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Politica
Che ci faceva Ciriaco De Mita a Che tempo che fa?

Che ci faceva da Fabio Fazio, a 'Che tempo che fa' su Rai Uno, il simpatico, spiritoso e smemorato 90enne Ciriaco De Mita, leader della Dc e Presidente del Consiglio, uno dell'establishment della ormai defunta Prima Repubblica?

Capita, facendo zapping, di imbattersi in 90enni, un tempo di peso, impartire lezioni di cultura e politica, miscelate a storia e filosofia: a LA/7 Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, è di casa.

Non ci sarebbe nulla di male, se i sermoni infarciti di battute ad effetto, ognuno li snocciola a modo suo, corrispondessero ai 'fatti' per come si raccontano.

Sopravvisuti al Regime consociativo quarantennale delle due superpotenze, Dc e Pci, i 90enni, ma non tutti solo quelli riconosciuti dal sistema, si sono portati dietro l'inossidabile legame con il sempre caro 'potere' nella Seconda e anche nella Terza appena venuta alla luce dalle urne ma nessuno sa quanto e se vivrà. Se si tornerà o no a votare, visto quanto è complicato mettere assieme una solida maggioranza.

Quel che le urne hanno però decretato è la sconfitta storica del Pd e del 'centro-sinistra' unitamente alla catastrofe della sinistra più o meno radicale e sessantottina, comunque di tradizione post comunista e post socialista.

"Per la prima volta in vita mia  - ha detto di De Mita - non riesco a capire le cose che accadono".

Accidenti non ha capito e sentito, al pari del suo conterraneo, Giorgio Napolitano, il 'boom' dei V-Day del 2013 quando il M5S toccò il arrivato al 25,5% e poi, del 4 marzo 2018, quando è arrivato al 32%!

Ora, ha aggiunto De Mita, "può accadere di tutto: le forze politiche che hanno vinto hanno opinioni contrastanti. Il governo si fa se c’è una maggioranza che gli dà fiducia. Non credo che il Capo dello Stato possa dare incarico a chi non ce l’ha [...] credo che la soluzione sia difficile perché le posizioni politiche sono in contrapposizione. Trovarla non è impossibile ma complicato".

Anzi, ha chiosato con un sorrisetto, "la situazione non è drammatica ma tragica".

Ma quel che ha colpito di più è come ha trattato la sua creatura: "Il Pd ha vistosamente perso [...] Ho seguito nascita e avvento (del Pd), senza pensiero non c’è partito e siccome (nel Pd) c’erano pensieri diversi, ritennero utile che non c’era bisogno di pensare. Qual è il pensiero del Pd? Ha perso voti perché non ne ha mai avuto uno. All’inizio fu suggestione, fu stanchezza, ma il Pd non ha mai avuto un pensiero all’origine e non l’ha avuto dopo. Oggi questo è il risultato”. Come quello di Progetto Alta Irpina che, appoggiato dal centro-sinistra, è stato letteralmente divorato dal M5S!

Davvero il Pd non ha mai avuto un pensiero all'origine e non l'ha avuto dopo? Non è del tutto esatto.

Prima della 'nascita' del Pd, 14 ottobre 2007, ci fu una travagliata gestazione iniziata nel 2003, sulla fusione tra Ds (post comunisti) e Margherita e Udc di Marco Follini (post democristiani). E di quel processo faceva parte De Mita e anche un giellista: il Comandante Leone, Bruno Trentin, interessato al processo unitario dei Ds nell'Ulivo.

Un 'pensiero forte' agli albori del Pd c'era, eccome, anche se fu sbrigativamente messo da parte, quello di Trentin: "meglio guardare subito a una Federazione piuttosto che a un indefinito e immaginario Partito Democratico".

L'ex-segretario generale della Cgil il suo 'pensiero forte' lo rese pubblico in un'intervista all'Unità l'8 giugno 2006.

"Comprendo perfettamente la prefettamente la preoccupazione di De Mita di non finire almeno per ora nell'Internazionale Socialista. Sono però sicuro che De Mita comprenderà le intenzioni di persone come me di partecipare a questo processo unitario e nello stesso tempo di morire socialista".

Lo scontro culturale e politico c'era dunque ed era ben articolato dal Comandante Leone per quale bisognava "[...] dare respiro, dal basso, alla volontà di partecipazione [...] con l'apertura di un più vasto dibattito con la società civile [...] E' necessario fare giustizia delle riserve, del 'non detto', e di concezioni che cercano di 'annullare' velleitariamente il pluralismo delle idde e delle esperienze che concorrono a costituire la ricchezza e, al stesso tempo, l'apertura verso il futuro che deve caratterizzare questa ricerca collettiva".

Quel che premeva a Trentin era la partecipazione e il coinvolgimento della gente: "penso a convegni di massa per riflettere sui temi decisivi come quello della centralità del lavoro e dei diritti delle persone [...] solo da lì può partire una convenzione nazionale che apra una grande dibattito seguendo il modello della convenzione sulla Costituzione europea come propone Giorgio Ruffolo [...] ogni forza politica [...] deve poter partecipare a questo sforzo d'elaborazione di contenuti e delle priorità da rispettare [...] Senza inventare delle parole 'passepartout' come Partito Democratico o Partito Riformista che non consegnano più ai cittadini il sentimento che stiamo costruendo un nuovo soggetto, fatto di valori e democrazia interna, assolutamente inediti nella democrazia italiana".

Non aveva dubbi Trentin su quale doveva esser l'approdo: "[...] e' possibile immaginare che l'Italia diventi il solo Pase europeo privo di una forza che si richiami al socialismo? Credo che sia velleitario nella fase attuale superare l'adesione dei Ds al Partito Socialista europeo o l'adesione della Margherita ai Democratici liberali o anche ai Popolari. Sono elementi ora non superabili ma che possono coesistere con una disciplina vincolante dei deputati dell'Ulivo al Parlamento europeo sulle questioni che appaiono di comune interesse".

Certo, dopo il 14 ottbre 2007, forse, 'il pensiero' si sarà indebolito, americanizzato, per negligenza e superficialità degli stessi ex-Ds, fino magari a sparire negli ultimi anni della gestione disastrosa di Matteo Renzi che iniziò la sua ascesa politica come demitiano.

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