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Geopolitica
Europee/ Belgio, il cuore del continente in una perenne crisi di identità

Si avvicinano le elezioni europee di maggio. Un appuntamento cruciale per il futuro dell'Europa. Le forze politiche tradizionali di centrodestra e centrosinistra devono fronteggiare l'avanzata di sovranisti, populisti ed euroscettici. In attesa di conoscere la composizione del nuovo Europarlamento, Affaritaliani.it esplora la situazione geopolitica ed economica dei singoli paesi alla vigilia del voto.

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ELEZIONI EUROPEE 2019: BELGIO, I PROTAGONISTI DEL VOTO/ Bart de Wever, l'uomo della crisi può diventare l'uomo della rinascita e il primo ministro Michel è costretto a rincorrere

La perenne instabilità del sistema politico belga è figlia della dicotomia fra le comunità che ne vivono all’interno. Per rendere l’idea basta pensare che in Belgio non esistono partiti politici attivi su scala nazionale ma formazioni che sono espressione delle varie comunità del Paese: fiamminga, vallona e germanica. Le differenze culturali, linguistiche, economiche e politiche hanno portato il Belgio ad adottare un federalismo unico nel suo genere che mostra un’intricata interazione tra stato, regioni e comunità: quella francese che si trova a Sud, nella regione della Vallonia; quella fiamminga situata a Nord, nella regione delle Fiandre e quella germanofona che si trova nella zona orientale della Vallonia al confine con la Germania. La capitale Bruxelles, centro nevralgico delle istituzioni europee, costituisce una regione a sé. A testimonianza della difficile unità nazionale è emblematica la crisi di governo tra il 2010 e il 2011 che durò ben diciotto mesi. Tanto per cambiare al momento un governo non esiste, o per meglio dire: c’è ma è privo della maggioranza parlamentare ed è in carica esclusivamente per gli affari correnti, nonché per le questioni sociali e ambientali, come ha esortato il re Filippo. E’ doveroso, per avere un quadro chiaro dell’attuale situazione, tornare per un momento alle elezioni del 2014 che hanno determinato un vincitore “a metà”: si tratta di Bart de Wever, leader della Nuova alleanza fiamminga (N-Va) e membro del gruppo europeo Ale l'Alleanza Libera Europea.

Il partito separatista fiammingo ha conquistato la maggioranza relativa dei consensi ma ha dovuto trattare per la formazione del nuovo governo federale ottenendo dei ministeri chiave ma lasciando la guida al liberale francofono Charles Michel, segretario del Movimento riformatore (Mr), divenuto primo ministro (membro del gruppo europeo Alde, Alleanza dei Democratici e dei Liberali europei). Alla composizione del governo inoltre, hanno partecipato: il Partito Popolare Cristiano fiammingo (Cd&v) e il Partito liberale fiammingo Vld. L’esecutivo Michel, ha dato priorità alle riforme di stampo liberale mettendo in discussione il proprio sistema di welfare state, accantonando le riforme istituzionali, a cui hanno lavorato in serie tutti i governi che si sono susseguiti, al fine di risolvere l’enorme problema belga di “precarietà istituzionale”. Ma il banco è saltato sul Global compact, quando il partito di maggioranza, i nazionalisti fiamminghi Bart de Wever (N-Va), hanno espresso un ‘no’ categorico all’iniziativa del primo ministro e degli altri alleati di governo favorevoli all’accordo Onu sull’immigrazione. Cosi lo scorso dicembre, uno dei pochi esecutivi nella storia del paese a restare in carica quasi per un’intera legislatura, è caduto. I tentativi di re Filippo di proseguire con un “governo ponte” sono naufragate per il ‘no’ esplicito del Partito socialista dell’ex premier Elio Di Rupo (Ps). Lo stesso rifiuto è  arrivato dal Vlaams Belang (Nl), il partito fiammingo di estrema destra di cui Tom Van Grieken è leader.

Quest’ultimo fa della rivendicazione  d'indipendenza delle Fiandre la battaglia storica identitaria ma il tema caldo d’attualità che sta cavalcando è quello sull’immigrazione. A portare acqua al suo mulino c’è un qualificato studio pubblicato dall’Icsr (Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione e della violenza politica) di Londra secondo il quale il Belgio rappresenta il paese con il numero più alto (tra tutti gli stati occidentali) di foreign fighters in rapporto alla popolazione. Il pericolo maggiore è che possano verificarsi nuovi attentati eclatanti come quello avvenuto nel maggio 2014 presso il museo ebraico di Bruxelles, costato la vita a quattro persone o come quello del marzo 2016 quando all’aeroporto di Bruxelles e alla fermata della metropolitana Maalbeek    che ha causato 32 vittime. Dopo settimane di indagini si è scoperto che l’autore della sparatoria era un jihadista francese. Questa indiscrezione ha svelato agli inquirenti il legame diretto fra terroristi islamici, esistente tra Belgio e Francia. Nel gennaio 2015, una nuova operazione dell’anti-terrorismo ha portato alla scoperta di una cellula jihadista a Verviers, direttamente implicata negli attentati di Parigi a Charlie Hebdoe al market kosher del gennaio 2015. Pochi mesi dopo, nel novembre 2015, la polizia ha eseguito 19 raid antiterrorismo tra BruxellesMolenbeek e Charleroi, che hanno portato all’arresto di 16 persone di origine maghrebina, all’uccisione di Abdelhamid Abaaoud – la mente degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 – e alla scoperta nella capitale belga della base di Salah Abdesalam, tra gli autori dei fatti al Bataclan.

ELEZIONI EUROPEE 2019: BELGIO, I TEMI DEL VOTO/ Il rigore piace anche al governo belga ma al cuore dell'opinione pubblica c'è l'ambientalismo. E il partito dell'Islam è messo al bando

L’immigrazione resta il tema caldo nella campagna elettorale belga in vista delle elezioni europee. Tom Van Grieken  risolverebbe la questione con una proposta mai sentita fino a ora: “Chiudere le porte del Paese per almeno dieci anni” - e spiega – “Non per odio per gli estranei, ma per amore nei confronti dei nostri concittadini”. Bruxelles, negli ultimi anni è stata una delle sostenitrici del sistema di redistribuzione dei rifugiati tramite quote nei paesi Ue, considerato anche il forte incremento delle domande di asilo ricevute negli ultimi decenni. Per quanto riguarda il fronte economico, il Belgio ha saputo adattare il concetto di “mercato unico” alla propria economia, divenendo uno dei paesi più aperti e concorrenziali al mondo. L’integrazione commerciale è in atto soprattutto nei rapporti di natura commerciale con i paesi dell’Ue confinanti – Germania, Francia e Paesi Bassi – con i quali intrattiene più del 40% del totale dei suoi scambi. Il governo uscente Michel è allineato alla dottrina di rigore dettata dalla Germania, pertanto i partner del vecchio esecutivo non declineranno la questione economica a un argomento da campagna elettorale, forse anche aiutati dalla ripresa partita nel 2014 che ha permesso una politica monetaria meno restrittiva migliorando le condizioni di accesso al credito con effetti positivi sulle imprese e sulle famiglie, nonché dalla diminuzione dei prezzi delle materie prime.

Ma negli ultimi mesi in Belgio, l’argomento che ha raccolto grandi adunate è un altro: la questione ambientale. Un tema che influenzerà sicuramente le prossime elezioni federali ed europee, in cui i partiti ecologisti avranno la possibilità di ottenere ottimi risultati. All’inizio dello scorso settembre davanti al Parlamento europeo, un migliaio di persone rispondeva all’appello del cantante Getch Gaetano e di Kim Lê Qang, un’insegnante di scacchi: “che la politica ci ascolti e prenda provvedimenti sul clima”. L’iniziativa viene sostenuta da Greenpeace e dalla Coalizione per il clima, che riunisce decine di ong e sindacati. Il 2 dicembre del 2018 gli organizzatori percepiscono il fermento e mettono in piedi una campagna di mobilitazione a favore del clima senza precedenti. Il primo ministro Charles Michel inizialmente non dà importanza ai manifestanti. Secondo lui il successo degli ecologisti è dovuto a un servizio del telegiornale sul rapporto dell’Ipcc di mesi prima. Questo infiamma terribilmente gli animi. In un secondo momento Michel si rende conto di aver sottovalutato un tema caldo e torna sui suoi passi elogiando la mobilitazione e promettendo di “difendere gli obiettivi ambiziosi”. Ma alle parole non seguono i fatti e qualche giorno dopo il governo belga si oppone a una direttiva europea sulle energie rinnovabili astenendosi su un altro documento che fisserebbe degli obiettivi per l’efficienza energetica. L’esecutivo accantona l’idea di una posizione comune del Benelux e respinge l’idea di accettare una dichiarazione congiunta dei 28 paesi dell’Unione europea alla conferenza delle Nazioni Unite. Dopo l’uscita dalla coalizione della Nuova alleanza fiamminga sulla partita Global compact, Michel dichiara che il clima sarà una delle tre priorità del nuovo esecutivo.

Ma il 14 dicembre, ultimo giorno della conferenza delle Nazioni Unite, il Belgio rifiuta di entrare in una coalizione di trenta paesi che chiedono politiche più ambiziose sul clima. E lo scorso gennaio, più di 75mila persone scendono per le strade di Bruxelles sfidando il freddo e la pioggia, protestando calorosamente ma civilmente. Tre settimane dopo il movimento ottiene le dimissioni della ministra fiamminga dell’ambiente, Joke Schauvliege, travolta dalla mobilitazione e dall’iniziativa di disobbedienza civile wake up your ministers, sveglia i tuoi ministri. Nel cuore dell’Europa c’è qualcosa che non va, le storiche divisioni fra le comunità del Belgio sono evidenti, l’instabilità dell’Unione europea, di cui Bruxelles è capitale, deriva dalla stessa precarietà che colpisce la politica interna belga? Ma l’agenda di politica estera del governo ha una priorità assoluta: la lotta al terrorismo. Il pericolo pare non nascere esclusivamente dall’esterno ma ha una natura endogena. Come gli stati ispanici del confine sud degli Stati Uniti rappresentano una minaccia potenziale per l’unità nazionale americana, le comunità islamiche radicate raffigurano l’ulteriore problema futuro che mina l’unità nazionale più di quanto non lo sia già.

Nello scorso settembre in Belgio si è discussa la messa al bando del partito islamista fondato nel 2012. Il Partito Islam (acronimo di Integrità, Solidarietà, Libertà, Autenticità, Moralità) si propone di istituire uno Stato islamico in Belgio con l'instaurazione della sharia. La formazione islamica è radicata soprattutto nella comunità sciita e ha stretti contatti con l'organizzazione mondiale sciita Ahl ul-Bayt, con base a Teheran, in Iran. il leader Redouane Ahrouch nell’aprile del 2018 ha proposto la separazione degli uomini e delle donne nei trasporti pubblici. Il Partito Islam nel 2012 è riuscito a far eleggere due consiglieri comunali a Bruxelles, nel maggio del 2014 ha ottenuto lo 0,2% di voti alle elezioni federali e regionali a Bruxelles e Liegi.

ELEZIONI EUROPEE 2019: BELGIO, L'AGENDA GEOPOLITICA/ La volontà di dialogare con Mosca, le relazioni nascenti con la Cina e la grande famiglia europea

A seguito della sistematica invasione da parte della Germania nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, il Belgio non adotta più una linea neutrale, anche se dal 1945 non ha più subito minacce alla sicurezza nazionale. Le truppe belghe, se pur in quantità moderata, affiancano i soldati francesi, tedeschi e spagnoli negli Eurocorps, un contingente Ue fermo, inabile e parcheggiato a Strasburgo. Per via dei rapporti di buon vicinato che il paese intrattiene nell’ambito del Benelux, Bruxelles ha costituito la formazione di una flotta navale comune con i Paesi Bassi. La consapevolezza di essere una piccola potenza in un contesto di crescente globalizzazione, ha portato Bruxelles ad appoggiare totalmente la politica estera europea. Anche il Regno Unito è membro di quel novero di stati con i quali il Belgio ha quello che si può definire “buon vicinato” ma la questione Brexit ha messo in allarme Bruxelles. 

Lo scorso 28 marzo il Parlamento belga ha approvato 250 misure inerenti alla questione, sia nel caso di un’uscita hard sia nell’ipotesi di un’uscita soft da parte del Regno Unito. Secondo i dati della Banque Nationale de Belgique, una Brexit senza accordo può comportare la perdita dello 0,9% del PIL per l'economia belga (circa 4 mld di euro) e una diminuzione del potere d'acquisto per la popolazione dallo 0,4% al 2,5%. Secondo le stime della società di consulenza internazionale Deloitte, il Belgio, dopo Germania, Francia e Paesi Bassi, è lo Stato Ue per la quale la Brexit potrebbe avere l’effetto economico sfavorevole. Le Fiandre sarebbe la regione più penalizzata perché da li partono l'80% delle esportazioni del Belgio nel Regno Unito.

Per quanto riguarda il versante orientale, proprio qualche giorno fa, il premier cinese Li Keqiang ha incontrato (prima del vertice europeo) il suo omologo belga Michel. Li ha specificato che il ruolo del Belgio è fondamentale nel promuovere lo sviluppo delle relazioni sino-europee, e ha espresso soddisfazione per il consolidamento dei rapporti fra i due paesi. Il progetto cinese della Belt and Road non ha investito il Belgio ma Pechino ha fatto altre mosse e ha aperto un centro di ricerca Huawei che lavora al 5G, esattamente come in linea con Berlino.

E’ sulla “partita russa” che il primo ministro Charles Michel non ha trovato sintonia con gli storici alleati del Patto Atlantico esprimendo a più riprese l’opinione che l'Europa non debba rispettare le sanzioni americane. In occasione della sua visita al Cremlino ha dichiarato che le sanzioni sono penalizzanti per l’Ue e soprattutto per il Belgio. Intanto Mosca sta investendo in un cluster petrolchimico, EuroChem ha acquistato uno stabilimento ad Anversa, un impianto molto importante per l'economia belga ed europea (BASF) e la crescita delle importazioni fra Belgio e Russia e viceversa si attesta intorno ai 9 miliardi di euro.  L'avvicinamento progressivo alla Cina e la posizione comune con la Germania nei confronti di Mosca rappresentano un’ulteriore segnale di quanto l’alleanza storica fra Ue-Usa, mai come ora, sia in bilico.

ELEZIONI EUROPEE 2019: BELGIO, ULTIMI SONDAGGI

N-VA (Ale) 30,2%

Vlaams Belang (Enl) 12%

Cd&v (Ppe)  15,7%

Vld (Alde) 11,6%

Ps (Pse) 9,5%

I sondaggi premiano la Nuova alleanza fiamminga N-VA un netto balzo in avanti rispetto agli ultimi mesi. Cresce anche il Vlaams Belang, il partito fiammingo di estrema destra che sale al 12%, raddoppiando i voti del 2014. Dall’altra parte dello schieramento, crescono soltanto i Verdi, reduci dal successo alle elezioni di Bruxelles nell’ottobre scorso. Il partito cristiano-democratico Cd&v, membro del vecchio esecutivo è  in crisi di consensi. La stessa situazione la vivono i liberali Vld con l’11,6%. Infine i socialisti scendono sotto la quoto del 10%.

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