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Geopolitica
Golfo, aumenta il rischio guerra Usa-Iran. Giallo petroliere tra Riyad e Tokyo

Le pedine sullo scacchiere sono tante. Alcune sono esposte alla luce, altre sono ancora celate nell'ombra. Ma ormai appare chiaro: sono tutte in movimento. Stiamo parlando di uno degli scacchieri più variegati e complessi a livello globale, quello del Golfo, coacervo di tensioni se non aperte guerre civili, intrighi e sfide incrociate.

LA TENSIONE TRA USA E IRAN

Al largo dell'Oman sono state colpite due petroliere in quello che secondo tutte le testimonianze sembra un attacco in piena regola. Le reazioni che si stanno succedendo a ritmo incalzante in queste ore sono variegate ma gli Stati Uniti sembrano aver già individuato chi mettere (di nuovo) nel mirino: l'Iran. Lo scontro (per ora) diplomatico tra Washington e Teheran è arrivato a livelli quasi insostenibili dopo che Donald Trump ha reso sostanzialmente carta straccia l'accordo sul nucleare siglato tra il suo predecessore Barack Obama e il presidente iraniano Hassan Rohani. 

SI INDEBOLISCE IL MODERATO ROHANI, SI RAFFORZANO I FALCHI

La posizione oltranzista di Trump, che ha operato un riavvicinamento strategico ai partner tradizionali degli Usa in Medio Oriente, Israele e Arabia Saudita, sta da una parte mettendo in difficoltà l'Iran dal punto di vista economico e dall'altra rinforzando gli integralisti che vorrebbero mettere da parte il moderato Rohani. 

LA STRANA COINCIDENZA SU SHINZO ABE E IL RUOLO DEL GIAPPONE

Per la verità, al momento non risultano esserci prove del coinvolgimento di Teheran. Anzi. Ci sarebbero segnali piuttosto discordanti. Una delle due navi colpite era diretta in Giappone. E l'attacco è avvenuto proprio mentre il leader politico giapponese, Shinzo Abe, si trova a Teheran per una serie di incontri con i leader politici iraniani. Tokyo sta infatti cercando di ritagliarsi un ruolo da grande mediatore tra Washington e Teheran, a conferma del legame sempre più stretto tra Giappone e Stati Uniti che si concretizza anche nella vasta strategia indo pacifica di contenimento della Cina.

IL GIALLO SUL MESSAGGIO "NASCOSTO"

C'è allora chi sostiene che in realtà l'attacco alle petroliere possa contenere un messaggio "nascosto" a chi di dovere: gli Usa non possono (o non devono) fare la pace con l'Iran attraverso il Giappone. Nelle ultime settimane c'erano state timide aperture dell'amministrazione Trump, per la verità piena di falchi anti Teheran, nei confronti della Repubblica Islamica, con lo stesso segretario di Stato Mike Pompeo che aveva annunciato la disponibilità della Casa Bianca a trattare, spiegando che l'obiettivo degli Stati Uniti non è il cambio di regime. 

IL RUOLO DELLE MONARCHIE SAUDITE E IL CONFLITTO IN YEMEN

Chi potrebbe aver mandato allora il messaggio "nascosto"? Lo stesso Iran, che con i suoi falchi cerca di far saltare qualsiasi possibilità di riavvicinamento a Washington che sarebbe visto come una resa? Oppure dalle monarchie saudite che non vogliono impedire il cambio degli equilibri in Medio Oriente e anzi gradirebbero vedere un'Iran più debole? O ancora dai ribelli houthi filo iraniani in Yemen già molto attivi nelle ultime settimane con attacchi a pipeline saudite?

Un giallo che al momento è difficile risolvere, come ha dichiarato la Russia, che avverte di usare cautela prima di identificare un colpevole per l'attacco alle petroliere al largo dell'Oman. Ma gli Usa sembrano aver individuato in Teheran l'attore dietro l'attacco. D'altronde Washington aveva già accusato l'Iran di alcuni precedenti incidenti verificatisi nelle ultime settimane nell'area in una cronologia sempre più serrata. 

L'ESCALATION SUL GOLFO

Una cronologia che comincia lo scorso 5 maggio, quando gli Usa annunciano l'invio di una task force di bombardieri e della portaerei USS Abraham Lincoln, in risposta ai "preoccupanti segnali di innalzamento della tensione e allarmi" connessi all'Iran. Azione a cui tre giorni più tardi Teheran replica con la minaccia di riprendere la produzione di uranio arricchito. Nei giorni seguenti si verificano i primi incidenti: il 12 maggio  due petroliere saudite e altre due navi vengono danneggiate in misteriosi "sabotaggi", a largo delle coste di Fujairah, porto strategico negli Emirati Arabi Uniti, alternativo all'iraniano Hormuz, da dove a oggi passa la maggior parte delle esportazioni di greggio. Due giorni più tardi i ribelli yemeniti filo-iraniani houthi conducono un attacco con droni contro una pipeline saudita a poca distanza dalla capitale Ryad. La monarchia di bin Salman risponde con un bombardamento su Sanaa, la capitale yementita caduta da tempo sotto controllo dei ribelli. 

E' in questo scenario che Abe è arrivato a Teheran per provare a seminare pace mentre c'è invece chi continua a cercare di fare la guerra. Un rischio che sta aumentando sempre di più in una zona dove una escalation militare potrebbe portare a conseguenze vaste e imprevedibili. Il tutto mentre una prima conseguenza certa c'è già: l'impennata del prezzo del greggio.

twitter11@LorenzoLamperti


LA DINAMICA DELL'ATTACCO ALLE PETROLIERE

L'incidente che rischia di accendere la miccia sul Golfo è avvenuto giovedì mattina al largo dell'Oman, tra gli Emirati arabi e l'Iran, quando due petroliere sono state "attaccate" da attori finora ignoti, tramite "siluri". Le due petroliere coinvolte sono la Altair, battente bandiera delle Isole Marshall, e la Kokuka Corageous, battente bandiera di Panama. entrambe andate in fiamme, e gli equipaggi hanno dovuto abbandonarle. Ad accorrere in loro aiuto, la Quinta flotta degli Stati Uniti, basata nel Bahrein e dalla marina di Teheran che afferma di aver soccorso 44 membri degli equipaggi delle due petroliere e li trasferiti nel porto di Bandar-e-Jask. Gli attacchi sono stati pianificati e mirati, e hanno causato il ferimento lieve di un marinaio sulla Kokuka, il cui carico di metanolo, ha riferito l'armatore, è "in salvo". "Il nostro equipaggio ha messo in atto manovre di fuga, ma tre ore più tardi è stata colpita nuovamente. A quel punto era pericoloso restare a bordo", ha detto Yutaka Katada, presidente della compagnia giapponese Kokuka Sangyo. A bordo dell'Altair, operata dalla compagnia norvegese Frontline, le esplosioni a bordo sono state tre. "La nave - ha spiegato l'Autorita' marittima di Oslo - e' stata attaccata alle 6.03 del mattino, in un'area tra gli Emirati arabi e l'Iran". "L'equipaggio e' composto in gran parte da persone provenienti da Russia, Georgia e Filippine", ha detto un portavoce al sito norvegese VG, sottolineando che la nave trasporta 75.000 tonnellate di nafta. La compagnia energetica statale taiwanese CPC, che aveva commissionato il trasporto della nafta a bordo della nave, ha affermato che la Altair potrebbe essere stata colpita da un "siluro". Frontline ha poi dovuto smentire che la nave era affondata, notizia diffusa dall'agenzia iraniana Irna. 

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