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Geopolitica
"La Cina imploderà. Ma a pagarne le conseguenze sarà l'Europa". Intervista

Alstom-Siemens, investimenti in Europa, Africa, guerra commerciale e tanto altro. Alessia Amighini, co-head dell'Asia Centre dell'Ispi, analizza a 360° gli scenari politico-economici globali legati alla Cina

Alessia Amighini, si può considerare la mancata fusione tra Alstom e Siemens come un favore alla Cina?

E' evidentemente così. Siamo di fronte a due modelli diversi. Da una parte un ecosistema europeo che favorisce e stimola la concorrenza, dall'altra parte un colosso cinese, CRRC, nato da una fusione di due imprese di Stato che è stata orchestrata secondo la strategia di Pechino di creare dei "national champions". E' chiaro che la politica concorrenziale europea è da preferire, in linea generale. Ma è altrettanto chiaro che ogni tanto si rischia di fare degli assist ai colossi cinesi e all'obiettivo di Pechino di guadagnare quote di mercato.

Come si può far fronte a questa situazione e far coesistere due modelli così diversi tra loro?

Il tema non è per niente agevole. Non esiste una politica di concorrenza internazionale. Istituzioni e strumenti per attuarla non ce ne sono, bisognerebbe inventarseli ma andrebbero applicati ovunque per farli funzionare: in Europa, Stati Uniti e Cina. Ci sarebbe bisogno di un coordinamento internazionale che ritengo altamente improbabile. Anche per questo la Cina riesce ad andare avanti come una "macchina da guerra". Nonostante le difficoltà credo sia un tema da sollevare, senza necessariamente considerarlo un problema.  Da parte nostra in Europa dovremmo essere meno duri e puri in casa nostra e mettere a punto obiettivi condivisi, senza seguire soltanto l'opportunismo del  momento. Questo approccio non può continuare.

Quanto è radicata la presenza cinese in Europa?

E' molto radicata. I cinesi sono arrivati praticamente ovunque e si sono inseriti a vari livelli. Sono presenti in particolare in Germania, Regno Unito ma anche Italia per quanto riguarda l'Europa continentale ma hanno una presenza ancora più massiccia nell'Europa dell'Est. Basti guardare agli enormi investimenti fatti per esempio in Ungheria, Polonia, Grecia, Serbia, ma non solo.

In quali settori si sono radicati maggiormente?

Mentre nell'Europa orientale si parla molto di infrastrutture, tra porti e trasporti, nell'Europa continentale e occidentale i cinesi sono molto presenti per esempio nel settore manifatturiero, in quello automobilistico e in quello dei macchinari. E poi stanno portando avanti da tempo una forte politica di partecipazioni, investimenti e acquisizioni. 

Ma è una presenza benefica quella cinese oppure no?

Di sicuro hanno portato vantaggi di cassa per le imprese con problemi di liquidità. Il tema è quello di essere ogni tanto poco attenti di fronte a quello che viene acquistato. Loro sanno che cosa vogliono e vanno a prenderselo. Poi non sono però d'accordo con chi parla di "atteggiamento predatorio". I cinesi hanno sicuramente bisogno di capitale reputazionale e non lo posso ottenere comportandosi in modo garibaldino. Cosa che non fanno anche perché hanno gravi lacune dal punto di vista manageriale e della gestione dell'assessment post acquisizione. Dopo gli errori commessi inizialmente hanno imparato che devono stare più attenti.

Ma che cosa vogliono i cinesi?

Hanno bisogno di nicchie di tecnologia che non riescono in tempi brevi a replicare, come il caso storico del settore automobilistico. L'obiettivo è l'accesso al mercato e a conoscenze da portare sul mercato enorme che hanno in casa. Il loro tentativo è stato anche quello di smarcarsi dalla reputazione di produttori di bassa qualità che avevano in passato. E lo hanno fatto bene, per esempio, con i profondi rapporti bilaterali con i paesi dell'Est Europa. 

Sarebbe un errore firmare il memorandum sulla Nuova Via della Seta?

Grecia e Polonia lo hanno fatto. L'Italia ha rischiato negli scorsi mesi ma la questione è stata quantomeno rinviata, anche perché gli Usa si sono mossi molto rapidamente per impedire che partner dell'Europa continentale facciano questo passo. 

Ma quali vantaggi, e obblighi, comporterebbe un'eventuale firma?

Si tratta di un "memorandum of understanding", un documento di principi che si va sostanzialmente a risolvere in una dichiarazione vuota e poco concreta. Ma a maggior ragione la firma può comportare grandi conseguenze politiche. Innanzitutto in termini di reputazione nei confronti degli altri Stati europei e in particolare degli Stati Uniti. Ci sarebbe un costo politico, perché ci verrebbe affibbiata l'etichetta di "pericolosi filo cinesi". Benefici invece non ce ne sarebbero. Come dicevo, si tratta di una semplice dichiarazione di comunione d'intenti che diventa più un atto di vicinanza politica che altro. Il discorso sarebbe molto diverso se si trattasse invece di un documento più operativo e concreto su progetti, risorse e investimenti.

La Cina è molto presente in Africa. In occidente e negli Usa si paventano spesso potenziali rischi politico-diplomatici di questa presenza e si parla di "imperialismo" e "neocolonialismo". A Pechino si sottolineano i benefici che il continente sta godendo grazie alla presenza cinese. Qual è la verità?

La verità sta nel mezzo. La dipendenza economico-finanziaria e quella politica dei paesi africani nei confronti del grande investitore cinese sono due aspetti diversi. E' evidente che dal punto di vista politico i paesi beneficiari potrebbero assumere posizioni diplomatiche pro Cina, per esempio al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Ma i soldi cinesi hanno portato in Africa attività economica e occupazione. A parte il settore estrattivo e quello delle costruzioni, incidono in tal senso i settori leggeri, per esempio il tessile, ce ha creato molti posti di lavoro. I cinesi hanno creato occupazione tra le popolazioni locali africane e questi paesi se devono progettare una diga si rivolgono a loro, anche perché sono nessun altro si è imbarcato nell'impresa dello sviluppo dell'Africa con la stessa volontà e gli stessi mezzi. 

L'Europa sta perdendo l'opportunità di collaborare con la Cina allo sviluppo dell'Africa?

Si potrebbe certamente fare di più, ma di casi di cooperazione ne esistono. Dovremmo lavorarci maggiormente perché la diplomazia economica può davvero diventare un importante fattore per lo sviluppo.

In Asia, lungo la Nuova Via della Seta, ci sono invece diversi paesi che stanno ripensando le loro relazioni con la Cina bloccando alcuni investimenti. Quali conseguenze ci possono essere per Pechino?

Sì, è verò è in atto un ripensamento generale in particolare nel Sud Est asiatico. Thailandia, Maldive, Filippine, Pakistan, Malesia stanno rivedendo diversi progetti. Negli scorsi mesi sono stata a Singapore e ho personalmente rilevato un certo livore nei confronti della Cina, cosa che non era mai accaduta in maniera così esplicita negli anni precedenti. C'è evidentemente il timore di diventare succubi anche diplomaticamente e non solo economicamente di Pechino. Ma i progetti già avviati rimangono. E ce ne sono un centinaio. Non dimentichiamoci che i paesi destinatari degli investimenti hanno ne hanno molto beneficiato. Per esempio i paesi dell'Asia Centrale, che avevano e hanno un grande bisogno di investimenti infrastrutturali che la Cina ha aiutato a compiere in maniera decisiva. Ora, però, anche loro si stanno avvedendo della dipendenza probabilmente eccessiva che hanno costruito nei confronti di Pechino. 

Gli Stati Uniti stanno insistendo su una strategia di maggiore presenza nell'indo-pacifico nell'ottica di un contenimento della Cina. L'impresa riuscirà?

L'alleanza indo-pacifica tra Usa, Giappone, Australia e India va avanti spedita, anche perché ha molti più amici di quanti non ne abbia la Cina. Gli alleati sono magari piccoli rispetto alla Cina ma sono numerosi. Non è da sottovalutare il ruolo dell'India, che è sempre più assertiva nell'area. Ma l'isolamento cinese è in buona parte autoprodotto. Diventando così assertiva e attiva all'estero Pechino ha parzialmente compromesso i propri rapporti coi vicini.

A chi conviene maggiormente raggiungere un accordo nella guerra commerciale? Stati Uniti o Cina?

Credo convenga maggiormente a Trump, perché le elezioni Usa non sono così lontane e lui vuole portare a casa qualcosa. Se ci sarà un accordo, al di là del fatto che sia un accordo "pieno" o "vuoto", potrà dire di avercela fatta e di essere riuscito a contenere l'ascesa cinese. Ma poi bisognerà andare a vedere la realtà di quell'accordo, ritengo ci sarà una parte ufficiale e una parte che resterà nascosta sotto il tappeto. E probabilmente sarà quella parte "nascosta" che dirà a chi sarà convenuto di più un eventuale accordo.

Se la guerra commerciale dovesse proseguire gli Usa potrebbero comunque riuscire a contenere la Cina?

Finché la Cina sarà inserita in tutte le filiere, compresa quella dell'energia, sarà difficile contenerla dall'esterno. Semmai la Cina si sta autocontenendo chiudendosi. Questa chiusura è molto più pericolosa di quanto non sia la valutazione su quanto Pechino possa fare all'esterno. Anche perché fuori dal confine le ambizioni cinesi sono sempre state piuttosto contenute. Alla Cina il resto del mondo serve sempre per obiettivi interni. Loro si sono messi in testa di diventare totalmente autosufficienti, come dimostra il progetto Made in China 2025.

Alcuni paesi europei, seguendo gli Usa, stanno mettendo in atto restrizioni nei confronti di Huawei. Esiste davvero un rischio sicurezza legata ai nostri dati?

Il rischio è reale e totale. E non dico questo perché Huawei è cinese. Avere un operatore straniero che fornisce la rete attraverso la quale passano moltitudini di dati e informazioni sensibili è evidentemente un rischio enorme. La Cina potrebbe non avere nessuna intenzione malevola o non usare mai quei dati ma se ne entrasse in possesso avrebbe a disposizione un'arma enorme da usare come minaccia latente: "Abbiamo i vostri server". Questo rischio va evitato perché il mercato non è l'unica cosa di cui tenere conto quando si parla di argomenti sensibili e strategici.

Quali sono gli scenari per l'Europa in questo schema di confronto tra due superpotenze come Usa e Cina?

L'Europa è in mezzo in tutti i sensi. L'obiettivo indiretto di Trump nella guerra commerciale è proprio l'Europa. Una voce unica non c'è mai stata in Europa e probabilmente non ci sarà mai, anche se le cose sono in rapido mutamento. Un esempio: il Regno Unito, checché se ne dica, è sempre stato il principale ostacolo alla realizzazione di una vera politica europea unitaria perché ha sempre avuto interessi diversi dagli altri partner Ue. E la Cina ha sempre usato il Regno Unito come propria base per gli investimenti in Europa. Non a caso i cinesi sono i più arrabbiati per la Brexit. Fra Germania e Italia, invece, gli interessi sono molto più comuni di quanto non si creda. Sarebbe stupido, dopo la Brexit, non cavalcare affinità e interessi comuni per convergere su una posizione unitaria e dunque più forte.

Ma Washington non potrebbe forzare l'Europa a una scelta di campo netta e, per certi versi, controproducente?

Di sicuro l'Alleanza Atlantica comanda dal punto di vista politico e strategico. Ma sul piano concreto e operativo l'Europa deve avere un minimo di dignità e non accettare di venire ricattata. E' un'impresa molto difficile visti i rapporti con gli Stati Uniti, un'opera diplomatica raffinatissima ma che dobbiamo provare a portare avanti. L'Europa non sarà grande quanto Stati Uniti o Cina ma è comunque un attore molto grande che può avere una posizione, se non super partes, quantomeno emancipata dai voleri dell'uno o dell'altro contendente che ci permetta di non seguire il loro atteggiamento divisivo. 

Nel frattempo la crescita cinese sta rallentando. Qual è il futuro economico della Cina?

La Cina imploderà. Su questo ci sono pochi dubbi. Per risolvere i problemi di indebitamento e di inefficienza del proprio sistema produttivo Pechino sta seguendo una strada di chiusura. L'uso eccessivo di partecipazioni incrociate tra pubblico e privato e la gestione non sempre accorta del mercato del lavoro sono la cartina di tornasole di quanto sta accadendo. Il problema è che noi non sapremo forse mai la vera situazione interna della Cina a causa della manipolazione, anche in senso positivo, dei dati. Ma che la Cina imploda, ripeto, ci sono pochi dubbi.

Quali saranno le conseguenze?

Le conseguenze maggiori non le pagherà la Cina, le pagheremo noi. I cinesi sono capaci non solo di avere molta visione ma anche di grande coraggio nel seguire politiche drastiche e impegnative. Certo, la chiusura non fa e non farà bene alla Cina. Ma essendo un sistema autoritario hanno molti mezzi per poter ragionare una crescita che invece che al 6 per cento si ferma al 4. L'implosione può avere invece conseguenze molto più gravi all'esterno. La Germania ha già cominciato a soffrire del rallentamento cinese.

Non a caso Angela Merkel è andata negli scorsi giorni in Giappone. E' possibile diversificare?

Gli accordi Ue con Giappone e Corea del Sud sono passi avanti positivi, nonostante soprattutto in Italia si fosse fatto muro. Anzi, a dirla tutta sono accordi più vantaggiosi per l'Europa che non per questi paesi. Ora i coreani si lamentano perché il saldo è sempre positivo per noi. Ma questi accordi, per quanto importanti, non potranno mai sopperire alle conseguenze di un'implosione cinese.

twitter11@LorenzoLamperti

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