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Geopolitica
"Hong Kong, la linea della non ingerenza segnala a Pechino che ci ha in pugno"

Da Hong Kong a Taiwan, passando per la Via della Seta e per i rapporti con Italia e Unione europea. Lucrezia Poggetti, ricercatrice presso il Mercator Institute for China Studies (Merics) di Berlino, analizza le tematiche geopolitiche e commerciali legate alla Cina in un'intervista ad Affaritaliani.it. A partire dalla situazione nell'ex colonia britannica, dove le elezioni dei Consigli distrettuali ha registrato una netta vittoria del fronte pro democratico. Dall'inizio delle proteste a Hong Kong, l'Europa è intervenuta si è al momento espressa con una risoluzione non vincolante del Parlamento europeo lo scorso luglio e con una dichiarazione dell'Alto Rappresentante prima delle elezioni e a seguito degli scontri presso il Politecnico, in cui si chiedeva il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti dei protestanti, nonché del grado di autonomia di Hong Kong previsto dalla Basic Law, con l'Ue che si era messa a disposizione nel sostenere le parti interessate a un dialogo e a una de-escalation. Ora il tema Hong Kong entra anche nel dibattito politico italiano, con una conferenza stampa al Senato e una risoluzione che verrà presentata la prossima settimana in Parlamento. Due appuntamenti che potrebbero mettere in evidenza le differenze all'interno del governo in materia di politica estera.

Quale sarebbe il modo giusto per provare a relazionarsi con Pechino su Hong Kong?

I Paesi europei hanno finora faticato a relazionarsi con Pechino su Hong Kong, se non esprimendosi attraverso dichiarazioni ufficiali a sostegno del rispetto per i diritti e le libertà fondamentali dei protestanti e per l’autonomia garantita a Hong Kong da “un paese, due sistemi”. È difficile per i nostri governi prendere posizioni più forti, come quella assunta di recente dagli Stati Uniti con una risoluzione a sostegno di Hong Kong. Nonostante le difficoltà, da Paese democratico serve innanzitutto coerenza con i principi liberal democratici alla base dei nostri sistemi politici e una posizione ben definita. Senza questa, si segnala a Pechino la volontà di scendere a compromessi su questioni politiche e valoriali. Ancor peggio, dichiarazioni che sottolineano la questione della “non ingerenza” negli affari cinesi, in linea con il diktat di Pechino, segnalano al governo cinese che ci ha in pugno.

A proposito di Hong Kong, le posizioni all'interno del governo italiano sembrano divergenti. La mancata visita di Joshua Wong in Italia (e nel Regno Unito) è in questo senso un sospiro di sollievo per l'esecutivo Conte?

Oggi Joshua Wong dovrebbe intervenire di fronte al Parlamento italiano via Skype per parlare della situazione di Hong Kong. La questione pertanto rimane aperta. Il governo italiano al momento è diviso. Varie parti a destra e sinistra hanno sottolineato la necessità che Pechino rispetti diritti e libertà dei protestanti e “un paese, due sistemi”, una posizione in linea con quella dell’UE. Ma la posizione del Movimento 5 Stelle, e in particolare quella della Farnesina di Di Maio, rimane invece focalizzata sulla “non ingerenza”, rinunciando così a pronunciarsi sulle proteste per non far arrabbiare Pechino a scapito della tutela e promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali sul piano internazionale, una delle aree tematiche della politica estera italiana.

Spesso si richiama alla necessità di un approccio pragmatico nei rapporti con Pechino, anche nell'ottica di opportunità commerciali. E' un errore?

L'approccio “pragmatico” che cerca di separare economia e politica lo trovo poco strategico. Se nel relazionarci con la Cina dimostriamo di essere sempre pronti a mettere le questioni politiche e valoriali in secondo piano rispetto al commercio, segnaliamo a Pechino che ha il coltello dalla parte del manico, riducendo il nostro potere negoziale e rinunciando così a un rapporto bilanciato. Inoltre, il cosiddetto approccio pragmatico non sempre si dimostra efficace, poiché spesso è basato sulla falsa speranza che se non ci esprimiamo sulle questioni politiche, Pechino ci premierà con opportunità commerciali. Basti vedere che cosa è accaduto con il Memorandum sulla Belt and Road Initiative: i promotori italiani della firma hanno presentato la nostra adesione come un'azione pragmatica volta a migliorare i rapporti commerciali con la Cina, esportare di più e attrarre maggiori investimenti cinesi. Tutto ciò non è al momento accaduto. Anzi, l'export italiano in Cina è diminuito e la bilancia commerciale è più sbilanciata di prima. Un approccio più efficace nel negoziare con il governo cinese è parlare all’unisono con una voce europea, come dimostrato dall'accordo sulle indicazioni geografiche concluso dal nuovo Commissario europeo per il commercio, Philip Hogan, che avrà un effetto positivo per i prodotti europei (compresi 27 italiani).

A proposito di Belt and Road, quale crede fosse l'interesse della Cina in merito all'adesione dell'Italia? E ritiene che l'Italia possa ristabilire il suo rapporto con Pechino sui binari da lei ritenuti più corretti?

Prettamente politico. L'interesse era quello di ottenere legittimità per BRI, agli occhi del pubblico cinese e della comunità internazionale, tramite l’adesione di un paese fondatore dell'Unione europea e membro del G7. Detto questo, ribilanciare i rapporti è possibile. A tal fine è necessario un dibattito realistico sui nostri rapporti con Pechino, che vada oltre l’illusione che la Cina sia solo una fonte di opportunità commerciali senza implicazioni politiche. Il governo Conte bis ha già fatto alcuni passi in questa direzione come per esempio con il decreto legge sul perimetro per la sicurezza nazionale cibernetica, con conseguenze anche per il 5G.

Il modello corretto di relazione con la Cina può essere considerato quello del presidente francese Emmanuel Macron, che ha appena chiuso al China International Import Expo di Shanghai 40 nuovi accordi commerciali senza però firmare l'adesione alla Belt and Road?

La firma di numerosi accordi commerciali senza aderire a BRI dimostra la non necessità di sostenere Pechino politicamente per poter fare business. Macron ha dato inoltre un segnale positivo ai partner europei invitando innanzitutto Angela Merkel e Jean Claude Juncker all'incontro con Xi Jinping a Parigi lo scorso marzo. Durante la sua ultima visita si sono uniti anche il Commissario europeo Hogan e rappresentanti di governo tedeschi. L’idea di presentare un fronte unito europeo è la stessa alla base del summit “27 + 1” pensato dalla Germania e che si terrà a Leipzig il settembre prossimo. È importante notare che anche altri Paesi europei hanno di recente iniziato un dibattito interno su come ribilanciare i rapporti con la Cina, come sta accadendo in Svezia e Olanda.

Nel frattempo, pare che alcuni paesi dell'Europa orientale che fanno parte del meccanismo del 16 + 1 (da poco 17 + 1 con l'ingresso della Grecia) come la Repubblica Ceca si siano un po' raffreddati con la Cina. Secondo lei perché?

Sì, e questi sono un esempio chiave perché si tratta di Paesi coinvolti nella Belt and Road da ben prima dell'Italia e che quindi possono portare una testimonianzia importante. Anche lì la Cina si è presentata con enormi promesse di opportunità economiche. A distanza di sei anni dal lancio di BRI e sette dalla creazione del meccanismo 17+1, i dati sugli investimenti dimostrano che molte promesse non sono state mantenute. Alcuni paesi come Polonia e Repubblica Ceca sono particolarmente disillusi. 

Si è detto tutto e il contrario di tutto sulla Nuova Via della Seta. C'è chi la ritiene solo un progetto infrastrutturale e chi un piano con finalità geopolitiche di leadership globale. Qual è la verità?

In origine la Belt and Road è nata per esportare la sovracapacità cinese. Ma ovviamente si tratta di un progetto che sostiene anche ambizioni geopolitiche. Si guardi com'è evoluta la retorica del Partito comunista cinese negli ultimi anni. Al XIX congresso dell'ottobre 2017 la Cina ha abbandonato la politica del “basso profilo” negli affari internazionali, per perseguire un "ruolo centrale sulla scena globale". Si è anche definita come un modello che offre un'opzione ai paesi in via di sviluppo di crescere economicamente senza attuare riforme di apertura politiche, un modello in competizione con quello delle democrazie liberali che è promosso anche attraverso BRI. Anche in Europa ci sono stati diversi casi di paesi che si sono astenuti dal criticare il governo cinese in posizioni ufficiali europee, ad esempio su diritto internazionale e diritti umani, per timore di perdere accesso alle opportunità promesse da Pechino legate a BRI.

In che modo l'Europa può evitare di rimanere schiacciata dalle due superpotenze globali e anzi diventarne un interlocutore?

Serve un cambio di mentalità e, come ha detto la Presidente UE von der Leyen, un’Europa che pensi in chiave geopolitica. L'Europa non può sottrarsi dal riflettere e agire in maniera più strategica quando Stati Uniti e Cina sono pronti a utilizzare il loro potere economico per fini geopolitici. A tal fine serve un’Europa più unita e che investa sulla propria autonomia strategica, ad esemepio in settori di forte rilevanza come quello tecnologico. 

Nel frattempo la Cina deve fare fronte anche alla questione di Hong Kong. Quali conseguenze potrà comportare questa crisi sul piano interno per Pechino?

Il trionfo dei Democratici alle elezioni di Hong Kong è arrivato inaspettato a Pechino. Viene da domandarsi quanto posizioni critiche raggiungano la leadership cinese in un clima sempre più autoritario che scoraggia i consiglieri di governo dall’esprimere opinioni. Il governo cinese ha già espresso l’intenzione di estendere le campagne di educazione patriottica a Hong Kong, ma dovrà fare i conti con la perdita di fiducia da parte di un’intera generazione a Hong Kong. La crisi di Hong Kong potrebbe avere anche un impatto su Taiwan, dove a gennaio si vota. Negli scorsi anni la presidente Tsai Ing-wen era stata criticata perché i taiwanesi ritenevano avesse esagerato con la sua politica filo indipendentista. Ora, invece, la crisi di Hong Kong ha messo in luce i problemi del modello "un paese, due sistemi", e il consenso per Tsai è tornato a salire.

twitter11@LorenzoLamperti

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