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Geopolitica
Europee/ Danimarca, la svolta a destra del governo e l'incognita Groenlandia

Si avvicinano le elezioni europee di maggio. Un appuntamento cruciale per il futuro dell'Europa. Le forze politiche tradizionali di centrodestra e centrosinistra devono fronteggiare l'avanzata di sovranisti, populisti ed euroscettici. In attesa di conoscere la composizione del nuovo Europarlamento, Affaritaliani.it esplora la situazione geopolitica ed economica dei singoli paesi alla vigilia del voto.

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Elezioni europee 2019: Danimarca, i protagonisti del voto/ Il governo liberale monocolore di Rasmussen appoggiato dai nazionalisti del Partito popolare danese di Thulesen

La Danimarca è uno dei rari casi all’interno dell’Unione europea ad avere un governo di minoranza monocolore. Tale peculiarità nasce dall’appoggio esterno di tre forze politiche che nel classico gioco di ripartizione dicasteriale, nella fase embrionale del governo, hanno desistito dalla volontà di piazzare almeno un ministro al fine di formare prontamente un esecutivo. “Venstre” Il Partito liberale (V) di Lars Løkke Rasmussen (primo ministro in carica danese) può contare dal 2015 sul sostegno del Partito Conservatore (K), del partito Alleanza Liberale (La) e del Partito popolare danese (Dfp), formazione nazionalista (di cui Kristian Thulesen Dahl è leader) ostile all’immigrazione, alla globalizzazione e dichiaratamente su posizioni euroscettiche, allo steso modo, se pur con l’ideologia opposta, di Rina Ronja Kari, esponente di punta del Movimento popolare danese contro l’Ue ed europarlamentare con il gruppo Gue/Ngl. La maggioranza che la coalizione di centrodestra detiene all’interno del “Folketing”, Parlamento danese a struttura unicamerale composto da 179 membri, è di appena 5 seggi. Nonostante questo margine ridotto, l’esecutivo Rasmussen si appresta a chiudere la legislatura senza grandi intoppi, aiutato dalla facile convergenza ideologica con gli alleati. Il Partito popolare danese ultranazionalista ha permesso di avviare il mandato con il 21% dei seggi. A seguire il Partito “Venstre” con il 19,5% ha preso la guida del Paese. Nato come forza di sinistra moderata, ha poi sviluppato nel tempo un’ideologia di centrodestra che fa appello ai valori di libertà, solidarietà sociale ed è molto vicino alla politica statunitense, favorevole all’Unione europea e alla Nato. La terza forza della coalizione è l’AlleanzaLiberale con il 7,5% che mira alla riduzione delle tasse in generale e allo snellimento del settore pubblico. Il Partito conservatore, marginale ma indispensabile, con il suo 3,4% è una forza di destra moderata che ha a cuore il ruolo dello Stato nella società. In politica estera, anche i conservatori sono favorevoli all’Ue e alla Nato e possono definirsi filostatunitensi. Il Partito socialdemocratico (S) è la maggiore formazione dell’opposizione che ha governato nell’arco della precedente legislatura riuscendo a promuovere e ad attuare politiche di protezione sociale con un imponente welfare. Anche la Lista Unitaria (El) siede all’opposizione ed è formata da un’aggregazione di piccoli partiti e movimenti della sinistra radicale di ideologia marxista, tradizionalmente ostili agli Usa, alla Nato e fortemente euroscettici. Questa svolta a destra della penisola danese ha più volte destato polemiche e perplessità in relazione ad alcuni provvedimenti come quello entrato in vigore lo scorso 1° gennaio relativo al certificato di cittadinanza. Se l’avente diritto non stringe la mano al sindaco o al funzionario che consegna il certificato non può più avere la cittadinanza. Molti richiedenti per motivi religiosi rifiutano di toccare persone dell’altro sesso, in particolare musulmani ma anche fedeli dell’ortodossia ebraica. Secondo le intenzioni del governo la stretta di mano dovrebbe provare che hanno deciso di integrarsi nel loro nuovo paese senza più adottare le regole del loro costume. Non è la prima legge stringente sull’immigrazione: nell’estate del 2018 un’altra norma ha stabilito il divieto del velo e il burqa in pubblico. A queste si aggiungono tutte le norme ferree da rispettare per ottenere la medesima cittadinanza: essere residenti da almeno 9 anni, essere economicamente autonomi, conoscere la lingua, la storia e la politica danese e non avere precedenti penali. Inoltre, ai migranti possono essere confiscati dei beni di valore posseduti durante il loro ingresso in Danimarca al fine di aiutare lo Stato che provvede al loro sostentamento. Infine, per i rifugiati che delinquono è previsto lo sconfino sull’isola Lindholm in attesa dell’estradizione.

Elezioni europee 2019: Danimarca, i temi del voto/ La ripresa economica, il dibattito sull'adesione alla moneta unica e i tagli al sussidio integrativo per i migranti

Come altri paesi occidentali, nel periodo della crisi economica cominciato nel 2008, anche se in minor misura, la Danimarca ha subito una contrazione del pil che dal 2013 in poi è tornato a crescere in modo considerevole. Non aderendo alla moneta unica, la Banca centrale ha avuto molta difficoltà a seguito della svalutazione dell’euro a mantenere il tasso di cambio fisso tra euro e corona. È vivo nel Paese il dibattito sulla possibilità che la Danimarca entri a far parte dell’Unione bancaria europea. Il settore finanziario danese ha risentito dalla crisi internazionale, per questo la Banca centrale danese si è schierata a favore dell’ingresso nella moneta unica. Ma il dibattito centrale è focalizzato sul tema dei migranti e sulle misure ultranazionaliste che il governo sta approvando e che secondo molti hanno carattere discriminatorio e calpestano i diritti dei rifugiati politici oltre che dei profughi. Il tutto dopo 50 anni di politiche d’asilo all’avanguardia rispetto a tanti altri Stati. Il paradigma adottato nei decenni passati dal governo danese è stato ribaltato; oggi ottenendo lo status di rifugiato non si è considerati più cittadini danesi come prima. Durante le trattative sulla legge di bilancio per il 2019, il governo e il Dfp hanno raggiunto un accordo che mette nel mirino il ritiro dei permessi di soggiorno. Il testo esplicativo che accompagna il disegno di legge recita cosi: “Il governo esplorerà il proprio margine d’azione entro i termini della convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati”. Il programma d’integrazione danese quindi è in via di smantellamento e il sussidio integrativo (un sostegno al reddito pensato per i rifugiati) verrà trasformato in “sussidio per il rimpatrio”. L’obiettivo è quello di mettere il rifugiato in una condizione di autosufficienza e in un secondo momento spingerlo al rimpatrio. È lo stesso autore del disegno di legge e parlamentare del Dfp Martin Henriksen, a raccontare ai media la strategia del partito: “Il nostro gruppo offre un appoggio esterno al governo, e possiamo ritirarlo se le nostre richieste in materia d’immigrazione non saranno accolte”. Anche Kenneth Petersen, un altro esponente del Dfp, non fa giri di parole: “Per prima cosa vogliamo scoraggiare l’immigrazione verso la Danimarca. In secondo luogo, vogliamo che i rifugiati abbiano interesse a raggiungere al più presto l’autosufficienza economica”. Il sussidio è stato ridotto di 270 euro al mese, anche per chi è già al di sotto della soglia di povertà. La misura violerebbe la Costituzione danese, perché non garantisce un’esistenza dignitosa come è scritto nell’articolo 75. “Il sussidio così come è stato ridotto non basta a coprire i costi di sostentamento delle famiglie di rifugiati in difficoltà”, così ha affermato l’Istituto danese per i diritti umani rilevando che la riduzione del sussidio integrativo ha provocato difficoltà finanziarie, esclusione sociale e povertà. Anche un’altra misura adottata dal governo è stata giudicata molto discutibile: si tratta della “politica dei ghetti” il quale prevede regole speciali per alcune aree. La legge sull’edilizia pubblica del 1 dicembre 2017 stabilisce che possono essere classificate come “ghetti” le aree residenziali con almeno mille abitanti e che soddisfano almeno tre dei seguenti criteri: più del 40% dei residenti in età da lavoro è disoccupato; più della metà dei residenti è immigrata non occidentale; i condannati in sede penale superano il 2,7% dei residenti adulti; più della metà dei residenti fra i 30 e i 59 anni ha solo un’istruzione di base; il reddito lordo medio è uguale o inferiore al 55 per cento del reddito lordo medio della regione. A questi criteri corrispondo ben 29 aree del Paese che quindi sono state trasformate in ghetti.

Elezioni europee 2019: Danimarca, situazione geopolitica/La Groenlandia pepita ambita ma non troppo dagli americani e i russi, con i cinesi che ambiscono alla "Via della Seta polare"

La Danimarca è stata tra i paesi fondatori dell’alleanza atlantica dopo aver abbondonato la sua storica neutralità. Apertamente filostatunitense, Copenaghen non ha mai smesso di relazionarsi in modo privilegiato con i suoi naturali partner nordici facendosi fautrice della cosiddetta "dimensione nordica” costituita dal Consiglio nordico. Oltre a Svezia e Finlandia, ne fanno parte anche Norvegia e Islanda (che non appartengono all’Ue) e i territori autonomi della Groenlandia (proprietà della Danimarca in status di semi-indipendenza), delle isole Fær Øer e delle isole Åland. Gli stati membri hanno creato un mercato del lavoro comune e un’area di libera circolazione all’interno della regione artica ma negli ultimi anni il Consiglio ha ridimensionato le proprie attività, molte sue funzioni infatti sono state sostituite da quelle dell’Unione Europea.

È proprio sulla partita dell’Artico (ma non solo) che le tre superpotenze del sistema internazionale, Stati Uniti, Cina e Russia si misurano per il controllo del Grande Nord. La Groenlandia è l’oggetto principale della contesa. La sua collocazione geografica garantisce notevoli vantaggi di natura strategica: è il cuscinetto che separa il fronte settentrionale del Nordamerica dal resto del pianeta e consente di identificare in anticipo eventuali attacchi balistici lanciati lungo il circolo polare ma anche di studiare i cambiamenti climatici che riguardano il globo. Per non parlare delle risorse che offre come le straordinarie riserve ittiche e di criolite (elemento indispensabile per la produzione dell’alluminio).

Inoltre, dispone di notevoli risorse naturali, rese accessibili dallo scioglimento dei ghiacci, appetibili per le principali multinazionali e potenze della terra. In primis, il ferro di cui potrebbe diventare eccezionale esportatrice. Nel Sud si trovano depositi di terre rare che costituiscono il 10% dello specifico patrimonio mondiale, mentre sono stati scoperti considerevoli giacimenti di gas e petrolio offshore. Si aggiungono poi numerose cave di uranio, zinco, oro, rame, diamanti, titanio e piombo sparse sul tutto il territorio. Anche se la Russia parrebbe in vantaggio dati i molti possedimenti nella regione in realtà manca delle necessarie capacità marittime per sostanziare le sue mire. Gli americani si limitano a gestire la base settentrionale di Thule e al controllo della regione con l’attenzione che da lì non provengano minacce. La Cina prova senza successo a tradurre la sua presenza economica in rendita strategica.

La Groenlandia già dal 1979 ha ottenuto la semi autonomia negli affari interni, lasciando alla madrepatria l’esclusiva competenza nell’economia e nella gestione del sistema legale, oltre che in politica estera. Per volontà popolare il territorio ha ottenuto l’autogoverno con la possibilità in futuro di decretare la definitiva indipendenza attraverso una nuova consultazione diretta. Ma il cammino verso l’indipendenza non è in discesa. La popolazione groenlandese è favorevole alla secessione soltanto se il grande passo garantisse il mantenimento dell’attuale livello di benessere ma Nuuk (capitale Groenlandese) non è in grado di sostenersi da sé. Con un prodotto interno lordo di 2,2 miliardi di dollari vive del sussidio annuale erogato da Copenaghen di 470 milioni di euro, 8.300 euro a cittadino, pari a circa un terzo del pil e a quasi il 60% del budget nazionale. Negli ultimi anni l’esecutivo ha concesso oltre cinquanta permessi per l’esplorazione mineraria ad aziende provenienti dalla Repubblica Popolare cinese. Nella località del Kvanefjeld Pechino sta estraendo terre rare e uranio e si è mostrata interessata anche a costruire le cruciali infrastrutture mancanti ma è stata bloccata da Copenaghen impedendo lo scorso settembre a una multinazionale cinese di edificare tre aeroporti locali. A questo si aggiunge l'espulsione da parte di due impiegati cinesi Huawei a causa di irregolarità nei loro permessi di soggiorno e di lavoro, forse per il timore di infiltrazioni di Pechino negli apparati di sicurezza. La vicenda groenlandese dimostra che l’Artico è importante ma non fondamentale per l’egemonia del globo. La domanda sorge spontanea: perché un’isola grande 10 volte il Regno Unito e situata nel continente americano, appartiene a una nazione europea di media potenza?

I sondaggi al momento esprimono questa proiezione di voto:

  • Sd 22,5 % (Centrosinistra-membro Pse)
  • V 19,6% (Centrodestra-membro Alde)
  • Dfp 18% (Destra-membro Ecr)
  • El 8% (Sinistra-membro Se)

Il Partito liberale "Venstre" del primo ministro Rasmussen è in calo rispetto alle ultime elezioni politiche, paga le misure ultranazionaliste condivise con il Partito popolare danese che a sua volta cala di oltre 5 punti percentuali. Stabili i socialisti dell'Alleanza progressista. In crescita la sinistra radicale.

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