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Politica
Decreto Dignità: il Pd tenta di dividere m5s e Salvini, ed è fronda anti Renzi

“Dobbiamo infilarci nelle contraddizioni della maggioranza”, così parlò Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera ed ex ministro delle Infrastrutture e Trasporti. Un nome di peso si aggiunge al fronte dei “dialoganti”, ovvero quella fazione del Pd che vorrebbe riprendere il filo delle trattative con il m5s, troncato brutalmente come una mitologica Parca da Matteo Renzi con la sua intervista da Fabio Fazio qualche mese fa.

Il renzianissimo Delrio, dunque, si discosta in maniera plateale dalla linea dell’ex segretario ed ex premier e da coloro che gli restano fedeli quali Maria Elena Boschi o Andrea Marcucci, contrarissimi a qualunque intesa più o meno occulta con i grillini, in primis sul Decreto Dignità.

Già, il Decreto Dignità, quel provvedimento che sta per l’ennesima volta spaccando il Pd fra renziani irriducibili e quella già nota minoranza capeggiata da Andrea Orlando e Michele Emiliano, e i cui esponenti crescono a vista d’occhio, che vorrebbe dividere il m5s dall’influenza nefasta di Matteo Salvini e della Lega per tentare di trovare un accordo.

Di fatto, nel Lazio, l’antirenziano Nicola Zingaretti ha già attuato una siffatta politica, ottenendo l’appoggio di Roberta Lombardi e del m5s in Regione, e a tutti gli effetti governa grazie a un tacito accordo con i grillini. Perché dunque non provare a ripetere la stessa dinamica in ambito nazionale?

Del resto, tramontata, con la disfatta del 4 marzo, l’ipotesi di costruzione di una forza di centrosinistra e paventando l’insuccesso di nuove avventure oltre il Pd quali il Fronte Repubblicano di Carlo Calenda, il Partito Democratico è rimasto del tutto isolato e le sue velleità di alleanze in vista di una sopravvivenza futura possono soltanto estendersi a Forza Italia, già piuttosto in crisi per conto suo, o al m5s.

Ed è per questo che il Decreto Dignità è diventato il grimaldello con cui i dem vogliono insinuarsi nelle crepe dell’accordo fra Salvini e i grillini, puntando sul fatto che il primo sta sempre più fagocitando i secondi e sulla presenza di una forte corrente pentastellata di “Sinistra” capeggiata dal presidente della Camera Roberto Fico.

L’ostacolo principale, ovviamente, resta Matteo Renzi e la sua falange di deputati e senatori fedeli e blindatissimi, che non muovono un passo che non sia da egli voluto. Ecco perché la presa di posizione di un esponente del calibro di Graziano Delrio evidenzia ancora una volta quanto il Pd al momento attuale vaghi nelle brume della diciottesima legislatura senza l’ausilio di una bussola, e miri soltanto per l’attuale frangente a mantenersi a galla, a sopravvivere, a veder sorgere una nuova alba. Domani è un altro giorno, si vedrà, per citare una celebre canzone, sembra divenuto il leitmotiv dem.

“Non c’è niente di più triste di giornate come questa”, gorgheggiava Ornella Vanoni; e non c’è niente di più triste di vedere un partito che, soltanto nel 2014, era il più votato in Europa e che ormai da tempo, dopo varie sonore batoste, non riesce più a sviluppare una linea unitaria, a esprimere un pensiero condiviso, a pensare una strategia comune. Il “coming out” di Graziano Delrio costituisce forse, infine, un flebile ricompattamento fra minoranza e renziani? La fronda interna anti Renzi si aggiudica dunque un uomo di spicco e suo fino almeno a ieri fedelissimo? Mentre il Pd annega fra questi dilemmi, il governo Lega-m5s prosegue la sua azione, incontrando almeno per ora il favore degli italiani. E non sono pochi i dem che temono che tale favore persista e consolidi un nuovo polo, nel quale il Pd – crepe o non crepe, contraddizioni o non contraddizioni – non potrebbe giammai inserirsi neanche desiderandolo all’unanimità.

 

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