaco di Roma Ignazio Marino che ha dato e sta dando ancora numerosi grattacapi alla dirigenza democratica, soprattutto ora che, in questa fase, Nicola Zingaretti, da poco segretario del partito, sta cercando faticosamente di ricollocare la barra a sinistra per recuperare voti e anche transfughi come Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. In questo Pd a trazione sinistra forse Calenda avrebbe fatto meglio a restare “comunista”, ma il richiamo del liberalismo è stato troppo forte anche per lui.

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