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Politica
Elezioni 2018, Renzi? È rimasto auto-referenziale

Stefano Folli, su “Repubblica” del 30 dicembre, pone una domanda interessante. Se i parametri economici del 2017 mostrano un certo miglioramento, se Paolo Gentiloni appare così serio, così credibile e così rassicurante, se insomma il Pd avrebbe le carte in regola per essere apprezzato, più in questo momento che uno o due anni fa, come mai nei consensi appare in caduta verticale e si presenta alle prossime elezioni non come un protagonista, ma come un comprimario?

L’editorialista riconosce giustamente che, mentre le statistiche descrivono i miglioramenti, la gente questi miglioramenti non li percepisce. E questo potrebbe smorzare gli applausi. Ma soprattutto Folli osserva acutamente che “gli elettori non votano in base alle promesse, ma per ragioni talvolta inafferrabili tra interesse ed emozione”. Ecco, appunto, l’emozione.

Per quanto riguarda l’economia, se il governo Gentiloni avesse avuto l’abilità o la semplice fortuna di compiere un inverosimile miracolo e di far ripartire l’Italia a razzo, con una impressionante ripresa dell’occupazione soprattutto giovanile, probabilmente il Pd attualmente riscuoterebbe tali consensi da risultare imbattibile. E forse supererebbe da solo il 40% dei voti. Poiché questo non è avvenuto, e quel po’ di miglioramento che si è avuto è stato all’incirca la metà dei progressi dei nostri vicini e colleghi nell’Unione Europea, c’è stato ben poco da entusiasmarsi. Forse il vero motore dei nostri piccoli progressi è la congiuntura internazionale e noi ne approfittiamo molto meno degli altri. Insomma non c’è da stare allegri. La gente comune – dinanzi ad una sorta di inerzia che dura almeno dal 2008 - è piuttosto rassegnata. Possiamo dunque trascurare il dato economico. Tutti si rendono conto che un altro governo non avrebbe fatto né molto meglio né molto peggio di quello che abbiamo avuto. E proprio per questo pesano di più i fattori umani.

Il grande merito di Gentiloni è avere smesso di sparare frottole e vantare progressi tanto mirabolanti quanto inesistenti. E questa è certamente la ragione del suo credito personale, infinitamente maggiore di quello di cui godeva il suo predecessore. Il popolo è credulone e gli si possono dare a bere molte cose, ma c’è un limite anche alla demagogia. Per non parlare degli infortuni targati Boschi ed Etruria. Dunque la ragione della caduta di consensi del Pd non va cercata nel comportamento dell’attuale governo ma precisamente – come ha giustamente intuito Folli – in fattori emotivi.

Il governo di Enrico Letta partì in sordina e si avviava a navigare in sordina. Sia perché il personaggio non è per sua natura clamoroso, sia perché quel governo nasceva in condizioni tanto difficili, che nessuno poteva presagire grandi imprese. L’imprevisto fu invece rappresentato dall’irruzione sulla scena di Matteo Renzi. Questo giovane aveva un atteggiamento del tutto diverso dagli altri e il suo approccio dirompente, nei confronti dei problemi, suscitò grandi speranze. In una situazione disperata nessuno può far nulla, ma il grand’uomo è proprio colui che supera i limiti noti, colui che riesce dove nessuno è riuscito, colui che rende possibile l’impossibile perché è capace di quello che oggi si chiama “pensiero laterale”. Cioè di vedere la soluzione fuori dalle regole: Alessandro Magno che, invece di sciogliere il nodo di Gordio, lo taglia con un colpo di spada.

Fu proprio questa la ragione del successo di Renzi. Appariva talmente diverso dagli altri, talmente eccezionale, da riscuotere un grande consenso anche al di là dei limiti del suo partito. Perfino anziani conservatori, se pure allarmati dalle dimensioni dei suoi progetti e delle sue promesse, gli aprivano un credito: “Quand’anche facesse la metà di ciò che dice, sarebbe un uomo eccezionale”. Ma questo fu soltanto il primo tempo dell’epoca renziana. Poi c’è stato il secondo tempo. Il momento in cui l’attesa si è prolungata, le promesse impossibili da mantenere sono state disattese, e la grancassa non ha smesso di tuonare, fino ad assordare e infine a disgustare.

E quando infine, percependo che il vento era cambiato, Renzi ha pedalato come un forsennato per ottenere il sì al referendum, ha ottenuto il risultato opposto. Una reazione violenta e spietata, che ha perfino compromesso le speranze di un futuro rinnovamento della Costituzione. La magia era finita e nulla è più acre della delusione.

Oggi viviamo un tempo in cui può avere un successo personale soltanto un uomo come Gentiloni, ma non con un partito infeudato a Renzi. La calamita del successo si è trasformata in calamita dell’insuccesso. Ecco – a mio parere – la ragione del calo di consensi del Pd. L’elettorato di sinistra è deluso e irritato. Il Mdp, addirittura, spera di costruire le sue fortune su questa irritazione.

Renzi non ha saputo approfittare del 2017 per cambiare personaggio. È rimasto auto-referenziale e pesantemente assertivo. L’Elba non gli è bastata e forse l’attende Waterloo. Peccato. Se si fosse fatto realmente da parte, per qualche tempo, sarebbe stato utile al suo partito e forse gli stessi dirigenti del Pd sarebbero andati a cercarlo, per offrirgli una seconda vita politica che, con un diverso stile, quell’energico politico potrebbe persino meritare.

giannipardo@libero.it

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elezioni 2018 sondaggi

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