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Geopolitica
Europee/ Regno Unito: la farsa Brexit e il paradosso che pesa sul futuro Ue

Si avvicinano le elezioni europee di maggio. Un appuntamento cruciale per il futuro dell'Europa. Le forze politiche tradizionali di centrodestra e centrosinistra devono fronteggiare l'avanzata di sovranisti, populisti ed euroscettici. In attesa di conoscere la composizione del nuovo Europarlamento, Affaritaliani.it esplora la situazione geopolitica ed economica dei singoli paesi alla vigilia del voto.

1° puntata GERMANIA - 2° CIPRO - 3° FRANCIA - 4° CROAZIA  - 5° LUSSEMBURGO - 6° ROMANIA - 7° MALTA - 8° POLONIA - 9° SLOVENIA - 10° PAESI BASSI - 11° SLOVACCHIA - 12° REPUBBLICA CECA - 13° IRLANDA - 14° BELGIO - 15° GRECIA - 16° PORTOGALLO - 17° DANIMARCA - 18° FINLANDIA - 19° SVEZIA - 20° AUSTRIA - 21° BULGARIA - 22° ESTONIA - 23° LETTONIA - 24° LITUANIA - 25° SPAGNA - 26° UNGHERIA

Una delle gif più popolari su web e social è quella di Mister Bean che mostra il dito medio. Ecco, nello scenario di queste elezioni europee al posto del celebre personaggio simbolo del British sense of humour ci starebbe benissimo Nigel Farage con il suo middle finger. Con la differenza che qui c'è davvero poco da ridere. Il Regno Unito si ritrova a partecipare alle elezioni europee alle quali non avrebbe mai voluto prendere parte. Ormai tre anni dopo il referendum sulla Brexit. Referendum rimasto lettera morta tra rinvii, irresponsabilità, incapacità. La partecipazione di Londra al voto europeo, comunque la si pensi sulla Brexit, è un fallimento per tutti. In primis per lo stesso Regno Unito, in seconda battuta per l'Unione europea. Senza contare gli effetti che tutto ciò avrà non solo sulla politica britannica ma anche sulla stessa composizione del parlamento europeo, che muterà drasticamente a causa di una Londra che ha provato a uscire sbattendo la porta ma è stata costretta a rientrare dalla finestra. Aspettando di uscire di nuovo. Forse.

ELEZIONI EUROPEE: REGNO UNITO, I PROTAGONISTI DEL VOTO/ Il crollo di Theresa May, l'incertezza di Corbyn e il ritorno di Farage

Dal 23 giugno 2016 a questo maggio 2019 nel Regno Unito è successo di tutto. La ritirata strategica di David Cameron, quella (temporanea) di Nigel Farage, l'avvento di Theresa May che da sostenitrice del "Remain" si è dovuta trasformare in una sostenitrice del "Leave" in un compito più grande di lei, l'ascesa dei Labour di Jeremy Corbyn e i nuovi dubbi sulla sua leadership, la nascita di nuovi movimenti politici che paventano la fine del bipolarismo britannico, i nuovi desideri di indipendenza scozzesi, gli infiniti proclami, rinvii, bocciature, smacchi, umiliazioni sulla Brexit. 

Un disastro perpetrato nel tempo che ha molti responsabili e che ha cambiato, pare in maniera irreversibile almeno per ora, il volto della politica britannica. Farage, dopo aver convinto Cameron a indire il referendum sulla permanenza o meno nell'Ue, si è fatto da parte invece di provare a incidere sul processo di uscita. Lo stesso Cameron si è fatto da parte, con Theresa May che si è ritrovata catapultata a Downing Street a difendere un voto e una posizione politica, quella della maggioranza del suo partito, ai quali si era manifestata contraria solo qualche mese o settimana prima. 

Appare chiaro da tempo che la sua leadership, sfiancata dalle continue bocciature dell'accordo faticosamente negoziato con Bruxelles, è ormai inesistente. Resiste alla guida del governo giusto per inerzia ma il suo destino è segnato, con Boris Johnson e Penny Mordaunt, appena nominata ministro della Difesa, pronti a prendere il suo posto alla guida dei Tories. 

Tories che, incapaci di portare a termine il processo della Brexit entro il termine del 29 marzo e con un accordo ancora in alto mare, si vedranno probabilmente prosciugati dal Brexit Party del cavallo di ritorno Farage. Già, quello del middle finger. L'ex leader dell'Ukip ha fondato in fretta e furia un nuovo partito non appena è diventato chiaro che nonostante gli annunci e le intenzioni il Regno Unito avrebbe partecipato alle elezioni europee. 

Non stanno granché meglio i Labours, che dopo un periodo di fulgore si vedono ancora impantanati in una posizione a metà strada tra il sostegno alla Brexit e la voglia di indire un secondo referendum. In mezzo un leader, Jeremy Corbyn, frettolosamente elevato a nuovo idolo della sinistra europea, che però non ha saputo prendere una decisione chiara con il risultato che anche a sinistra molti voti potrebbero finire a formazioni politiche tradizionalmente minori, come i Liberaldemocratici, i Verdi o il neonato Change Uk, fondato proprio da fuoriusciti labouristi.

ELEZIONI EUROPEE: REGNO UNITO, I TEMI DEL VOTO/ Unico tema: la Brexit. Farage cavalca il malcontento, i Tories si nascondono

Da tre anni in Regno Unito si parla solo, ininterrottamente, di Brexit. Il tutto mentre l'economia ristagna e i problemi di inclusione sociale restano immutati. Chiaro che in questo scenario le elezioni europee diventano una sorta di nuovo referendum. Tutti gli elettori si sentono traditi. I fautori del "Leave" si sentono traditi in primis dai Tories perché sono ancora in Ue nonostante il loro voto di tre anni fa. I sostenitori del "Remain" non si sentono rappresentati da un Labour Party incapace di prendere una posizione decisa.

Ecco che allora i vincitori potrebbero essere da una parte Farage, dato in testa a tutti i sondaggi, e dall'altra coloro i quali continuano a sostenere la necessità di un secondo referendum. Un voto polarizzato e sostanzialmente svuotato di contenuti, nel quale Farage può cavalcare sul malcontento utilizzare ancora una volta la sua retorica anti establishment, rappresentato da una parte da un'Unione europea che non consente alla Gran Bretagna di staccare il cordone ombelicale imponendo clausole vessatorie e dall'altra parte da una classe politica britannica incapace di far valere gli interessi del popolo britannico. Il paradosso è che proprio l'uomo che vuole più di tutti, a parole, uscire dall'Ue concorre alle urne per farne parte.

La campagna elettorale dei Labouristi è del tutto incerta, divisa tra chi supporta un nuovo referendum e chi invece fa calcoli elettorali sul possibile sostegno all'accordo che verrà riproposto a giugno da May alla Camera dei Comuni. I Tories sono invece del tutto spariti. Consci che il primo ministro ha le settimane contate, nessuno vuole intestarsi una campagna elettorale che vedrà i conservatori sprofondare su percentuali che i sondaggi danno catastrofiche.

ELEZIONI EUROPEE: REGNO UNITO, L'AGENDA GEOPOLITICA/ Il ripiegamento di Londra su stessa, il tifo di Trump per la Brexit e i rapporti con la Cina

Visto da fuori, il Regno Unito non è mai apparso così piccolo come negli ultimi tempi. Sin dal 24 giugno 2016, il giorno dopo lo storico referendum sulla Brexit, si sapeva che i rapporti con i partner europei sarebbero stati messi a dura prova. E così, ovviamente, è stato. Quello che ancora non si poteva sapere è che Londra avrebbe navigato mestamente in una perenne incertezza che sembra aver minato anche la possibilità di uno sviluppo reale nei rapporti geopolitici a livello internazionale.

I tentativi di sviluppare le relazioni all'esterno dell'Ue sono apparsi deboli e poco convincenti. Piuttosto che ritrovare l'antica grandezza tanto decantata il Regno Unito sembra essersi ripiegato su se stesso. Donald Trump, che dopo il referendum del 2016 ha subito incontrato Farage, sembra trattare Londra come un paese di secondo piano. Un partner nell'ambito dell'alleanza atlantica, certo, ma meno rilevante di un tempo. 

Al di là degli annunci, anche i rapporti con la Cina, l'altro grande gigante globale al quale il governo May ha pensato di rivolgersi per risolvere anche alcuni dei problemi economici post Brexit, non sono progrediti in modo significativo. Per la Cina il voto sulla Brexit è stata una brutta notizia, visto che il territorio britannico è sempre stata la testa di ponte finanziaria per gli interessi di Pechino in Europa. Ma l'incertezza sul destino della Gran Bretagna non ha consentito di incanalare il rapporto su binari certi, con il Dragone che ha iniziato a guardarsi altrove.

Il tema della Cina ritorna sullo spinoso e recente caso del ministro della Difesa Gavin Williamson, licenziato dalla May con l'accusa di aver rivelato la decisione di autorizzare la partecipazione di Huawei, il colosso cinese nel mirino di Washington, nello sviluppo del sistema 5G.

ELEZIONI EUROPEE: REGNO UNITO, ULTIMI SONDAGGI/ Dominio del Brexit Party di Farage, sprofondano i conservatori

Il Regno Unito esprimerà 73 seggi al prossimo parlamento europeo, rivoluzionando la ripartizione prevista con la Brexit. I 73 eurodeputati potrebbero comunque restare in carica per pochi mesi, se davvero il parlamento britannico dovesse trovare l'accordo per l'uscita dall'Ue.

Brexit Party - Efdd 34%

Labours - S&D 21%

Tories - Ecr 13%

Liberali - Alde 11%

Verdi 8%

Change Uk 8%

Ukip - Enf 4%

Nazionalisti scozzesi - Verdi 4%

twitter11@LorenzoLamperti

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