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Geopolitica
Usa vs Cina: ha ragione Trump oppure Xi? Nel dubbio l'Europa dorme (e perde)
Donald Trump e Xi Jinping (foto Lapresse)

Se si trattasse di calcio, si parlerebbe di classica "partita da tripla". Insomma, una sfida che può finire in tutti i modi. Può vincere una squadra, può vincere l'altra, può venire fuori un pareggio. L'incertezza regna sovrana nella battaglia che qualcuno riduce a trade war ma che è in realtà nuova guerra fredda (quantomeno tecnologica) tra Stati Uniti e Cina. Difficile dire se avrà la meglio il neo protezionismo di Donald Trump oppure il multilateralismo ibrido con caratteristiche cinesi di Xi Jinping. Difficile anche perché le regole del gioco, così come i protagonisti, potrebbero anche cambiare prima che la contesa venga chiusa se, come numerosi analisti prevedono, il fischio finale avverrà solo tra qualche decennio.

Ma all'orizzonte si staglia già la sagoma dello sconfitto più probabile. Una sagoma che ha le sembianze dell'Europa. Sì, proprio il Vecchio Continente che dopo i due blocchi della prima guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica si ritrova proiettato in un nuovo scenario che continua a dimostrare di non aver completamente compreso. Tra Washington e Mosca la sfida era ideologica e militare, evidente. Tra Washington e Pechino la sfida è economica e tecnologica, sottile. Anche se potrebbe in un futuro non troppo lontano anche sfociare in pericolose collisioni militari, magari nel Pacifico e sul delicato snodo geopolitico di Taiwan.

Martedì 1° ottobre la Repubblica Popolare Cinese festeggia i suoi primi 70 anni, mentre a Hong Kong la polizia si scontra con i manifestanti per strada. Nelle stesse ore il segretario di Stato degli Stati Uniti Mike Pompeo arriva in Italia per incontrare il premier Giuseppe Conte, il capo dello Stato Sergio Mattarella e in seguito il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e papa Francesco. L'Italia e l'Europa sono sul palcoscenico, ma non tutti se ne sono accorti.

"Quando la Cina si sveglierà, tremerà il mondo", prevedeva il diplomatico francese Alain Peyrefitte nel 1973, quando la Repubblica Popolare era ancora guidata dal "grande timoniere" Mao e gli anni delle riforme avviate da Deng Xiaoping erano ancora lontani. Ora il Dragone è sveglio e con la Belt and Road Initiative il "nuovo timoniere" Xi Jinping ha deciso di uscire dall'ombra e riportare Pechino al posto che storicamente le spetta.

La sfida alla leadership di Washington è lanciata. Non importa se indirettamente e in maniera non voluta, perché gli Stati Uniti non possono accettare la messa in discussione dell'ordine mondiale americanocentrico. La Casa Bianca se n'è accorta. Se n'era accorto Barack Obama, che in maniera più soffusa aveva lanciato il cosiddetto programma "Pivot to Asia" per contenere l'ascesa cinese. Se n'è accorto ancora di più Donald Trump, che ha adottato una linea ben più aggressiva del suo predecessore. 

L'Europa, nel frattempo, resta nel suo torpore. Incapace di ergersi a terzo interlocutore resta divisa, sfilacciata e impossibilitata a far valere il suo peso che se non è più paragonabile alle due superpotenze a livello economico e tecnologico, potrebbe essere ancora superiore a livello diplomatico, sociale e culturale. E così questa Unione europea a trazione franco tedesca assiste inerte allo scontro fra titani senza prendere posizione, sperando di farla franca tenendo la testa sotto la sabbia. Può funzionare per un po', ma difficilmente può funzionare per sempre. Ecco allora la minaccia di dazi sui prodotti europei da parte di Trump. Ecco le possibili ripercussioni economiche della ritirata coatta sui progetti già avviati con i colossi cinesi, come quelli sul 5G. 

Nella sfida tra i due top team Stati Uniti e Cina un'Europa se non forte quantomeno consapevole potrebbe aspirare al ruolo di arbitro. Invece rischia di essere lo spettatore che si prende la pallonata in faccia.

twitter11@LorenzoLamperti

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