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Geopolitica
Usa, Trump è un gambler, non un pazzo. Così può essere rieletto nel 2020

Nell'ormai lontano 2000 sembrava fantascienza quando lo immaginarono (con una previsione che ha del clamoroso) gli sceneggiatori dei Simpsons in una puntata della celeberrima serie animata. Nel 2015, quando annunciò la sua candidatura, nessuno credeva che avrebbe avuto qualche chance di vincere le primarie repubblicane. Nel novembre 2016 in pochi pensavano potesse battere Hillary Clinton alle elezioni presidenziali. Da allora la grande maggioranza di esperti e analisti prevedeva la sua uscita di scena anticipata magari in seguito a un impeachment per il Russiagate. Sempre la stessa maggioranza lo ha subito bollato come un'incredibile deviazione dalla traiettoria politica made in Usa, escludendo la possibilità che possa restare alla guida della cosiddetta prima potenza democratica globale per più di quattro anni.

E invece.

Invece Donald Trump è ancora alla Casa Bianca e ha ufficialmente annunciato che si candiderà per un secondo mandato che ha più di una speranza di poter conquistare. E ora se ne stanno accorgendo un po' tutti. Trump potrebbe essere arrivato per restare. I suoi modi tutt'altro che irreprensibili, le sue gaffe, i suoi annunci via Twitter, l'atteggiamento da cowboy con diversi altri Stati, la sua ritrosia ad accettare l'esistenza e il ruolo di enti e organizzazioni sovranazionali, i suoi repentini cambi d'umore e (apparentemente) di strategia in particolare in materia di politica estera lo hanno fatto a lungo sottovalutare sia dagli avversari politici sia dagli analisti e dalle cancellerie di mezzo mondo. 

Quel mondo ora si sta accorgendo che quella presunta "pazzia", o "incapacità" (come è stata più volte definita l'azione politica trumpiana), ha del metodo. Un metodo rischioso, certo, e che sta portando risultati più sul piano interno (d'altronde "America First", remember?) che non su quello esterno, ma pur sempre un metodo. Criticabile, deprecabile in certe occasioni come quando il presidente degli Stati Uniti annuncia l'arrivo di sanzioni a un altro Stato nazionale con un manifesto in stile Game of Thrones su Twitter ("Sanctions are coming", riferito all'Iran, nel novembre 2018).

Il metodo di Trump, dall'economia alla politica estera, è quello del "gambler", il "giocatore d'azzardo". Annunci battaglieri, minacce intercontinentali via social network per poi arrivare in una posizione (spesso presunta) di forza al tavolo delle trattative. Al momento i dati economici gli danno ragione. Nel 2018 il dato di crescita del Pil si è attestato tra il 2,8 e il 2,9%. Nel primo trimestre l'export è cresciuto del 3,7% mentre il Pil è cresciuto del 3,2%, nettamente al di sopra delle previsioni. Il tutto mentre la disoccupazione è ulteriormente calata fino al 3,6%, il dato più basso dal 1969.

Le borse, nonostante la guerra commerciale dichiarata da Washington a Pechino, non lo stanno punendo più di tanto. E Trump continua a utilizzare il peso dell'economia statunitense come un'arma non solo commerciale ma anche politica, sventolando dazi ai quattro venti. La trade war con la Cina si è già rivelata per quella che è, una guerra fredda tecnologica con forti risvolti geopolitici e rischi di tensioni militari nel Mar Cinese meridionale. Ma la Casa Bianca sta usando l'arma o la minaccia dei dazi anche con l'Iran, nemico numero uno in Medio Oriente, e per motivi lontani anni luce dall'economia come nel caso del Messico, finito nel mirino per la sua cattiva (stando a quanto sostiene Trump) gestione dei migranti. Oppure come nel caso dell'Europa, con la sempre ventilata introduzione di dazi sulle automobili che colpirebbe in primis la Germania per le manovre di avvicinamento di Berlino e Russia e Cina. O ancora l'abbandono al trattato Inf sui missili firmato a suo tempo con Mosca. 

Anche per quanto riguarda la politica internazionale, comprese tematiche più che delicate. Lo schema è sempre lo stesso, pur se portato avanti con modalità ogni volta diverse. L'azione dimostrativa in Siria prima della "tolleranza" del regime di Assad e del disimpegno dal Medio Oriente. I propositi bellicosi con la Corea del Nord prima del doppio summit con Kim Jong-un, che a dire la verità per ora non ha prodotto risultati concreti. Lo stesso potrebbe ripetersi con l'Iran, con la Casa Bianca che da una parte annuncia l'invio di 150 mila militari ma dall'altra offre la possibilità di un summit con i vertici della Repubblica Islamica, affermando di non avere come obiettivo un cambio di regime. Più difficile che accada con la Cina, troppo ambiziosa e troppo diversa da integrare nell'ottica statunitense. Un'ottica bipartisan e che non cambierà, pur assumendo sfumature diverse, anche se alla Casa Bianca dovesse entrarci un democratico.

Certo, le conseguenze della politica trumpiana sul lungo periodo sono tutte da verificare. La strategia, o l'azzardo, sono sempre gli stessi: stracciare un accordo esistente per firmarne uno migliore. Un metodo che alla lunga potrebbe logorare. Costringere vecchi alleati a tagliare fuori colossi cinesi come Huawei perdendo fiumi di soldi potrebbe a dir poco portare a qualche mal di pancia, per non parlare dei rapporti commerciali e geopolitici con una lunga lista di paesi, in primis quelli europei. 

Ma per il momento il gambling di Trump sembra funzionare, e The Donald, come ha affermato lui stesso nei giorni scorso dopo aver annunciato la ricandidatura, ha tutte le carte in regola per essere rieletto. Anche perché, come sempre Trump ha dichiarato, all'orizzonte non sembrano al momento stagliarsi sfidanti imbattibili. "Non vedo nessuno. Non c'è nessun Winston Churchill nel gruppo, me lo lasci dire. Non c'è nessuno che vedo che potrebbe vincere", ha dichiarato Trump. E la maggioranza degli americani ora crede che il presidente verrà rieletto. 

twitter11@LorenzoLamperti

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