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Geopolitica
Huawei simbolo della nuova guerra fredda Usa-Cina. E l'Europa resta fregata
Foto: LaPresse

GUERRA COMMERCIALE? NO, TRA USA E CINA E' VERA GUERRA FREDDA

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina è pronto a passare di livello. La guerra commerciale di cui si parla da mesi e mesi è solo il primo step di una sfida che non si concluderà con un pareggio. Il fatto che possa trasformarsi in un vero e proprio conflitto militare dipende da tanti fattori ed è un'ipotesi che al momento non appare prossima, nonostante le tensioni nel Mar Cinese Meridionale. Ma il fatto che ci si trovi in mezzo a una nuova guerra fredda che coinvolge diverse sfere, da quella economica a quella tecnologica, da quella diplomatica a quella geopolitica, è ormai impossibile da negare. E la continua evoluzione del caso Huawei lo dimostra.

DA GUERRA COMMERCIALE A GUERRA TECNOLOGICA

Da settimane Meng Wanzhou, figlia del fondatore di Huawei Ren Zhengfei, è bloccata in Canada, dove è stata arrestata su richiesta degli Stati Uniti che la accusano di aver violato le sanzioni sull'Iran. Sembra solo questione di giorni, se non di ore, la richiesta di estradizione da parte di Washington, che ha tempo fino al 30 gennaio per presentarla alle autorità canadesi. Pechino parla di "atti di bullismo" da parte degli Stati Uniti. In Cina, nelle scorse settimane, sono stati arrestati alcuni cittadini canadesi e uno in carcere già da tempo è stato condannato a morte per traffico di sostanze stupefacenti. Il Canada parla di "ritorsioni", la Cina nega e sostiene si trattino di casi scollegati. L'offensiva di Donald Trump su Huawei non avviene per caso. I dazi commerciali e le misure protezionistiche in ottica anti cinese sono solo il sintomo più evidente di un qualcosa di molto più profondo. L'amministrazione Usa ha capito che la propria leadership è in bilico. Leadership tecnologica, che nel terzo millennio significa in buona parte leadership nel senso più ampio possibile. Decenni di sottovalutazione hanno permesso a Pechino di emergere, tanto che ora il sorpasso in materia tecnologica sembra davvero vicino. Il programma Made in China messo a punto da Xi Jinping ha un obiettivo preciso: il primato tecnologico. E recenti report sostengono che entro il 2025 o al massimo il 2030 potrebbe già avvenire il sorpasso sull'intelligenza artificiale applicata in campo militare. Un rischio che Trump non vuole correre. L'offensiva su Huawei dimostra che non solo gli Usa vogliono bloccare l'ascesa della Cina a qualsiasi costo.

DA GUERRA TECNOLOGICA A GUERRA DIPLOMATICA

Dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica in avanti gli Stati Uniti sono abituati a essere l'unico sceriffo in città e per lungo tempo si sono illusi che questa condizione sarebbe durata per sempre. L'Occidente, abboccando alla fine della storia prefigurata da Fukuyama, ha creduto che il suo modello fosse il vincitore definitivo che sarebbe stato adottato su tutte le latitudini del globo terracqueo senza colpo ferire. Un processo che si sarebbe potuto aiutare mettendo ogni tanto gli scarponi sul terreno altrui, come accaduto a più riprese in Medio Oriente. La pacifica e silenziosa rinascita della Cina, dimenticato il proprio "secolo della vergogna" e in cammino per tornare al suo ruolo storico di potenza globale, ha scompaginato la "house of cards" americana. Il settore tecnologico è stato individuato da Washington come il punto in cui colpire il nuovo rivale. Dopo anni di sottovalutata presenza nella Silicon Valley, gli Usa hanno adottato una stretta ai visti per cittadini cinesi operanti nel settore. E, appena se n'è presentata l'occasione, hanno deciso di colpire Huawei utilizzando il rischio per la sicurezza nazionale sulla base di regole create da loro stessi sull'Iran, a sua volta individuato come nemico in un Medio Oriente dilaniato dai conflitti. Conflitti come quello in Siria, certo, ma anche come quello in Yemen, dove l'Arabia Saudita svolge un ruolo di primo piano.

EUROPA COSTRETTA A SEGUIRE TRUMP. RISCHIA IL KO IN OGNI CASO

Mano a mano che la tensione tra Stati Uniti e Cina si alza, aumentano i problemi anche e forse soprattutto per un terzo soggetto: l'Europa. Da una parte la storica alleanza militare e geopolitica con gli Stati Uniti, dall'altra le opportunità di investimento offerte dalla Cina. Da una parte il neo protezionismo di Trump, dall'altra il capitalismo globale di Xi Jinping e dei suoi colossi più o meno controllati dallo Stato. Banchettare con tutti e due sarà sempre più difficile. E il caso Huawei propone per la prima volta su scala continentale uno schema che potrebbe ripresentarsi molte altre volte su tematiche persino più delicate in futuro. Da che parte stare? Nonostante il portafoglio, e qualche volta anche la logica, potrebbe suggerire di guardare verso Oriente, l'Europa è costretta a restare attaccata alla potenza d'oltreoceano. Le minacce di Trump sulla Nato non sono certo un caso. E il caso Huawei lo è ancora meno. Washington vuole costringere un'Europa debole, senza una voce unica, a schierarsi apertamente. L'Europa, riluttante, esegue. L'Università di Oxford ha recentemente sospeso i finanziamenti da Huawei mentre, secondo le voci degli ultimi giorni, la Francia starebbe studiando la possibilità di bloccare Huawei sul proprio territorio. Un'ipotesi che la Cina considera uno "scandalo", con il colosso hi-tech, all'avanguardia sullo sviluppo del 5G, che a sua volta minaccia di stoppare le partnership in Occidente se dovessero proseguire le accuse di spionaggio. 

DA GUERRA DIPLOMATICA A GUERRA MILITARE?

La domanda è: la nuova guerra fredda rischia di diventare "calda"? Al momento nulla lascia presagirlo e la speranza che le schermaglie tra Washington e Pechino possano alla fine risolversi in una collaborazione proficua per tutti c'è, anche se i segnali non sembrano dei più confortanti. In questo senso, è da tenere sotto controllo la situazione del Mar Cinese Meridionale. La Cina ha da tempo capito che per diventare una superpotenza deve diventare anche e soprattutto una potenza marittima. La sua flotta navale è in continuo ammodernamento e, seppur ancora molto lontana da quella americana, sta facendo importanti passi avanti. Gli Usa, da sempre molto attenti a quanto accade nell'oceano Pacifico, stanno cercando di contenere gli ambiziosi progetti cinesi. Forse non a caso Trump sta operando un graduale ritiro militare dal Medio Oriente per concentrarsi maggiormente su un altro teatro. E sul palcoscenico potrebbe irrompere presto la questione Taiwan, che la Cina considera parte del proprio territorio. Pechino, che non ha mai sparato un colpo di pistola all'estero dopo la fine della seconda guerra mondiale, non vorrebbe usare la forza per riprendersi l'isola, che rappresenta tra le altre cose una sorta di scoglio naturale alla terraferma cinese. Ma Xi Jinping non ha nemmeno escluso la possibilità di un'azione militare, qualora le forze indipendentiste dovessero imporsi sulla scena politica di Taipei. Per questo le elezioni del 2020 a Taiwan potrebbero dire molto non solo del futuro dell'isola ma anche del futuro della rivalità tra Stati Uniti e Cina.

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