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Politica
Elezioni, il flop di voti costa al Pd 19 milioni di euro

Il tracollo dei voti alle elezioni politiche costerà al Partito Democratico 19 milioni di euro. È questo il mancato incasso nel forziere del Nazareno per la legislatura che sta per iniziare, la prima con l’azzeramento dei rimborsi elettorali dallo Stato. Ogni parlamentare eletto, come impone lo statuto del Pd, ogni mese deve versare al partito un contributo di 1.500 euro. Il Pd - si legge sul Corriere della Sera - chiude questa legislatura con 378 tra deputati e senatori, i cui contributi, moltiplicati per i cinque anni della legislatura, hanno superato i 34 milioni. La batosta del 4 marzo, però, ha fatto precipitare il numero degli eletti a 165, con una proiezione sui 5 anni di circa 14,8 milioni di contributi. Il Pd non potrà quindi contare su un sostegno di ben 19 milioni. Così, oltre alla profonda crisi politica, i traghettatori del post Renzi stanno per far scattare una nuova raffica di tagli. E il primo passo, in autunno, potrebbe essere l’addio alla sede del Nazareno: l’affitto da mezzo milione di euro dell’immobile da tremila metri quadri in via Sant’Andrea delle Fratte non è più sostenibile. Il Palazzo del Collegio del Nazareno, costruzione del Seicento che ospitava la più antica scuola di Roma, è la casa del Pd dal 2009, cioè da quando Dario Franceschini prese le redini del partito, perché il loft affacciato sul Circo Massimo e scelto da Veltroni era troppo scomodo rispetto ai palazzi del potere.

Oltre alla ricerca di una sede con affitto più economico, sempre in autunno scadrà la cassa integrazione a rotazione per i 180 dipendenti. Il tesoriere Francesco Bonifazi dovrebbe sì riuscire a chiudere il bilancio 2017 con un attivo di circa un milione e mezzo (nel 2016 il rosso fu di 9,5 milioni, anche a causa della campagna monstre per il Sì al referendum), ma sempre con quell’orizzonte dei 19 milioni in meno di «incasso», seppur potendo contare su circa 6,5 milioni in arrivo dal 2 per mille, il partito dovrà affrontare una radicale riduzione del personale. E per rimettere i conti strutturalmente in pari, per i commercialisti, il numero dei dipendenti dovrebbe essere quasi dimezzato. La dieta imposta dalla sconfitta cambierà anche gli assetti dei gruppi parlamentari. Alla Camera il Pd aveva 135 dipendenti tra giornalisti, funzionari e segretari, che a fine legislatura per prassi escono con il licenziamento collettivo. Di questi potrà riassumerne una settantina o poco più, perché il contributo che la Camera assegna ai gruppi è di 49 mila euro a deputato e dunque il «tesoro» che tocca alle forze politiche è proporzionale al numero di eletti. Il pattuglione dem ha perso oltre 180 deputati rispetto al 2013, che in soldoni sono 8,5 milioni di euro in meno. E lo stesso doloroso calcolo, che mette in gioco la metà dei posti di lavoro, va fatto per il Senato.

Ieri, intanto, sono partiti i decreti ingiuntivi da parte del tesoriere Bonifazi, che, tra i morosi del Pd e gli scissionisti passati a Leu, dovrebbe recuperare tramite il tribunale oltre un milione e mezzo. Tra i destinatari della richiesta c’è anche Pietro Grasso, che deve al Pd circa 85 mila euro: «Per lui abbiamo pensato a una rateizzazione: 15 rate da 4.162,50 euro e la maxirata finale da 20.812,50 euro — scrive sarcastico Bonifazi sui social —. Un’offerta imperdibile». Intanto, languono anche i conti della Fondazione Open: nel forziere e braccio operativo di Renzi i contributi si sono ridotti al lumicino rispetto a quando i finanziatori più importanti staccavano assegni anche da 100 mila euro a volta.

 

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