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Elezioni 4 marzo: LeU nella trappola di Renzi?

Di Massimo Falcioni
Elezioni 4 marzo: LeU nella trappola di Renzi?

La scelta dell’assemblea lombarda di Liberi e Uguali di sbattere le porte in faccia al Pd dicendo “No” a Gori per correre da soli nelle regionali del 4 marzo travalica i confini territoriali, di partito e di schieramento. E’ un fatto politico che investe la regione più popolosa e avanzata d’Italia, con proiezioni su un voto dalle implicazioni più ampie e profonde, già altre volte incubatrice di processi politici che hanno modificato gli equilibri nazionali. La diatriba va ben al di là del nome del candidato e della politica locale, una diatriba dall’esito negativo scontato non essendo stato sciolto né in LeU né nel Pd e né tanto meno nel rapporto fra i due partiti, nessun nodo politico a livello nazionale. Se l’occasione fa il ladro, un candidato dal discusso e discutibile passato porta su un vassoio d’argento agli incendiari di turno la tanica di benzina per rinfocolare le fiamme lasciando che i vertici nazionali dei due partiti si rimpallino l’un l’altro il cerino acceso incuranti di essere nel bel mezzo di una polveriera. Tant’è. Gori, per altro apprezzato sindaco di Bergamo, è bocciato in quanto renziano doc della prima ora e addirittura, in precedenza, galletto di bel canto della migliore covata berlusconiana. Quasi una provocazione per i “cecchini” di turno, crogiolati nel tunnel dell’isolamento (nell’amarcord delle “Giunte rosse” e già attivi per le “giunte ombra”), anticipando il ko per la sinistra e il centrosinistra in Lombardia e non solo. E’ la quadratura del cerchio, la saldatura fra settarismo e infantilismo politico: non solo miopia ma un madornale errore politico. E’ un regalo che più regalo non si può per il centrodestra, adesso per nulla preoccupato dal forfait di Maroni e deciso – proprio grazie alle divisioni nella sinistra e nel centrosinistra – a puntare alla maggioranza in Italia nel voto delle politiche del 4 marzo.  

In tale situazione godono i “puri” del partito di Grasso che così ritengono salva l’identità della nuova compagine di sinistra decisa a rifiutare ogni convergenza per salvaguardare la propria ragion d’essere, la “diversità” dal pidì. Godono anche i “duri” del partito di Renzi che così faranno ricadere su LeU le colpe della sicura sconfitta in Lombardia e oltre confermando la loro convinzione sulla natura settaria dei “fuoriusciti” e sulla loro fobia anti Pd e anti Renzi.

La medaglia, si sa, ha sempre due facce. In questo caso pare proprio che a Renzi non dispiaccia quanto accaduto in Lombardia perché non interessato ad alleanze con la sinistra né a livello regionale né tanto meno a livello nazionale. Così LeU è caduto nella… trappola. Renzi considera il partito dei fuoriusciti dal Pd una zavorra, un covo di nostalgici di una sinistra sconfitta e perdente da cui stare lontano il più possibile, specie dopo il 4 marzo, per avere le mani libere e trattare con Berlusconi, senza l’ombra dei “comunisti”, per un inedito governo di larghe intese. Ma se sono proprio Berlusconi e Renzi a insistere nel rifiutare questo sbocco? Balle. E’ il solito bla-bla elettoralistico che può valere finchè le urne, non decretando né vinti né vincitori, imporranno un nuovo gioco. Nel nuovo scenario toccherà a Renzi e a Berlusconi (inedita maggioranza di governo Pd-Forza Italia con l’aggiunta dei relativi cespugli centristi) l’incombenza del… governissimo o di “larghe intese” in nome della governabilità e della salvezza del Paese. D’altronde, non è quello che sta accadendo in Germania con la Grande coalizione fra Cdu-Csu e Spd, con la Merkel e Schulzche nemici in campagna elettorale e prossimi amici nello stesso governo? E LeU? A Grasso, Bersani& compagni non resterà che il ruolo della “testimonianza”, liberi di gridare “contro” annunciando uniti dal tunnel dell’opposizione il sol dell’avvenire. Vale sempre l’ammonimento di Pietro Nenni “La politica non si fa con i sentimenti, figuriamoci con i risentimenti”.



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