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Politica
Elezioni anticipate: caro Salvini, ecco perché non ti convengono

Le elezioni anticipate sono da sempre una tentazione per il partito che pensa di vincerle. Anche se l’esperienza insegna che spesso i calcoli sono sbagliati: basterà ricordare il caso di Tony Blair. L’incertezza deriva dal tempo che passa fra il momento in cui si pensa di andare ad elezioni anticipate e il momento – inevitabilmente posteriore di qualche mese – in cui si va realmente alle urne. E infatti qualcuno ha detto che in politica sei mesi sono l’eternità. E non pensava a sei mesi eccezionali, pieni di avvenimenti imprevisti: sosteneva soltanto che, in quel lasso di tempo, non è strano che i sentimenti dei votanti cambino. Nella primavera del 2016 Matteo Renzi era così sicuro della sua popolarità che si impegnò a ritirarsi dalla politica, se al suo referendum costituzionale avesse prevalso il “No”. Voleva che ciò suonasse come una minaccia, e invece il popolo la prese come una promessa. Infatti ne approfittò per gridargli di togliersi di torno.

Se il principio è valido quando non avvengono fatti particolarmente significativi, figurarsi quando si apre un grande scandalo o si ha un improvviso tracollo economico. Allora sì, tra il momento in cui si è interrotta la legislatura e il momento delle votazioni, la situazione politica sarà interamente cambiata. Ecco perché a Matteo Salvini si dovrebbe consigliare di godersi questo momento di consenso. Come si dice, è inutile cercare guai, tanto “ci cercheranno loro”.

Del resto il suo consenso sembra legato a un momento contingente. I sondaggi danno la Lega ad inverosimili livelli di popolarità perché, da anni, gli italiani non ne potevano più della giaculatoria buonista secondo cui i migranti non potevano essere fermati. Anzi, bisognava vergognarsi di averlo desiderato. E così, vedendo che il vento è cambiato, molti sono felici della risolutezza di Salvini. Si sentono finalmente compresi e “vendicati”. Ma tutto ciò avviene a poco tempo dalla costituzione dell’esecutivo, cioè quando la gente pensa che “il governo non ha ancora avuto il tempo di far niente”. Ma questa sospensione del giudizio non durerà a lungo. Inevitabilmente, fatalmente, inesorabilmente bisognerà affrontare la realtà. I governanti dovranno destreggiarsi fra le possibilità reali e i loro programmi; i cittadini fra le promesse ricevute e le cose realizzate.

Qui i casi sono tre. Primo caso, la coalizione di governo mantiene le sue promesse e l’Italia riparte a razzo verso la prosperità economica. Se le cose andassero così, gli italiani sarebbero tanto grati a questa maggioranza da prometterle eterna fedeltà e voti a valanga. Se invece il governo prova a mantenere le sue promesse, ma gli viene spiegato che rischia di mandare a gambe all’aria la stessa Italia, e dunque si ferma, i più poveri e i più ingenui, quelli che si aspettavano la manna, saranno furenti. L’elettorato non sarebbe contento e chiunque invocasse elezioni anticipate sarebbe punito dagli elettori. Né molto cambierebbe se il governo facesse finta di mantenere le promesse, per esempio spendendo per il reddito di cittadinanza ciò che già si spendeva per scopi consimili. Otterrebbe  dall’Italia intera un coro di ironie e peggio. Se a quel punto, cercando di non condividere l’impopolarità, la Lega lasciasse il governo, il M5S, pur di non andare a votare, si alleerebbe con Belzebù, con Satanasso, con Lucifero o, ancor peggio, con Berlusconi. Al Pd, addirittura, farebbe ponti d’oro. E poiché il potere è una calamita irresistibile, non è detto che la manovra non riuscirebbe. Forse che in tutta la precedente legislatura non si è governato senza una vera maggioranza, e sostenuti da truppe mercenarie?

Il terzo caso è quello cui speriamo di non arrivare: la coalizione insiste per mantenere le sue promesse nelle dimensioni annunciate; i mercati reagiscono non comprando più i nostri titoli di credito; l’Italia va in default e noi usciamo (o siamo buttati fuori) sia dall’euro sia dall’Unione Europea. Ricchi premi e cotillon.

Come si vede, l’unico caso in cui alla Lega converrebbe chiedere nuove elezioni sarebbe il primo, ma proprio in quel caso sarebbe stupido che le chiedesse. Infatti con quei successi  la legislatura proseguirebbe col vento in poppa fino al 2023 e probabilmente fino al 2028. Perché contentarsi di sei anni di potere, quando se ne possono avere dieci?

Probabilmente, se mai parleremo di elezioni anticipate, sarà perché il governo è caduto, non perché qualcuno vuole andare all’incasso della popolarità. Il futuro in quel caso sarebbe estremamente incerto. Tutti dicono che l’opposizione è “morta”: ma si sbagliano. È morta in questo momento. Una volta che si scenderà sul concreto – e ciò comincerà già giorno 27, col Documento di Economia e Finanza – il M5S e la Lega la popolarità dovranno conquistarsela con i fatti e le parole non basteranno più. Anzi – come è avvenuto con Matteo Renzi – le parole potrebbero trasformarsi in un boomerang.

giannipardo1@gmail.com

 

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