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Politica
Cgil, nuovo leader: Landini l’anti Salvini?

I due perni della sinistra, Partito democratico sul piano politico e Cgil su quello sindacale, vanno a congresso. Per ora, nel disinteresse generale, chiusi sotto una campana stonata e appannata, dediti ai propri “affari”. I due congressi viaggiano separati ma entrambe le strutture – Pd e Cgil – al di là della strombazzata autonomia, interferiscono reciprocamente in casa d’altri cercando di condizionarne linea politica e leadership.

Il Pd vuole uscire dal tunnel dopo il tracollo elettorale nelle politiche del 4 marzo e la successiva batosta alle comunali ma non riesce neppure a indicare la data del Congresso e insiste sulle primarie “farlocche” sfornando candidature imposte da “burattinai” che invece di spingere per un congresso “vero”, con opzioni politiche alternative, riproducono antiche divisioni e alimentano nuove tensioni. La lezione non è servita. C’è il replay del teatrino dell’assurdo.

La Cgil è riuscita a contenere la sua crisi di identità e di iscritti “tirando a campare”, debole nel contrastare l’ondata della globalizzazione che ha travolto occupazione e welfare, perdendo in credibilità, autorevolezza, peso politico. Ma la data del Congresso c’è (22-25 gennaio 2019) e il complesso iter – dalle assise di categoria locali a quelle confederali territoriali in su – è avviato. La candidatura di Maurizio Landini a nuovo leader della Cgil lanciata con uno “strappo” dalla segretaria generale uscente Susanna Camusso rischia di minare la compattezza storica della Confederazione di Corso d’Italia, con strascichi nel Pd.

Ma la “mossa” della Camusso può essere salutare per non fare del congresso il solito “rito” autoreferenziale e sparti-poltrone. I renziani (e non solo loro) sono contrari a Landini, già rumorosamente anti Renzi (No all’uomo solo al comando) e personaggio scomodo, senza lacci e lacciuoli, un capo popolare riconosciuto, abile, tonante e movimentista, considerato – a ragione o a torto si vedrà - il… Salvini sindacale.

Per Renzi&C sarebbe come avere dentro casa o nei paraggi non un fedele “caporale” di giornata ma un ostico “generale” che viene dalla gavetta e presto con le “sue” truppe tirate a lucido, il vero nuovo “nemico” senza le scorie e la zavorra dei rottamati. Landini qualche svarione l’ha commesso ma ne ha fatto tesoro (oltre che ammenda): ha volontà e capacità per rimettere in moto la Cgil, macchina da guerra ad uso esterno (contro il padronato intransigente e contro certe misure del governo giallo-verde e soprattutto come “alt” al deus ex machina Salvini) e ad uso interno nel Pd e nella sinistra.

Il rischio è l’estensione della guerra a sinistra, estesa a Cgil e Pd, contrapponendo “personalismo a personalismo” come già in altri tempi – fatte le dovute proporzioni – fra Di Vittorio e Togliatti, fra Lama e Berlinguer ecc. Adesso Landini è visto da molti come novello Roobin Hood, il giustiziere senza macchia né paura che toglie ai ricchi per dare ai poveri. Per altri è la riproposizione del capo popolo di “cappa e spada” che rischia di riportare il sindacato sulla china pericolosa del rivendicazionismo tout court e del pansindacalismo disconoscendo il ruolo dei partiti ma poi di fatto diventandone “cinghia di trasmissione”. Conta la realtà. Che resta a tinte fosche. Nella Cgil si stagliano i fantasmi di crisi d’altri tempi, come quella nera dei primi anni ’50.

In questi anni non solo si è demolito lo Statuto dei diritti dei lavoratori ma si à negata la dignità del lavoro e la ragion d’essere del lavoratore. Da qui una sconfitta storica per i lavoratori e il fossato fra questi e il sindacato, Cgil compresa. Da qui, oggi, la “carta” salva-partita di Landini, 57enne emiliano ex saldatore già capo delle “tute blu” della Fiom, giocata dalla Camusso, in una logica di rottura del “rinnovamento nella continuità”.

Il sindacato non è (solo) una struttura di servizi ed è giusta una scrollata contro il burocratismo interno e per una maggiore democrazia, quindi una Cgil rinvigorita, di lotta e di progetto. Serve un salto di qualità tenendo saldi i due momenti dell’azione sindacale, sul piano contrattuale-rivendicativo e sul piano delle trasformazioni sociali e delle riforme vivendo in fabbrica con i lavoratori e fuori, nella società, con i cittadini. Una Cgil debole e un sindacato debole facevano comodo a un certo padronato e a una certa politica. La musica può cambiare.

Nel Pd non è solo Renzi a temere l’autonomia e la leadership di Landini. Ma presto anche il governo e soprattutto Matteo Salvini si troveranno davanti questo ragazzone dai tratti rudi ma gentile e soprattutto capace, deciso e benvoluto. Si potrebbe scoprire che populismo non è una parolaccia. Quello di Landini sarà un populismo con il popolo, una alternativa – o il complemento? - al populismo delle urne di Salvini. Due facce della stessa medaglia? Non è detto che lo sbocco sia per forza lo scontro. Sarà una battaglia, dati i diversi ruoli, su piani diversi. La sintesi non è impossibile. Si può fare. Serve, ovvio, il riconoscimento reciproco. Serve il rispetto delle regole. Non come oggi con i soliti bacchettatori professionali bocciati dagli elettori, sempre in cattedra, pronti a definire razzista e fascista chi non la pensa come loro. Landini e Salvini, sarà lotta dura.

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