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Geopolitica
Hong Kong di nuovo spina per la Cina. Ma tra i fronti interni c'è anche Taiwan

Sono passati più di 30 anni da Tiananmen e la Cina di oggi è molto diversa da quella del 1989. E' una Cina più forte, più ricca, più ambiziosa, più assertiva sulla scena internazionale. Ma quanto sta accadendo in questi giorni a Hong Kong, l'ex colonia britannica tornata nel 1997 sotto l'ombrello di Pechino con il principio del "due sistemi, un Paese", dimostra che non tutte le questioni interne sono state risolte dal Dragone. L'impalcatura della stabilità e della continuità, raggiunte con fatica ed efficacia in seguito al cosiddetto "secolo della vergogna", è solida ma esistono ancora dei nodi irrisolti che costringono Pechino a tenere alta l'attenzione non solo sul fronte esterno e alla trade/tech/cold war con gli Stati Uniti ma anche su quello interno per evitare ripercussioni centrifughe. Un rischio che già 30 anni fa Pechino fu costretta a scongiurare.

Erano cinque anni che a Hong Kong, dal fallimento della cosiddetta "rivolta degli ombrelli", la situazione era relativamente tranquilla, con un'opposizione litigiosa e spezzettata in tanti piccoli rivoli. Tanti piccoli rivoli che sono tornati a incontrarsi nelle scorse settimane per protestare contro un disegno di legge sull'estradizione che, secondo gli oppositori, rappresenterebbe una cessione di sovranità dell'ex colonia britannica e che invece, secondo l'esecutivo locale guidato da Carrie Lam, riempie un vuoto normativo evitando che Hong Kong diventi un "rifugio per criminali".

Le proteste di massa degli scorsi giorni, al di là dei numeri ufficiali o ufficiosi di coloro presenti in strada, si sono tramutate in una "sommossa", come affermato dal capo della polizia locale e con il capo dell'esecutivo che ha parlato di azioni "chiaramente organizzate" e condotte da chi "non ama Hong Kong". Mentre Pechino ha apertamente parlato di un progetto partorito da attori esterni e volto a destabilizzare la Cina. I gas lacrimogeni, gli spray al peperoncino, i manganelli e i proiettili di gomma utilizzati per disperdere la folla di migliaia di oppositori lasciano presagire altri sviluppi nei prossimi giorni. Anche perché il capo delle proteste, Jimmy Shan, ha ribadito che le manifestazioni proseguiranno.

La seduta per discutere della legge è stata rimandata a data da destinarsi ma l'approvazione finale non appare in discussione, anche se potrebbero essere inseriti nuovi emendamenti. Il tutto mentre la borsa di Hong Kong sta risentendo della situazione, con una chiusura a -1,73 per cento nella giornata di mercoledì, ai minimi delle ultime cinque settimane. Mentre il governo di Pechino definisce "fake news" le voci sul presunto invio delle proprie forze di sicurezza nell'ex colonia britannica e il ministro degli Esteri Geng Shuang ha ribadito il sostegno all'amministrazione Lam.

Sul caso Hong Kong ha preso ufficialmente posizione anche il governo di Taiwan, che ha espresso il proprio sostegno alle manifestazioni di protesta attraverso il ministro degli Esteri Joseph Wu. D'altronde a Taipei, considerata da Pechino una provincia ribelle, si avvicina la campagna elettorale e siamo già entrati nel periodo delle primarie in vista delle elezioni presidenziali del gennaio 2020 che diranno tanto, tantissimo, del futuro dell'isola e della sua complessa relazione con la Cina continentale. Per il governo del Dpp (il partito filo indipendentista della presidente Tsai Ing-wen), il principio del "due sistemi, un Paese" vigente a Hong Kong rappresenta uno spauracchio da evitare a tutti i costi. Ecco spiegato l'intervento dell'esecutivo taiwanese a sostegno della protesta di Hong Kong.

Ma il dibattito interno a Taiwan è molto forte. Il Kuomintang, che presenta una rosa di cinque nomi per le primarie in vista delle presidenziali tra cui il sindaco populista di Kaohsiung Han Kuo-yu e il ricco patron di Foxconn Terry Gou, ha un approccio molto più conciliante verso Pechino. Il risultato che arriverà dalle urne tra poco più di sei mesi influenzerà le mosse future della Repubblica Popolare, che dalla vittoria di Tsai nel 2016 (e dal suo rifiuto del consenso del 1992 che stabilisce tra Pechino e Taipei il "principio di una sola Cina"), ha aumentato il suo focus sullo status dell'isola. Xi Jinping ha definito a più riprese "inevitabile" la riunificazione e di certo il Dragone non vede con piacere l'intensificazione dei rapporti di Taiwan con gli Stati Uniti, con l'amministrazione Trump che, oltre alle navi militari che spesso fanno capolino nello Stretto, sta stringendo il legame diplomatico e militare, con l'annunciata vendita di armi per un totale di circa due miliardi di dollari a Taipei, considerato dalla Casa Bianca una fondamentale arma negoziale da utilizzare nel grande gioco diplomatico in corso con Pechino.

Un'altra spina interna per la Cina è quella dello Xinjiang, la provincia più occidentale del suo immenso territorio, dove entità esterne parlano di "persecuzione degli uiguri" (la minoranza islamica per la quale sarebbero stati allestiti campi di rieducazione) e Pechino respinge sdegnosamente le accuse parlando di "necessarie attività antiterroristica" e "integrazione". Se si aggiunge il Tibet, dove per la verità la situazione al momento è del tutto sotto controllo con una moltiplicazione di progetti infrastrutturali destinati nei piani di Pechino a migliorare la situazione economica della regione autonoma, si ha un quadro più completo dei diversi dossier interni sul tavolo del governo cinese. Inevitabile, per un paese così sterminato, costretto a riaffermare il proprio controllo per garantire quella stabilità necessaria a continuare a giocare un ruolo da protagonista sulla scena globale.

twitter11@LorenzoLamperti

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