Genchi schedava servizi segreti, Csm e Quirinale

Venerdì, 13 febbraio 2009 - 08:25:00




Il mega-contenitore di tabulati telefonici di Gioacchino Genchi è un archivio informatico "imponente", con dati su "un grande numero" di cittadini italiani mai indagati, e non è stato distrutto. A spiegarlo è il presidente del Copasir (comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) Francesco Rutelli che ha consegnato ai presidenti di Senato e Camera il documento sui rischi per l'efficienza dei Servizi di sicurezza emersi dalle audizioni svolte a gennaio. Politici, alte cariche istituzionali, ma anche i membri del Consiglio superiore della magistratura risultano schedati. E non si contano gli 007 intercettati senza alcuna garanzia.

Rutelli parla di "lacune e criticità che hanno comportato rischi per l'efficienza dei servizi segreti", ma la palla passa ora al Parlamento, mentre il Comitato lavora a una seconda relazione relativa ai tabulati in cui sono indicate anche le

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utenze di parlamentari e alte figure istituzionali. Il Copasir sottolinea però la "preoccupazione per le ripercussioni che l’eco di questa vicenda può avere sulla sicurezza delle comunicazioni tra appartenenti ai Servizi di informazione e loro interlocutori esterni al sistema della sicurezza, siano essi operatori della sicurezza o fonti informative" e sulla "credibilità delle nostre agenzie nei loro rapporti con gli omologhi organismi di intelligence degli altri Paesi".

"L'acquisizione di dati che riguardano centinaia di migliaia di cittadini, il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del capo dei servizi segreti italiani (Nicolò Pollari, direttore del Sismi fino al 15 dicembre 2006, ndr), l'ottenimento dei tabulati del capo della investigazione contro la mafia (all'insaputa dello stesso pubblico ministero che conduceva le indagini) sono alcuni tra i principali elementi dirompenti che abbiamo accertato e che meritano una riflessione molto severa" ha detto l'esponente del Pd.

Nell'archivio Genchi, consulente in varie inchieste giudiziarie tra cui "Why Not" e "Poseidone" dell'ex pm Luigi de Magistris, c'erano anche "52 utenze telefoniche fisse e mobili riconducibili al Consiglio superiore della magistratura e di 14 utenze fisse del Segretariato generale della presidenza della Repubblica", spiega il Copasir, oltre a quelle del procuratore nazionale antimafia, di magistrati della Direzione nazionale antimafia e della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, di tredici parlamentari, tra cui l'allora presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro e il viceministro dell'Interno e il ministro della Giustizia, di cinque partiti o gruppi politici, della Camera e del Senato (segreteria del presidente), dei vertici della Guardia di finanza, del capo degli ispettori del ministero della Giustizia e dell'ambasciata degli Stati Uniti in Italia.

Tra i tabulati acquisiti da Genchi c'erano anche quelli relativi alle utenze di Giuliano Tavaroli e Fabio Ghioni, ex responsabili della security di Telecom e Pirelli e coinvolti nell'inchiesta sui dossier illegali, e all'utenza di Adamo Bove, responsabile della sicurezza di Telecom Italia Mobile, mai indagato e morto suicida a Napoli nel luglio 2006.

Nella relazione il Copasir evidenzia che per accertamenti così delicati come quelli svolti da Genchi è meglio utilizzare le forze di polizia piuttosto che consulenti privati, perché c'è il rischio che si formino vere e proprie banche dati "al di fuori di ogni controllo". Nel documento viene sottolineato "il rapporto che si viene a instaurare tra il pubblico ministero e un consulente, che non si limita a rispondere ai quesiti del magistrato, ma che svolge vere e proprie indagini con valutazioni e suggerimenti". Il comitato rileva anche che "non sussistono regole che forniscono sufficienti garanzie sulla conservazione dei dati acquisiti e sulla loro distruzione quando si rivelano estranei all'indagine". Nel caso specifico Genchi ha "trattenuto copia integrale del materiale informatico acquisito nel corso delle indagini da lui svolte per la Procura di Catanzaro".

Giacchino Genchi, vicequestore della polizia in aspettativa sindacale da circa 10 anni e consulente di molte Procure, vive in un bunker tecnologico di 500 metri quadri in un seminterrato di Palermo. Nel 1988 era capo della Direzione della zona tlc del ministro dell'Interno della Sicilia occidentale, voluto dall'allora capo della polizia Vincenzo Parisi. Nell'indagine sulla strage di Via D'Amelio controllò oltre due miliardi di tracce.

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