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Geopolitica
Europee/ Repubblica Ceca, lo strano euroscetticismo del Berlusconi di Visegrad

Si avvicinano le elezioni europee di maggio. Un appuntamento cruciale per il futuro dell'Europa. Le forze politiche tradizionali di centrodestra e centrosinistra devono fronteggiare l'avanzata di sovranisti, populisti ed euroscettici. In attesa di conoscere la composizione del nuovo Europarlamento, Affaritaliani.it esplora la situazione geopolitica ed economica dei singoli paesi alla vigilia del voto.

1° puntata GERMANIA - 2° puntata CIPRO - 3° puntata FRANCIA - 4° puntata CROAZIA  - 5° puntata LUSSEMBURGO - 6° puntata ROMANIA - 7° puntata MALTA - 8° puntata POLONIA - 9° SLOVENIA - 10° PAESI BASSI - 11° SLOVACCHIA

Elezioni europee: Repubblica Ceca, i protagonisti del voto/ L'eterogeneità del governo e lo storico appoggio esterno del Partito comunista, ma fino a quando? 

Insieme a Ungheria, Polonia e Slovacchia, la Repubblica Ceca costituisce il famigerato gruppo di Visegrád, in totale contrapposizione con Bruxelles e in piena sintonia con tutto il fronte sovranista continentale, composto principalmente da Salvini in Italia e Le Pen in Francia. Dalla scorsa estate, e dopo quasi un anno di trattative, la coalizione di governo presentatasi di fronte alle camere ha ottenuto la fiducia dal Parlamento ceco. A comporre l’esecutivo c’è il partito del primo ministro Andrej Babiš, l’Azione dei Cittadini Insoddisfatti (Ano); il Partito Socialdemocratico (Čssd) di Jan Hamáček e il Partito comunista (Ksčm) di Vojtěch Filip in appoggio esterno, una novità assoluta per la scena politica ceca post-comunista. Da dopo la caduta del fronte sovietico del 1989, seguita dalla Rivoluzione di Velluto (sempre nello stesso anno), fino ad arrivare alla formazione di quest’ultimo governo, nella Repubblica Ceca (fino al 1993 Cecoslovacchia), il Partito comunista era stato escluso da ogni accordo al fine di formare un esecutivo. Nei confronti di Bruxelles, il partito di maggioranza relativa, Ano, assume una linea più vicina ai sovranisti che agli europeisti, fluttuando da una posizione all’altra in base all’esigenza politica del momento; il Čssd è membro del gruppo dei Socialisti Europei (Pse) e quindi in linea con la Commissione e favorevole ad una maggiore integrazione europea. Il Partito comunista, in ultimo, (Ksčm), è una forza convintamente euroscettica.

La convivenza fra i tre partiti di maggioranza, più che voluta è forzata dalle esigenze di stabilità. I 9 mesi trascorsi per formare l’esecutivo sono bastati per creare insicurezza e sfiducia negli investitori esteri e trovare un punto d’incontro per la guida del Paese era diventato un obbligo non più prorogabile. Rimangono nei ranghi dell’opposizione, ma comunque pronti a spostare l’asse dell’esecutivo sulle loro posizioni, qualora si presentasse lo spettro della “caduta del governo”, il Partito della libertà e della democrazia diretta (Spd), movimento xenofobo; poi ci sono coloro che sembrerebbero gli alleati naturali di Babiš: il Partito Democratico Civico (Ods) di centrodestra e infine il Partito dei Pirati che nonostante il nome singolare, spinge per politiche riformiste volte alla pretesa di una maggiore libertà di stampa.

Il Berlusconi ceco e il conflitto di interessi continentale

Andrej Babiš è una figura molto discussa in patria, il leader di Ano si è conquistato il soprannome di “Babisconi” per il percorso imprenditoriale simile a quello dell’ex presidente del consiglio italiano. Ma soprattutto per il conflitto d’interessi che ne ha caratterizzato il suo percorso politico. Babiš è fondatore (e ha voce in capitolo sui bilanci) di Agrofert, colosso dell'agroalimentare che da anni prende finanziamenti comunitari: 84 milioni solo nel 2017. Ma Babiš, ministro delle Finanze nel precedente governo, ha partecipato ai negoziati per la riforma della politica agricola comune e per il bilancio dell'Unione. Nel dicembre scorso, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di revocare i sussidi ottenuti "illegalmente e irregolarmente".

Ad Agrofert interessano da vicino molte delle questioni riguardanti la politica agricola comune e che toccano i negoziati sul bilancio dell’Unione a Bruxelles in sede di Consiglio Ue. L’assemblea di Strasburgo ha adottato una risoluzione “sul conflitto di interessi e la protezione del bilancio dell’Ue in Repubblica ceca” con 434 voti a favore e 64 contrari sollecitando la sospensione di tutti i sussidi comunitari nei confronti del gruppo e chiedendo che tutti i fondi ricevuti da Agrofert “illegalmente e irregolarmente” siano recuperati. Perché la Repubblica Ceca contesta le politiche di Bruxelles continuando a beneficiare dei fondi comunitari? Talvolta anche irregolarmente.

Elezioni europee: Repubblica Ceca, i temi del voto/Il tasso di disoccupazione più basso d'Europa, la crescita e l'euroscetticismo di convenienza

Nella politica ceca, la disputa tra chi vuole rafforzare l’Ue e chi vorrebbe affossarla va avanti da quindici anni, precisamente da quando Praga ne è divenuta membro nel 2004. Secondo i dati economici, i cechi hanno bisogno dell’Unione europea più di quasi tutti i paesi del vecchio continente; prendendo i numeri sul lavoro, si registra come il dato della disoccupazione, nel 2017, sia stato il più basso dell’eurozona: 2,9%. Quasi l’85% delle esportazioni ceche è diretto verso paesi del mercato unico grazie alla sua posizione centrale nel cuore dell’Europa e alla confinante Germania. Pertanto il funzionamento dell’Unione europea si sovrappone all’interesse nazionale. L’adozione dell’euro, in principio prevista per il 2010 è stata posticipata di anno in anno. Al momento è rinviata sine die. L'ex Presidente della Repubblica Klaus ha insistito in passato per ottenere una un “opt-out” come quello di Danimarca, Gran Bretagna e Svezia (una deroga permanente). Per la Repubblica Ceca mantenere la corona (la propria moneta) significa attrarre investitori stranieri e garantire vantaggi derivanti dalla possibilità di effettuare svalutazioni compensative che si riflettono positivamente sull’andamento dell’economia.

Dalla definizione dei ruoli delle forze politiche di governo nascono due domande: come si porrà Praga nei confronti della Ue? E quale sarà il suo ruolo all’interno di Visegrád? Repubblica Ceca e Slovacchia rappresentano il lato morbido di Visegrád, mentre Polonia e Ungheria sono il lato duro. In quest’ultime, sono al Governo la destra e l’estrema destra, con quasi nessuna partecipazione delle forze di centro-sinistra nella politica nazionale. Nella Repubblica Ceca e in Slovacchia, invece, ci sono governi di coalizione di cui fanno parte forze di centro-sinistra che mitigano la trazione euroscettica dei due paesi. Soprattutto dopo che la Slovacchia ha scelto come presidente l’europeista Zuzana Caputova. Di certo i cechi hanno un governo guidato da un partito che non ha una collocazione ideologica ben precisa e viene inquadrato nell’ambito dei populisti ma lo stesso Andrej Babiš ha più volte confermato la sua lealtà, non solo all’Ue ma anche al patto euro-atlantico. Primi segnali dissolutivi del Patto di Visegrád?

L’unica Unione europea che piace alla Repubblica ceca come a Visegrád è quella dei fondi strutturali e del libero mercato. Piace meno quella che preme per i ricollocamenti dei migranti. I cechi sono entrati nell’Ue in condizioni disastrate, e fino a oggi, Praga, è cresciuta velocemente, con una media del 4,1%, il doppio della media Ue a 28 stati mentre l’Italia è ferma all’1,6%. Dall’Europa, i cechi sono fra quelli che hanno avuto più soldi in assoluto. La Polonia è in testa in questa classifica.

Elezioni europee: Repubblica Ceca, l'agenda geopolitica/ Lo spauracchio russo, il flirt con la Cina e la gelosia degli Stati Uniti

Jan Palach è stato ed è l’emblema del desiderio di democrazia e autonomia dei cittadini della Cecoslovacchia di ieri e dei cittadini cechi di oggi. Lo scorso 19 gennaio sono ricorsi i 50 anni da quell’avvenimento e a Praga, come in tutto il Paese, si è commemorato il giovane studente che si diede fuoco  in segno di protesta contro l’occupazione del suo paese da parte delle truppe sovietiche. Ma le relazioni con la Russia, storicamente difficili, si sono nel tempo consolidate nel settore economico e finanziario soprattutto grazie agli investimenti di Mosca in Repubblica Ceca. Restano evidenti le difficolta nel dialogo. Le forze telluriche della storia agitano il presente.

Piccole questioni simboliche lo dimostrano: Praga, da quest’anno, non darà il consueto contributo annuale per la cura dei cimiteri di guerra cecoslovacchi in Russia. La Repubblica Ceca è fortemente dipendente dalle importazioni di idrocarburi russi (l’80% del suo fabbisogno nazionale). Per questo, da tempo, ha adottato politiche e strategie nazionali mirate a ridurre tale dipendenza, accrescendo i progetti di diversificazione delle infrastrutture e delle risorse. Tra i paesi del gruppo di Visegrád, la Repubblica Ceca è quella che per prima ha promosso una strategia di diversificazione. In quest’ottica, lo scorso novembre, il segretario all'Energia degli Stati Uniti, Perry, si è recato in Repubblica Ceca, Ucraina, Polonia e Ungheria per promuovere il carbone "made in America" come fonte di approvvigionamento alternativa. Perry ha avuto colloqui con i governi di questi paesi sia su questioni di energia nucleare che sul carbone al gas naturale liquefatto (Gnl).

Membro Onu dal 1993, della NATO dal 1999 e dell‘Unione Europea dal maggio 2004 (dopo il referendum popolare del giugno 2003 che aveva approvato l’adesione con una maggioranza del 77% dei votanti), La Repubblica Ceca mantiene ottime relazioni con gli Usa, diventate molto strette negli ultimi anni. L’appoggio di Praga a Washington in Afghanistan con le proprie truppe lo testimoniano. Nel 2007 i cechi acconsentirono addirittura la proposta di ospitare una base missilistica statunitense nell’ambito del progetto dello scudo difensivo, poi naufragato sotto gli impulsi realistici in politica estera di Barack Obama che elaborò in compenso un sistema finalizzato a intercettare i missili iraniani a corta gittata attraverso postazioni navali mobili.

Gli Stati Uniti oggi ritengono Praga, come tutto l’est Europa, fondamentale nello scacchiere continentale, soprattutto in funzione anti-Cina, nella battaglia sul controllo delle nuove reti 5G necessarie per le connessioni ultraveloci. Lo scorso dicembre il primo ministro Andrej Babis ha emesso un documento nel quale invita le agenzie governative e le società telefoniche che utilizzano la rete mobile nazionale a non collaborare con Huawei e Zte, l’altra azienda cinese finita nel mirino americano. Proprio a seguito dell’allarme lanciato da Nukib (l’Ente nazionale ceco per la sicurezza cibernetica e informatica): Huawei “costituisce un pericolo, perché i suoi strumenti e prodotti potrebbero diventare metodi di spionaggio al servizio del governo cinese”. Qualcuno negli Stati Uniti sostiene: “La corsa per le reti 5G ha assunto un livello di importanza simile ai progetti come il Manhattan Project (la costruzione della bomba atomica) o agli sforzi per portare l'uomo sulla Luna nel 20esimo secolo. Nonostante l'adesione alla Belt and Road Initiative, il governo ceco sta ora agendo con cautela sulla Cina. Da Washington infatti sono arrivate pretese di garanzia relative alle infiltrazioni di Pechino in Europa.

Elezioni europee: Repubblica Ceca, i sondaggi/Balzo dei Piráti che si piazzano al primo posto, leggera crescita (+2%) di Ano e crollo per l'euroscettico Vojtěch Filip

Attualmente i sondaggi in vista delle elezioni europee nella Repubblica Ceca esprimono questa proiezione:

  • Piráti: 21% (Collocazione ideologica da definire, membro Ppeu)​​​​​
  • Ano: 18% (Centro-destra, membro Alde)
  • Ods: 15% (Centro, membro Ecr)
  • Čssd: 9% (Centro-sinistra, membro Pse)
  • Top09: 7% (Centro-destra, membro Ppe)
  • Ksčm: 7% (Sinistra, membro Se)
  • Kdu-Čsl: 5% (Centro-destra, membro Ppe)
  • Spd: 4% (Centro-destra, membro Menl)

I sondaggi danno in leggero aumento il partito (Ano) del primo ministro Andrej Babiš. Crescita shock del Patito dei Piráti del ben + 16% rispetto alle elezioni politiche del 2017. In netto calo la spalla di governo Čssd che registra il -5%. Identica situazione per i comunisti del Ksčm a cui evidentemente costa caro l’appoggio esterno: -4%. Il Partito Democratico Civico (Ods) è l’altra sorpresa nei sondaggi oltre ai Piráti, infatti si registra un significativo balzo in avanti del +7%.

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