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Geopolitica
Ilva, ora si spera nella Cina. Ma serve una strategia ampia su porto, tav e...


La Via della Seta va benissimo, ma magari potrebbe diventare anche la Via dell'Acciaio. Con il governo alle prese con il difficilissimo rompicapo dell'Ex Ilva spunta ora una nuova pista, o meglio idea, per il futuro dell'impianto siderurgico. Una pista che porta a Oriente, alla Cina. Non è certo un mistero che Pechino sia il storicamente il più grande produttore di acciaio. E c'è chi ora ipotizza uno dei colossi del Dragone possa essere interessato a risollevare il destino, quantomai incerto, dell'Ex Ilva dopo il caos ArcelorMittal

Ma il discorso non è così semplice. Tutt'altro. E per diversi motivi. Il primo è la contrazione mondiale del mercato dell'acciaio che ha coinvolto non solo l'Italia e l'Europa ma tutto il mondo, compresa la Cina. Il secondo è l'arretratezza infrastrutturale dell'area di Taranto. Il terzo la mancanza di interconnessioni su uno scalo che invece potrebbe far valere le potenzialità, soprattutto, del suo porto. Il quarto, che racchiude un po' tutto il resto, è l'assenza di una strategia e di una visione ad ampio respiro e lungo termine che possa incentivare la Cina a investire nell'impianto ma anche nella città e nella regione.

IL CALO GLOBALE DELL'ACCIAIO

Partiamo dai numeri, che dicono che il futuro della siderurgia è quantomai incerto a livello mondiale. Per restare alla Cina, le importazioni di materiale ferroso sono in continua diminuzione e lo scorso giugno hanno toccato il minimo da febbraio 2016. Nel primo semestre del 2019 Pechino, ancora il più grande consumatore mondiale, l'import è diminuito del 5,9 per cento rispetto al 2018. Non solo. Il governo cinese ha tra i suoi obiettivi la diminuzione della sovraproduzione e i tassi di utilizzo delle acciaierie in territorio cinese sono scesi al 66 per cento.

LA CINA INTERESSATA A TARANTO SOLO CON UNA STRATEGIA PIU' AMPIA

E' dunque ardito sostenere che la Cina, attraverso uno dei suoi colossi del settore, possa essere interessata a investire sul futuro dell'Ex Ilva in assenza di una visione più ampia. Pechino si muove, insieme alle sue imprese, sempre in maniera strategica. Un investimento sulla siderurgia italiana potrebbe avvenire solo qualora ci fossero le condizioni per creare un ecosistema ben più ampio. In questo senso, il plus di Taranto è il porto, che potrebbe essere di grande interesse per Pechino e il suo colossale progetto infrastrutturale Belt and Road.

IL RUOLO DEL PORTO DI TARANTO E IL LEGAME CON L'EX ILVA

Come Affaritaliani.it ha già scritto, l'interesse per il porto può però davvero diventare concreto solo in presenza di una strategia che coinvolga infrastrutture e comunicazioni, per esempio ferroviarie. Il destino dell'Ex Ilva e quello del porto di Taranto sono strettamente connessi visto che a oggi circa l'80 per cento della capacità dello scalo serve proprio l'impianto siderurgico. Chiaro che mettere le mani sull'Ex Ilva significherebbe anche mettere mano a grande parte del porto, nel quale già operano realtà turche (Yilport) e cinesi (Cosco).

IL RILANCIO DELLE INFRASTRUTTURE E DELL'INTERCONNETTIVITA' DI TARANTO

La Cina può essere interessata al porto di Taranto se la città di Taranto potesse diventare un vero hub logistico interconnesso con il Centro e il Nord Italia e dunque il cuore dell'Europa, proponendosi allo stesso tempo come interfaccia con l'Africa settentrionale, ruolo al quale per la verità aspira anche Palermo. La necessità di una strategia più ampia la si ricava anche dai dati. Secondo il centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, finanziato da Intesa San Paolo, l'Italia è la terza potenza marittima in Europa, dopo Olanda e Regno Unito. Ma il terzo posto diventa sedicesimo se invece della quantità di merce movimentata si prende in considerazione il Liner Shipping Connectivity, un indice usato nel contesto internazionale per misurare la connettività marittima.

SERVONO ALTA VELOCITA' E UNA NO TAX AREA

Il governo dovrebbe dunque pensare a mettere sul piatto un sistema integrato di opportunità per attrarre davvero importanti investitori cinesi. Accanto all'Ex Ilva e al porto bisognerebbe dunque fornire la possibilità di lavorare a livello infrastrutturale in senso più ampio e portare l'alta velocità a Taranto e nel Mezzogiorno. E magari, come da anni richiede il leader dei Verdi Angelo Bonelli, istituire una no tax area, sistema che la Cina sta utilizzando in molte parti del globo lungo la mappa della sua Nuova Via della Seta. Se si pensa solo all'acciaio, però, difficile che la strada vada in porto. Almeno a Taranto.

twitter11@LorenzoLamperti

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