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Politica
Gentiloni, risorsa post voto o “ostaggio” di Renzi e Berlusconi?

Nel rito di fine legislatura ben orchestrato costituzionalmente dal Colle è Paolo Gentiloni a rimanere sotto i riflettori quale premier “nel pieno delle sue funzioni” ma sono Renzi e Berlusconi a tirare i fili della campagna elettorale nella prospettiva di dare uno sbocco politico-istituzionale al voto del 4 marzo 2018. Se l’essere garbato e concreto (con quel tocco di umiltà di cui si era persa traccia) tornasse ad essere una virtù politica e se l’essere autorevole interprete di una “forza tranquilla” fosse espressione di leadership e producesse consenso non ci sarebbe storia, con Gentiloni candidato premier del Partito Democratico, con buone chances alle urne. Ma, si sa, con il consenso formato da partiti personali o padronali - scatole vuote ad uso e consumo di segreterie oligarchiche e autoreferenziali - e con una legge truffa qual è il Rosatellum, sono i capi partito a stilare le liste dei candidati alle elezioni premiando o bocciando a seconda di interessi per lo più di parte e personali. Così, pur dall’alto dello scranno di Palazzo Chigi, non sarà Gentiloni a dare le carte, né prima né dopo il voto del 4 marzo, rischiando, anzi, di trasformarsi in una pedina mossa da altri: un “Re travicello” pro tempore nella tenaglia fra Renzi e Berlusconi.

Nel Pd privo della cultura della mediazione e della sintesi politica comanda uno solo e Renzi troverà cause esterne e i capri espiatori cui addossare l’annunciata sconfitta alle urne. Nel pidì si teme la debacle e la fronda di delusi e scontenti punta alla resa dei conti dopo il 4 marzo evocando il Midas del 16 luglio 1976 quando nel Partito socialista ci fu la congiura degli apparatcnicki quarantenni che disarcionò il segretario De Martino con Craxi nuovo leader capace di rifondare il Psi condannato a morte certa. In questo Pd ridotto a fan club renziano e con Gentiloni imbrigliato nel suo ruolo istituzionale dov’è oggi il Craxi che allora spezzò l’accerchiamento di due colossi quali il Pci e la Dc e – al di là dei tanti limiti ed errori – aprì un nuovo corso politico alla cui base c’erano spinte importanti di forze sociali e culturali, proposte e riforme strutturali per affrontare i problemi economici e civili del Paese, scelte innovative e lungimiranti di politica internazionale? Qui il rischio è che, al di là delle parole e del metodo diversi fra Gentiloni e Renzi, la sostanza resti la stessa nel Pd e fuori, non cambiando la realtà di crisi del Paese e, di fatto, non togliendo spazi al populismo del M5S e delle destre e non riducendo l’astensionismo elettorale.

Da qui al giorno del voto non cambierà niente nel Partito Democratico: Renzi non farà nessun passo indietro e il Pd non chiederà a Gentiloni di candidarsi nel ruolo di premier del rabberciato centrosinistra di governo. Dunque, una campagna elettorale che accentuerà le divisioni nel Paese in vista di un voto difficile per l’incerta governabilità che porta con sé. Saranno il capo del Pd da una parte e il capo di Forza Italia dall’altra a giocarsi davvero la partita che conta, utilizzando alleati e avversari in funzione dello stesso unico obiettivo finale per entrambi: essere determinanti per la formazione della nuova maggioranza di governo, condizionandone leadership, contenuti programmatici e composizione negli assetti di potere. In caso di un risultato senza né vinti né vincitori Gentiloni rimarrebbe premier con un esecutivo di transizione (per fare una nuova legge elettorale e non solo, tornando alle urne in autunno) sostenuto da una maggioranza incentrata su Pd e Forza Italia aperta al contributo dei cespugli centristi e anche di LeU. Una ipotesi “obbligata” ma non priva di rischi, con un Paese nelle sabbie mobili di una transizione che di ventennio in ventennio promette di cambiare tutto lasciando tutto come prima. Comunque una soluzione per evitare il caos e anche – perché no! – per far decantare una situazione che ha bisogno di tempo per rimuovere dalle fondamenta il quadro politico ridefinendo partiti, leadership, alleanze, le loro identità e collocazioni, facendo capire bene agli italiani qual è il partito che li rappresenta sul piano ideale e culturale e anche su quella della rappresentanza sociale e dei propri interessi economici. Se invece la delusione, il disorientamento, l’antipolitica dovessero evolvere passando dall’astensionismo al voto in massa al M5S allora l’Italia imboccherebbe una via sconosciuta, ad alto rischio. Ci sono oggi, a sessanta giorni dal voto, partiti capaci di essere alternativi a questa prospettiva presentandosi con valori, idee, programmi, uomini credibili? Chi ha più filo tesserà la tela.

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