Di Renzo Modiano
Affermo subito, a scanso di equivoci, che la vittoria di Obama mi ha reso felice e che senza ombra di dubbio rappresenta un passo immenso verso un mondo scevro da razzismi di qualsiasi specie. L'ho detto e lo ribadisco: questo evento è travolgente e a me non pare ancora vero aver potuto assistire, nella mia vita, alla Shoah, all'apartheid in Sudafrica, ai tram separati per bianchi e neri negli USA e oggi poter applaudire un presidente di colore alla Casa Bianca. Non sono più giovane, ma non ho due secoli sulle spalle!
Grande felicità, dunque e senso di liberazione…. Ma a qualche ora appena dalla notizia ha preso corpo nella mia mente, come un subdolo serpentello, un dubbio che intossica il piacere che l'Evento mi ha arrecato. Il dubbio è questo: gli americani avrebbero votato allo stesso modo se non fossero sgomenti per la crisi economico-finanziaria nata nel loro Paese e poi dilagata in tutto il mondo? Avrebbero avuto gli americani lo stesso coraggio innovatore, rivoluzionario, se Bush non avesse fatto i disastri che ha fatto?
La storia ci ha insegnato che nei momenti di grave crisi la gente invoca ossessivamente - e irrazionalmente - un salvatore. Uno che rappresenta una rottura radicale col detestato presente. La gente brama il Superuomo che la tiri fuori andando nella direzione opposta. Con ogni mezzo. Invocano Qualcuno nelle cui mani è pronta a rimettere il proprio potere sovrano, liberandola anche dall'onere faticoso di pensare, come la Democrazia pretende che facciano i cittadini. Si tratta di un fenomeno di rinuncia che Erich Fromm, negli anni 60, ha lucidamente descritto nel suo libro "Fuga dalla libertà", (sottotitolo emblematico: Psicanalisi del fascismo). Hitler è il più macroscopico e tragico esempio di dove può portare quel fenomeno di abdicazione collettiva, unito alla volontà di rottura con un presente odioso. Il Nazismo era l'opposto della debole democrazia di Weimar. Obama potrebbe essere il simbolo della rottura con Bush.
Il dubbio allora torna: immersi nella crisi epocale, come sono oggi gli americani, è solo un caso fortunato che sia emerso un salvatore onesto e adeguato? Anziché ad un mostro, stavolta la delega è stata data ad un uomo libero, democratico, persino di colore. L'America e il mondo intero hanno fatto un passo avanti anziché mille indietro. Questo è pacifico, ma se ci fosse stato un leader altrettannto carismatico, seducente e diverso da Bush (con o senza la pelle nera) ma con idee contrarie a quelle di Obama, gli americani lo avrebbero respinto perché refrattari acerte aberranti, concezioni politiche, o lo avrebbero seguito con altrettanto entusiasmo?
Insomma, in quale misura lo splendido risultato è frutto della maturazione politico-sociale degli americani e non è che una reazione decisa per la gravità della situazione? Il dubbio mi resta, anche se forse è ingeneroso sospettare che l'evento non sia merito di quel popolo, ma frutto del caso. In quanti altri Paesi si sarebbe potuto verificare quel caso?... Non molti, certamente. Ma neppure la Germania, ottanta anni fa, era una terra incivile e politicamente arretrata.