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Geopolitica

Mai dare per morta Angela Merkel. Lo sanno in Germania, dovrebbe saperlo anche Emmanuel Macron, dopo che il presidente francese si è visto affossare il suo ambizioso programma di riforme dell'Ue da una cancelliera improvvisamente rediviva dopo le difficoltà per la formazione del governo nell'inverno del 2017. Quando il gatto non c'è, i topi ballano si dice. Era successo così in quel frangente, ora il leader dell'Alde (in materia di voti raccolti), l'eurogruppo liberale, dovrebbe stare attento a pensare di poter dare personalmente tutte le carte nella partita, complicata come non mai, delle nomine dopo i risultati delle elezioni europee dello scorso fine settimana.

La maggior parte delle cronache e degli scenari di questi giorni prefigurano una vittoria di Macron nella sfida sulla Commissione europea, a cominciare dal meccanismo degli Spitzenkandidaten che al presidente francese proprio non piace. Manfred Weber, lo Spitzenkandidat tedesco del Ppe, sembra non avere più alcuna chance visto che non piace a Macron, che contesta non solo il meccanismo di nomina ma anche la sua figura, né al leader socialista Pedro Sanchez, che lo considera troppo "falco", ricordando che il Ppe lo aveva scelto proprio nell'ottica di un possibile riavvicinamento post elettorale ai sovranisti.

L'impallinamento di Weber viene raccontato come una grande sconfitta per la cancelliera. Ma siamo sicuri sia proprio così? E se invece, oltre le parole, il "sacrificio" di Weber sia utile alla Merkel per rivendicare qualcosa di diverso a cui magari tiene di più? Già, perché la presidenza della Commissione, occupata dal popolare Juncker nel precedente quinquennio è nell'ordine delle cose che possa cambiare a favore di Alde o S&D. 

Ed ecco allora che alla cancelliera potrebbe far gola la Bce, oppure il Consiglio. Nel primo caso, per il post Draghi la Merkel potrebbe ricordare a Macron che il mandato di Jean-Claude Trichet è troppo vicino nel tempo per mandare un altro francese a Francoforte. La sconfitta sulla Commissione e la nomina di un nome macroniano per il post Juncker, come la liberale danese Vestager, potrebbe allora mettere Merkel in una posizione di forza per imporre il tedesco Jens Weidmann. Con tanti saluti alla maggiore flessibilità fiscale auspicata dall'Italia.

O addirittura la cancelliera potrebbe avocare a sé la presidenza del Consiglio, prendendo in mano gli equilibri politici comunitari. Due mosse che ribalterebbero all'improvviso l'esito della sfida sulle nomine.

L'alternativa è il compromesso. Trovare dunque nomi di mezzo, come il francese Michel Barnier alla Commissione e uno dei due candidati finlandesi per la Bce, Liikanen e Rehn. La soluzione di compromesso piacerebbe a Sanchez, pronto ad approfittarne per aumentare il peso della Spagna imponendosi come interlocutore di Parigi e Berlino e portare a casa magari il vicepresidente della Commissione con delega all'Economia per il connazionale Josep Borrell. Il tutto mentre il volto della politica estera Ue dovrebbe essere ancora femminile, con una tra la lituana Dalia Grybauskayté e la bulgara Kristalina Georgieva al posto di Federica Mogherini. Con l'Italia condannata a fare da spettatore.

twitter11@LorenzoLamperti

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