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Geopolitica
"CinAfrica: infrastrutture e sviluppo. Il modello di Pechino si prende il Sud"

Molti credono che l'Africa sia solo un problema. Invece è anche, anzi soprattutto un'opportunità. Lo racconta bene Lorenzo Riccardi, Managing Partner della società di consulenza RsA, specializzata in Paesi emergenti, ed esperto di investimenti italiani o esteri in Cina e di investimenti cinesi in Italia, Europa o Paesi terzi. Riccardi, che ha viaggiato in tutti e 54 i Paesi africani e vive a Shanghai da 13 anni, racconta in un'intervista ad Affaritaliani.it tutto quello che c'è da sapere sulla cosiddetta CinAfrica ma anche sulle manovre commerciali e diplomatiche di Pechino.

Lorenzo Riccardi, com'è cambiata la Cina in questi 13 anni?

Lorenzo Riccardi copertinaLorenzo Riccardi
 

Lorenzo Riccardi vive da 13 anni a Shanghai, dove è Managing Partner della società di consulenza RsA, specializzata in Paesi emergenti. Insegna fiscalità alla Shanghai JoaoTong University e ha ricoperto diversi ruoli in istituzioni, compagnie multinazionali e organizzazioni non-profit. Il 1° dicembre presenta, in collaborazione con la African Chamber of Commerce, il convegno ChinAfrica Journey, dove racconta il suo viaggio in tutti e 54 i Paesi africani attraverso fotografie, mappe e dati geo-economici. Un  viaggio che rientra nel suo progetto 200 Economies.

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Tredici anni fa la Cina era già una delle economie più importanti al mondo e aveva una evoluzione e un ruolo già simile a quelli di oggi. Una città come Shanghai era già una città verticale, simbolo di questo modello di sviluppo economico. Sono oltre 20 anni che esiste Pudong. Insomma, 13 anni fa la Cina e Shanghai avevano la medesima modernità di oggi. Nel frattempo, però, l'economia cinese è diventata più sofisticata e più avanzata. Dalla fabbrica del mondo si è passati a un'economia orientata ai servizi. Il grande cambiamento pratico è che, per esempio, 13 anni fa era possibile atterrare a Hong Kong e in un'ora di tempo ricevere un visto business a ingresso multiplo della durata di un anno. Nessun altro Paese era così elastico. Oggi la situazione è ovviamente diversa: quasi come negli Stati Uniti, bisogna avere una formazione elevata, non essere né troppo giovani né troppo senior e soprattutto portare valore aggiunto. La Cina si è evoluta nel proprio modello di sviluppo economico e filtra sia le persone sia gli investimenti, che devono essere di qualità. Questa è la differenza sostanziale rispetto a quanto accadeva prima. Nello stesso tempo è aumentato il costo del personale, mentre la Cina si parametra sui propri partner commerciali, calibrandosi sui trend americani, tedeschi o di altri Paesi dell'Unione europea. Per quanto posso testimoniare io direttamente, per quanto riguarda la fiscalità la Cina ha seguito i principi contabili americani o comunque gli esempi delle prime economie mondiali. D'altronde ora la Cina è pienamente inserita nello scenario globale, ancora di più dopo che il presidente Xi Jinping ha lanciato la Belt and Road, che per qualcuno è un progetto di marketing per lanciare il brand della Cina su scala mondiale, per altri un progetto insieme commerciale e diplomatico, per altri ancora unicamente un progetto di geopolitica che mira alla variazione degli equilibri precostituiti. E c'è poi chi la definisce il più grande progetto economico del secolo.

Secondo lei qual è l'aspetto principale della Belt and Road?

Ritengo che l'aspetto diplomatico sia fondamentale. Anche laddove in alcuni Paesi il Return on Investment (ROI) non è positivo, è comunque certo il ritorno dal punto di vista diplomatico. Per quanto riguarda l'aspetto economico, molti analisti sottolineano come in futuro i Paesi emergenti supereranno il G7 in termini di Pil aggregato. Vero che la Belt and Road ha tra i suoi membri anche l'Italia ed è presente anche in Europa ma punta maggiormente a regioni emergenti come Africa, Sud Est asiatico, Sudamerica e Asia Centrale. E lo fa in modo calcolato. La popolazione del Sud del mondo e la crescita economica da oggi al 2050 porrà queste regioni al centro del palcoscenico globale. E' invece più complesso per la Cina scardinare l'influenza americana presente in altre regioni. La Cina è presente su teatri multipli, ma punta soprattutto a essere il leader del Sud del mondo. C'è dietro un semplice quanto intelligente calcolo numerico: il famoso summit Cina-Africa si è tenuto tra un Paese e 54 membri di un continente, 53 per l'esattezza con l'eccezione di eSwatini. l'unico Paese africano a non avere ancora relazioni diplomatiche con Pechino. Sono 53 Paesi coi quali puoi avere un dialogo e una cooperazione diplomatica, il numero in proporzione più alto all'interno delle Nazioni Unite. A ogni modo, da qualsiasi angolazione si voglia osservare la Belt and Road, non si può negarne la rilevanza. Oggi vi sono coinvolti 140 Paesi, e ricordo che in totale i Paesi delle Nazioni Unite sono 193. Significa che la Cina ha 140 Paesi che possono essere alleati o comunque Paesi coi quali coltivare relazioni diplomatiche.

Si va verso un mondo diviso in due modelli contrapposti tra Nord e Sud?

C'è chi definisce il mondo odierno come G0, senza alcun vero leader che determini una direzione, una sorta di non ordine mondiale o caos. Io invece credo che siamo in un G2, dove Washington e Pechino determinano decisioni in regioni contrapposte. Auspico e spero si vada verso un mondo G200, con un interesse comune alla cooperazione e allo sviluppo. Nel medio periodo credo però che la trade war e la contrapposizione tra le prime due economie globali rimarrà costante, indipendentemente dal cambio del presidente degli Stati Uniti o meno. Anche un altro presidente che non sia Trump contrasterebbe lo sviluppo cinese, anche perché la Belt and Road, oltre a influenzare e mettere in relazione la Cina con una moltitudine di Paesi nel Sud del mondo, crea anche rotte alternative a quelle controllate dagli Usa o dai Paesi alleati con l'asse occidentale.

Perché il modello cinese sembra funzionare meglio di quello americano nel Sud del mondo?

Io ho viaggiato in tante regioni, tutte interessanti. Per esempio nel Pacifico o nei Caraibi, dove ci sono una lunga serie di micro stati che da un punto di vista economico, presi singolarmente, hanno un valore in termini assoluti minore rispetto ai Paesi di altre regioni. Ma la Cina pone attenzione assoluta a ognuno di questi microstati. Pechino ha appena offerto a Tuvalu (la più piccola economia del mondo con 11 mila abitanti e 50 milioni di dollari americani di GDP ma allo stesso tempo membro delle Nazioni Unite) la costruzione con fondi cinesi di isole artificiali che possono salvarla dalle minacce del cambiamento climatico. Nonostante questo, almeno per ora Tuvalu ha deciso di non allacciare relazioni diplomatiche con Pechino e mantenerle con Taipei. Ma è un esempio significativo per capire su come Pechino punti su ogni microstato per il proprio sviluppo, una strategia che gli Stati Uniti hanno abbandonato da tempo. Il recente viaggio di Pompeo nel Pacifico per rilanciare i rapporti diplomatici è stato piuttosto deludente, e negli scorsi mesi le Isole Salomone e Kiribati hanno rotto i rapporti con Taipei e sono passati con Pechino. Insomma, gli Stati Uniti non mi pare stiano sviluppando una grande politica internazionale, si chiudono e puntano su sistemi legati ancora alle basi militari.

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Dal report ChinAfrica Journey di Lorenzo Riccardi

Su quali basi si struttura la presenza cinese in Africa?

Ho fatto molteplici viaggi lungo tanti anni, toccando tutti e 54 i Paesi africani. Ma bastano già pochi viaggi per notare come la Cina abbia investito nel continente. Lo fa in modo calcolato, perché l'Africa ha il maggior numero di membri delle Nazioni Unite ed è il continente con la crescita demografica maggiore al mondo, rappresentando dunque il futuro dello sviluppo economico del pianeta, contando tra l'altro su una popolazione molto giovane. Entro il 2050 la Nigeria supererà gli Stati Uniti per numero di abitanti. La Cina guarda il ranking di questi Paesi e lo usa come bussola per i propri investimenti. Ha una presenza particolarmente rilevante, dunque, nei Paesi più ricchi dell'Africa come Nigeria, Sudafrica, Egitto, Angola, Marocco e Algeria. Oggi un terzo dei ricavi della Cina al di fuori del proprio territorio arriva proprio dall'Africa, continente dove Pechino ha circa tremila progetti infrastrutturali.

Quanto è compatibile la presenza cinese con la società africana?

Questo è un tema sensibile, capita viaggiando in Africa di percepire un sentimento contrario alla Cina perché le popolazioni sono preoccupate da questa avanzata e sembrano preferire la presenza europea. Ma la realtà è che in Africa ci sono ponti, ferrovie, autostrade, porti che vengono costruiti dalla Cina e che rimarranno nel tempo, mentre della presenza francese o britannica del passato è rimasto poco o niente. La Cina ha creato 300 mila nuovi posti di lavoro ed è il Paese con il maggior numero di cittadini in Africa, incidendo profondamente sullo sviluppo interno di questi Paesi. E la Cina ha un tipo di sviluppo che è più compatibile con quella dei Paesi africani e in generale dei Paesi emergenti. Se si atterra ad Algeri si atterra in un nuovo aeroporto costruito da società cinesi. La più grande moschea d'Africa, che si trova sempre in Algeria, è stata sempre costruita dai cinesi. Addis Adeba, che si può considerare per certi versi la capitale del continente, ospita la sede della Commissione delle Nazioni Unite per l'Africa e quella dell'Unione Africana, sempre costruita da aziende cinesi. E sono solo alcuni esempi di una serie interminabile di investimenti che riguarda trasversalmente tutto il continente. La ferrovia da Mombasa a Nairobi è solo uno dei simboli più celebri della presenza cinese in Africa, ma il più grande progetto economico è una rete ferroviaria costiera in Nigeria, il cui investimento totale è superiore ai 12 miliardi di dollari americani. E poi c'è un rapporto speciale con i Paesi dalla tradizione politica socialista, come Angola e Mozambico.

Senza titolo 2Dal report ChinAfrica Journey di Lorenzo Riccardi
 

Quali sono i vantaggi per l'Africa?

Ho già parlato delle infrastrutture e dei posti di lavoro. In particolare, va sottolineato l'aspetto logistico, con i trasporti e le ferrovie costruite grazie agli investimenti cinesi che hanno collegato zone e Paesi che altrimenti erano separate da frontiere invalicabili, per esempio per la presenza di gruppi terroristici. Le popolazioni locali hanno e avranno benefici evidenti dalla partecipazione alla Belt and Road: ci saranno frontiere valicabili, ci sarà scambio di merci. Finora i voli interni in Africa sono i più costosi al mondo. Il fatto di creare collegamenti crea sviluppo economico e tecnologico. Basti pensare al fatto che jack Ma ha viaggiato in Ruanda, portandosi dietro trenta miliardari cinesi per promuovere progetti di investimento. E il tessile si sta già spostando dal Bangladesh o dal Pakistan all'Africa orientale. Già oggi tante multinazionali guardano all'Etiopia, al Kenya o al Madagascar. 

Quali sono invece i rischi? Si è parlato spesso di "trappola del debito".

Rischi ce ne sono da entrambe le parti. Per la Cina c'è il rischio di un mancato ritorno economico, anche perché la Belt and Road tocca Paesi e regioni toccate da guerre civili o conflitti interni, come Yemen, Afghanistan, Somalia o Siria. C'è poi anche il rischio di una distanza culturale troppo forte, che può anche portare all'avversità verso gli investitori cinesi. Per i singoli Paesi sicuramente la "trappola del debito" è un elemento di cui tenere conto, ma uno dei principali fattori di rischio che di solito vengono descritti - la possibile costruzione di basi militari cinesi in porti stranieri a causa del debito - mi pare quantomeno discutibile. A oggi ci sono 800 basi militari statunitensi all'estero e una sola base militare cinese, a Gibuti. A oggi il tipo di strategia di Pechino è pacato e di lunghissimo periodo e non determina mai interventi netti o reazioni forti ma, appunto, un sistema di relazioni che viene sedimentato nel lungo periodo. Si dice spesso che per l'Africa il rischio è quello di passare dal colonialismo europeo a quello cinese, ma al momento la Cina sta lasciando infrastrutture e opere che dureranno nel tempo. E il tipo di influenza cinese è meno invasivo di quello statunitense perché punta all'economia e non alle risorse militari.

L'Italia ha fatto bene ad aderire alla Belt and Road?

Ho incontrato il presidente Conte in occasione del Belt and Road Forum a Pechino lo scorso aprile e in quell'occasione gli ho detto che entrare nel progetto è stata una delle migliori decisioni del governo. Come dato oggettivo, essendo io un fiscalista, posso constatare che dal punto di vista pratico ci sono già dei benefici. Contestualmente al memorandum of understanding, infatti è stato siglato un nuovo accordo sul controllo di imposizioni tra Italia e Cina che dimezza l'impatto fiscale negli investimenti tra i due Paesi. Un accordo che ci si attendeva dal 1983. Questo accordo deve poi essere ratificato ed entrare in vigore ma è già qualcosa di tangibile. Se si guarda però alla bilancia commerciale, almeno per il momento la situazione è peggiorata e non migliorata.

Secondo lei come mai?

In molti ritengono che ci sia stato un cambio di passo da parte dell'Italia, che prima ha siglato il MoU e poi si è immediatamente relazionata con gli Stati Uniti, mostrando di essere sempre legata a Washington più che a Pechino, e frenando su aspetti come il 5G e le telecomunicazioni. Questo forse ha raffreddato un po' la Cina. Pechino ha inserito l'Italia tra gli ospiti d'onore del China International Import Expo di Shanghai, ha organizzato un festival del cinema italiano a Shanghai con un numero di film quintuplicato rispetto all'anno precedente. Possono sembrare aspetti marginali da un punto di vista economico, ma sono segnali importanti che simboleggiano un'importante apertura di credito. E in ogni parco industriale l'Italia ha un occhio di riguardo. Il punto è che bisogna dare continuità, l'Italia deve dare continuità alla sua linea, senza fare un passo avanti e due indietro. Il fatto che l'ambasciatore in Cina Sequi sia stato nominato capo di gabinetto alla Farnesina è un buon segnale, fatto forse per bilanciare tra il rapporto con Washington e quello con Pechino. Nel 2020 si celebrano i 50 anni di relazioni bilaterali tra Italia e Cina e sarà anche l'anno del turismo Italia Cina. Servono lavoro continuo e unità di intenti. Ma ulteriori variazioni di governo potrebbero influire. 

Con il governo Conte bis ha visto dei passi indietro sulla Cina?

Non credo che il Pd voglia passi indietro, nei governi passati anche Gentiloni e Renzi hanno portato diverse attività per promuovere le relazioni con la Cina. Vivendo a Shanghai, vedo che praticamente ogni mese c'è un incontro con un ministro o un sottosegretario italiano per un evento più o meno importante. La settimana scorsa sono venuti Scalfarotto e Attilio Fontana, questa settimana il ministro Fioramonti. Da questo punto di vista, le relazioni e gli scambi sono rimasti sempre costanti. Al momento dunque non posso dire ci sia stato un cambio di orientamento politico. Spero non si cambi passo.

Ritiene che si sia agli albori, oppure già dentro, una seconda guerra fredda nella quale saremo costretti a scegliere da che parte stare?

Credo che la relazione di contrasto tra Stati Uniti e Cina sarà un fenomeno di lungo medio periodo, indipendentemente dall'aggressività che ha avuto Trump. Temo che il rapporto rimarrà conflittuale sulla tecnologia, sulla Belt and Road, sull'influenza geopolitica in diverse regioni del mondo. Poi non credo che questo scenario possa essere equiparato a una guerra fredda, perché lo scenario e i criteri di sviluppo odierni sono diversi da quelli che avevano portato allo scontro tra Usa e Urss.

Quali possono essere le conseguenze della crisi di Hong Kong?

Considero la crisi di Hong Kong all'interno della trade war. Non ho elementi sufficienti per dire se davvero, come sostiene Pechino, ci sia un'influenza occidentale o americana su quanto sta accadendo nell'ex colonia britannica, ma sicuramente gli Stati Uniti sono riusciti bene nell'utilizzare questa crisi. Hong Kong riveste ancora un ruolo molto importante per Pechino: se si guarda il totale degli investimenti esteri nei vari Paesi del mondo, i dati aggregati di Hong Kong e Cina continentale sono quasi equiparabili a quelli degli Stati Uniti. H0ng Kong è ancora la porta d'ingresso per la Cina e il veicolo con cui Pechino investe verso l'estero. Colpire Hong Kong significa colpire Pechino. Io creco che la Cina gestirà con distacco e con tempi lunghi la crisi, senza alcun tipo di intervento diretto, ma la cosa negativa è che si è creato un sentimento non positivo tra la regione di Hong Kong e la Cina continentale. E' verosimile che la Cina ridurrà l'importanza del ruolo di Hong Kong e aumenterà quella di Shenzhen o Shanghai.

twitter11@LorenzoLamperti

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