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Geopolitica
Cina all'Ilva? Solo con porto e Tav. Chi è il possibile socio Jingye

Al momento è una suggestione, per la verità presente già da tempo. Le prossime settimane diranno se potrà diventare realtà ma, almeno per ora, sulla possibilità che la Cina possa sbarcare a Taranto e più precisamente sul molto dell'ex Ilva non trapela nulla di ufficiale o di ufficioso. Jingye, il conglomerato che ha appena rilevato British Steel, per ora non commenta le voci di un possibile coinvolgimento nell'impresa di salvataggio del polo siderurgico della città pugliese. Eppure, la possibilità che Pechino possa convincersi a fare un passo nella città dei due mari esiste, a patto però che vengano rispettate una serie di condizioni, come già scritto da Affaritaliani.it.

Lo sa anche il ministro Luigi Di Maio il quale, dopo aver incontrato numerose delegazioni politiche e commerciali durante la sua recente visita a Shanghai per il China International Import Expo, ha non a caso citato la possibilità che i cinesi possano avere un interesse per Taranto. Così come non è un caso che la Regione Puglia fosse l'unica con un proprio desk al grande evento commerciale di Shanghai. Ecco perché, al di là delle frasi del titolare della Farnesina al rientro in Italia - "Se mi chiedete se abbia cercato di piazzare Ilva ai cinesi la risposta è no. C’è Mittal e non possiamo permettere che se ne vada" - i contatti sono stati avviati. Ma per far sì che dal possibile interesse si passi ai fatti concreti il governo dovrebbe dare disco verde a un piano di ampio respiro. 

Ma che cosa c'è dietro il nome della realtà industriale che potrebbe arrivare a Taranto? Jingye è stata fondata nel 1994 da Li Ganpo, un ex ufficiale del partito comunista cinese. Li aveva provato già nel 1985 a lasciare la vita politica per darsi al mondo imprenditoriale, ma il via libera era arrivato solo alcuni anni dopo. Oggi Jingye è una delle più grandi compagnie private dell'Hebei, la provincia settentrionale della Cina che si trova alle porte di Pechino. Oltre a produrre acciaio è attiva anche nella metallurgia, stampa 3d, turismo, real estate. Tra i vari progetti a cui ha partecipato recentemente, c'è anche quello della costruzione del nuovo aeroporto Daxing della capitale cinese. Jingye conta oggi 23 mila e 500 impiegati e ha un capitale di 39 miliardi di yuan (poco più di cinque miliardi di euro), mentre i ricavi sono arrivati a 90,1 miliardi di yuan (circa 11,7 miliardi di euro).

Ma quando si muove, la Cina lo fa in maniera sistematica. Anche quando a essere coinvolte sono aziende private, come nel caso di Jingye, si può comunque sempre ravvisare un intento strategico che, se non diretto, va quantomeno incontro ai piani di lungo raggio dello Stato. Ecco allora che Jingye, che si è appena accollata il salvataggio di British Steel sottoscrivendo tra l'altro anche un piano da 1,4 miliardi di euro per la riconversione degli impianti per il passaggio all'energia pulita, potrebbe muoversi in un disegno più ampio.

Un disegno che comprenderebbe anche il porto, tuttora controllato all'80 per cento delle sue capacità proprio dall'ex Ilva, e investimenti infrastrutturali. In particolare, è immediato il collegamento alla rete ferroviaria e all'alta velocità che ancora mancano a Taranto e alla Puglia. L'acciaio di Taranto potrebbe essere immediatamente reimpiegato in un progetto ferroviario nel quale potrebbe entrare anche altri attori cinesi.

Il tutto all'interno della cornice della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), firmata lo scorso marzo a Roma tra il governo italiano e quello cinese ma che per il momento langue senza aver portato risultati concreti anche per il parziale riposizionamento del nostro Paese in seguito alle pressioni degli Stati Uniti, in particolare su telecomunicazioni e infrastrutture sensibili (leggasi porti).

Ecco perché se ci fosse davvero la volontà di mettere in relazione il discorso dell'ex Ilva alla Cina si potrebbe innescare un effetto domino ben più ampio. 

twitter11@LorenzoLamperti

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