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Geopolitica
Hong Kong, morta la extradiction law. Alla Cina non conviene (per ora) il caos

Un mese fa se lo aspettavano in pochi. E invece è successo davvero. L'amministrazione di Hong Kong ha fatto non uno ma due passi indietro. La leader politica dell'ex colonia britannica, Carrie Lam, ha infatti dichirato "morta" la proposta di riforma della legge sull'estradizione, definendo il lavoro del governo al riguardo come "un totale fallimento". Una decisione significativa che la dà parzialmente vinta al grande movimento di protesta che nelle scorse settimane ha messo all'angolo l'amministrazione e che sta destando più di qualche preoccupazione anche a Pechino.

In molti si aspettavano che la Cina continentale, che è tornata in possesso di Hong Kong nel 1997 garantendo comunque un periodo di transizione di 50 anni secondo il modello "un paese, due sistemi", cogliesse l'occasione delle proteste per una stretta e una profonda revisione della "diversità" dell'ex colonia britannica all'interno della complessa costellazione della sovranità territoriale cinese.

Così non è stato. Il governo di Pechino ha più volte espresso sostegno a Carrie Lam e ha accusato di ingerenza paesi terzi ma non ha imposto con la forza la legge della discordia. Ci sono diversi motivi per cui Pechino, almeno per il momento, osserva con attenzione ma senza intervenire in maniera massiccia. Hong Kong è infatti ancora adesso un fondamentale asset per la Cina nell'ambito dei suoi rapporti commerciali globali. 

L'ex colonia britannica gode ancora di un trattamento economico separato che l'ha trasformata negli anni un ponte strategico tra il mondo occidentale e la Cina in pieno boom. Una posizione privilegiata, quella di Hong Kong, a livello commerciale e finanziario, che ha rappresentato un fondamentale approdo strategico per la crescita cinese. Le grandi imprese e i colossi finanziari internazionali hanno lì le proprie sedi perché considerano Hong Kong parte del sistema occidentale. 

La Cina, già impegnata nella trade war (o meglio guerra fredda tecnologica) con gli Stati Uniti, non si può permettere il lusso di perdere un asset del genere. Far passare la sensazione che Hong Kong non faccia più parte di quel sistema globale che le garantisce un afflusso enorme di investimenti potrebbe generare parecchie conseguenze negative anche per la stessa Cina continentale.

Anche a Washington vanno cauti sul tema Hong Kong. Donald Trump non è ancora voluto intervenire in maniera critica sul tema, consapevole che l'ex colonia britannica è un fragile ecosistema su cui poggia non solo l'economia cinese ma anche quella globale. Per il momento, con la ripresa dei (difficili) colloqui commerciali e con l'altro (ben più spinoso a livello geopolitico) caso di Taiwan sempre più al centro del palcoscenico, non conviene a nessuno uno scontro anche su Hong Kong.

Ma le cose possono cambiare. Lam ha ribadito che non c'è un piano per riprendere la discussione sulla proposta di cambiare la legge, ma l'ala più radicale dei manifestanti ha già dichiarato che non sono soddisfatti e che organizzeranno nuove proteste. Il movimento chiede il ritiro totale del testo ma anche le dimissioni di Lam. Ma c'è anche chi teme, tra i cittadini di Hong Kong, che nuove azioni violente come l'incursione nel parlamento della scorsa settimana possano rivelarsi un boomerang, fornendo l'assist adatto a Pechino per intervenire. E sostituire Lam con una nuova figura, in questo clima di scontro, potrebbe essere un secondo, pericolosissimo, boomerang.

twitter11@LorenzoLamperti

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