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Geopolitica
Dazi arma per fermare Cina e 5G. Anche l'Italia nella global trade war Usa

C'è stato un tempo in cui contavano solo i numeri. C'è stato un tempo in cui le azioni politiche e diplomatiche erano asservite alle grandi leggi del commercio e della globalizzazione. Quel tempo, durato un trentennio, è volto al termine. Non tutti se ne sono accorti, ma ora lo scettro del primato ha fatto ritorno alla politica. Se finora, quantomeno negli ultimi tre decenni, la politica era un'arma per perseguire scopi economici, ora accade l'opposto: l'economia è diventata un'arma per perseguire scopi politici. Tu chiamala, se vuoi, guerra commerciale

Ma quale guerra commerciale? Quella che si è guadagnata il proscenio da ormai diverso tempo tra Stati Uniti o Cina? Oppure quella nuova di zecca tra Stati Uniti e Unione europea nel quale si è ritrovata catapultata suo malgrado anche l'Italia? O ancora quella meno sponsorizzata ma altrettanto significativa tra Corea del Sud e Giappone? Ci sono tante guerre commerciali, tutte incastonate in una grande global trade war.

Ma, almeno nell'ambito della competizione tra Washington e Pechino, sarebbe forse meglio togliere quell'aggettivo, commerciale, che è solo il sintomo di una malattia. E' solo la manifestazione più evidente di una dinamica più profonda. Una dinamica che potrebbe essere benissimo descritta così: guerra fredda. L'ascesa cinese, facilitata da sottovalutazioni e distrazioni, ha iniziato a togliere il sonno alla Casa Bianca, ancor prima che vi facesse il suo ingresso Donald Trump. Ma è con lui che bloccare questa ascesa è diventato il primo imperativo della politica estera americana, mettendo tutto il resto in secondo piano. Ed è sempre con lui che i dazi sono stati elevati ad arma negoziale principe in una strategia nella quale l'obiettivo (geo)politico prevale persino sulle possibili conseguenze economiche, ammesse di recente dallo stesso presidente degli Stati Uniti.

L'estroversione della Cina verso il Pacifico, l'Africa, l'Europa e persino Caraibi e America Latina nell'ambito della Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta) è letta da Washington indissolubilmente come una ricerca di egemonia attraverso il sovvertimento dell'ordine globale costituito. Poco conta che l'innegabile protagonismo della Cina guidata da Xi Jinping sia motivato soprattutto da necessità interne, sia economiche sia politiche e sociali: gli Stati Uniti non possono permettersi di vedere la loro leadership in discussione. In particolare in due ambiti, vale a dire quello tecnologico e quello militare, che sono tra l'altro connessi più strettamenti di quanto si possa credere.

Dopo la rivoluzione industriale la Gran Bretagna è diventato l'impero più potente al mondo grazie al fatto che era il più veloce. Gli Stati Uniti non possono permettersi che la Cina possa fare lo stesso attraverso il 5G, un'innovazione che può cambiare il volto industriale, burocratico, sanitario, sociale e militare di un paese. E il vantaggio di Pechino in materia, soprattutto attraverso il colosso Huawei, è enorme. Per questo da tempo la Casa Bianca avverte, pressa, richiede che gli alleati blocchino o mettano al bando la tecnologia cinese in materia.

Allo stesso modo Washington non può permettersi che sul Pacifico, che al Pentagono chiamano ancora "oceano Americano", cambino gli equilibri a favore della Cina, che è sempre più influente nella catena di isole a nord dell'Australia e sta rovesciando con successo il tradizionale allineamento delle Filippine agli Usa. Per questo la Casa Bianca ha operato un salto di qualità nei rapporti con Taiwan, l'isola considerata da Pechino una provincia ribelle e dove a gennaio 2020 si terranno delle cruciali elezioni nelle quali la vittoria dei filo indipendentisti oppure quella dei nazionalisti può cambiare le sorti non solo di Taipei ma anche dell'assetto geopolitico globale.

Ma quella che all'inizio sembrava una trade war tra due pesi massimi che bisticciano per tenere in mano lo scettro di leader è diventata una sorta di trade war globale. Trump sta usando l'economia come un'arma politica anche su altri fronti, a partire dall'Iran (nemico giurato degli storici alleati sauditi e israeliani) per arrivare alla Turchia di Erdogan (rea di aver acquistati un sistema di missili proveniente dalla Russia) e all'India di Narendra Modi (che nell'ottica di Washington non ha sciolto abbastanza la sua posizione neutrale tra Usa e Cina). 

E ora anche l'Europa, Italia compresa. Al di là delle motivazioni economiche, tra Airbus e Boeing, dietro ci sono risvolti prettamente politici. L'Europa ha finora creduto di poter continuare ad approfondire le relazioni commerciali con la Cina mantenendo inalterato l'asse euroatlantico e gli equilibri della Nato. Ora non è più cosi. Come dimostra la visita del segretario di Stato Mike Pompeo in Italia, così come i ripetuti inviti a non firmare l'adesione alla Belt and Road fatti più o meno recapitare al governo M5s-Lega lo scorso marzo, anche un accordo commerciale può diventare un fatto (geo)politico, quantomeno agli occhi degli Stati Uniti. 

Trump ha finora dimostrato di essere un gambler, un negoziatore che straccia un accordo per provare a ottenerne uno migliore. Finora non sempre (o quasi mai) gli è riuscito, ma lo schema è sempre quello. Ecco che allora la mossa contro i prodotti europei e italiani nasconde questo significato: "Dimenticatevi di continuare a fare come vi pare sulla Cina. Ora dovete scegliere". Prevedibile che dei passi indietro sul 5G cinese possa alleviare i dazi, sempre che l'Europa e l'Italia decidano di seguire la strada tracciata da Trump e non, come invece pare voler fare la Francia del nuovo aspirante "timoniere" continentale Emmanuel Macron, rispondere con misure ritorsive dando vita a uno scontro commerciale che rischia di compromettere la crescita.

Sullo sfondo uno scenario, come detto, da guerra fredda 2.0. Tra Usa e Urss lo scontro era prettamente ideologico tra un mondo più o meno nettamente diviso in due blocchi e in sfere di influenza,  con due sistemi economici e politici quasi del tutto separati. Oggi invece il mondo è globalizzato, le economie e le catene di produzione interconnesse e una estensione dello scontro potrebbe causare un doloroso (per tutti) decoupling (disaccoppiamento). 

I conti rischiano di non tornare. Ora comanda la politica, bellezza.

twitter11@LorenzoLamperti

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