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Politica
Flat Tax,Davigo:"Rischia di essere una boutade".Stoccate alla politica 5S-Lega

DAVIGO: CONDONO? BUROCRATI ESEGUONO QUELLO CHE LA POLITICA ORDINA

“Certe norme sono state scritte deliberatamente. I condoni sono sempre stati scritti dalla politica poi i burocrati fanno quello che la politica ordina”. Lo ha dichiarato Piercamillo Davigo, Presidente della II Sezione Penale presso la Corte suprema di Cassazione, ospite di Klaus Davi nel programma KlausCondicio, online su YouTube (https://www.youtube.com/user/klauscondicio). “La decisione politica è di fare un condono come quello del 2009 – continua Davigo, autore del libro «In Italia violare la legge conviene». Vero! edito da Laterza – con la dichiarazione integrativa per cui uno è al riparo da ogni accertamento, da ogni controversia, se integra tale dichiarazione che ha fatto con una percentuale di quello che ha dichiarato, cioè più ha evaso e meno paga. Se ha fatto una dichiarazione infedele al 50% deve pagare una certa somma, se l’ha fatta al 5% del suo reddito non paga niente perché si fonda su quello. Non è commisurata all’evaso accertato o accertabile, quindi queste qui sono scelte esclusivamente politiche”.

DAVIGO: NO ALLA PACIFICAZIONE FISCALE, MESSAGGIO SBAGLIATO

La pacificazione fiscale è un errore grave perché manca il cash. Se manca il cash è perché c’è l’evasione. Il messaggio che si manda è ‘se non paghi prima o poi arriverà un altro condono’. Stesso discorso per il condono edilizio: se le case abusive venissero abbattute nessuno più le costruirebbe, se invece vengono sanate con un condono tutti continuano a costruire case abusive perché tanto arriverà il condono”, ha aggiunto poi Davigo.

DAVIGO: FLAT TAX RISCHIA DI ESSERE BOUTADE

Se la flat tax significa pagare meno per pagare tutti va benissimo, se invece vuol dire soltanto ‘riduciamo le imposte’ è una boutade perché con questo debito pubblico non si possono abbassare le tasse, questo è il problema di fondo”, spiega poi Davigo sul tema fiscale. “Gli italiani fingono di ignorare che il debito pubblico non si possa non pagarlo – ha continuato Davigo– Tra l’altro c’è un’anomalia tutta italiana che fa infuriare altri Paesi europei, segnatamente la Germania che dice, e qui ha ragione, ‘voi avete uno Stato indebitato ma i vostri cittadini sono ricchi’: in Italia oltre l’80% dei cittadini ha le proprietà della casa e risparmi mentre all’estero gli Stati non sono indebitati ma le famiglie sì perché comprano le case (e non solo) a rate”.

DAVIGO: CODICE APPALTI PENALIZZA AZIENDE ONESTE

No al codice degli appalti. È stato varato con normative molto stringenti, gli imprenditori si lamentano e hanno ragione perché alle imprese per bene vengono imposti terribili adempimenti con annesse difficoltà enormi e non serve a niente dato che le imprese meno oneste, quelle che fanno i cartelli, continuano a fare i cartelli, codice degli appalti o non codice degli appalti, è irrilevante quello che c’è scritto”, ha detto poi il magistrato. “Il mondo reale è quello dei cartelli – ha continuato Davigo – se si vuole mettere fine ai cartelli non si deve scrivere il codice degli appalti bensì bisogna mandare un ufficiale di polizia giudiziaria che si finga imprenditore a partecipare ad una gara di appalto e quando gli diranno ‘questa gara tu non la devi vincere’ li arrestano perché negli altri Paesi si fa esattamente questo, perché è previsto dalla convenzione delle Nazioni Unite e perché bisogna mettersi in testa che la turbativa d’asta è un reato grave quanto la corruzione”.

DAVIGO: A PAVIA RICEVETTI UN’EDUCAZIONE CULTURALMENTE MAFIOSA

“Io sono originario di un piccolo comune in provincia di Pavia dove ho fatto le scuole elementari e dove ho ricevuto una formazione culturale di tipo mafioso, dalla quale ho impiegato anni a liberarmi perché quando il maestro usciva dalla classe lasciava il capoclasse col compito di segnare alla lavagna i buoni e i cattivi; il capoclasse andava alla lavagna, tirava una riga e scriveva buoni da una parte e cattivi dall’altra. I buoni li segnava sulla base di criteri clientelari, chi gli dava la cioccolata o gli prestava il suo pallone, i cattivi non li segnava mai”, ha raccontato ancora il presidente della II Sezione Penale presso la Corte suprema di Cassazione.

DAVIGO: NON MI PIACE STARE A ROMA, VIVO IN CASERMA

“Torno a Milano appena posso, quando sono a Roma vivo alla foresteria dell’esercito quindi non frequento la città. Io sono qui da tredici anni e il progressivo deteriorarsi dello stato stradale non è un buon segno”, ha commentato Davigo. E alla domanda di Klaus Davi “È solo colpa della classe dirigente o anche di noi cittadini?”. Il magistrato ha risposto: “La classe dirigente deve dare il buon esempio ma qui raramente lo fa: quando capitò il caso di quel parlamentare trovato con due ragazze e la cocaina, il segretario del suo partito disse che c’era il problema di dargli un’ulteriore indennità, cose che non si possono sentire”. Davigo ha poi concluso: “Non mi piace stare a Roma, ci sto il tempo necessario per lavorare poi mi porto i fascicoli e lavoro a casa perché ogni attività a Roma chiede il doppio tempo di qui a Milano”.

SAN LUCA: DAVIGO, ‘NDRANGHETA E CORRUZIONE INTIMIDISCONO PERSONE PER BENE

“La responsabilità è complessiva, è ovvio che se si crea una situazione in cui tutto funziona male, in cui c’è il crimine organizzato esportato in tutto il Paese e in cui c’è il voto di scambio le persone per bene tendono a stare lontano dalla politica perché si impressionano, e hanno ragione”, ha dichiarato Davigo, rispondendo a una domanda del massmediologo sul fatto che a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, non si voti da oltre 5 anni.

DAVIGO: STADIO ROMA? NON C’È SUFFICIENTE REPRESSIONE

Non c’è repressione efficace. In Italia non si fa come negli altri Paesi dove reprimono seriamente questi reati. In primo luogo, sostanzialmente nessuno sconta le pene per questi reati. Già sono pochissimi i condannati perché comunque fino a 4 anni di reclusione si viene affidati ai servizi sociali. Tra l’altro, anche quale pena residua di maggior pena, per cui se uno ha fatto qualcosa di custodia cautelare si arriva a 4 anni e mezzo, 5 anni, e non si va in carcere. Non c’è un messaggio di deterrenza per le classi dirigenti che sono attentissime al rapporto costi-benefici. Se sanno che ci sono pene certe non li commettono determinati reati”, ha concluso il magistrato lombardo, rispondendo infine a una domanda sul caso dello Stadio di Roma.

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