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Geopolitica
Libia e Algeria, il Nord Africa torna una polveriera. Si "salva" solo l'Egitto
Foto: LaPresse
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Primavera 2011. Dopo 30 anni al potere Hosni Mubarak è costretto alle dimissioni dopo la rivolta di piazza Tahrir. Nel 2012 Mohamed Morsi diventa il primo presidente eletto democraticamente in Egitto. Nel 2013 un colpo di Stato militare lo destituisce e sale al potere il generale Al Sisi.

Primavera 2019. Il Nord Africa è pronto a rivivere di nuovo la stessa storia. Le primavere arabe, cominciate con grandi speranze, hanno portato a risultati tristi. In otto anni sono esplose due interminabili guerre, in Siria e in Yemen, ma gli obiettivi delle proteste restano largamente inevasi.

LIBIA SULL'ORLO DI UNA NUOVA GUERRA CIVILE

Chi pensava che l'area settentrionale del continente nero potesse trovare pace si era illuso. O almeno, questo suggeriscono gli eventi in corso nell'area. Negli scorsi mesi si era creduto che la Libia potesse arrivare a elezioni democratiche attraverso una fase di transizione pacifica. I vertici di Palermo prima e di Abu Dhabi poi avevano posto le basi per un accordo tra il governo riconosciuto a livello internazionale di Fayez al Serraj e le milizie del generale Haftar, vicino a Francia, Russia ma anche a Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

GLI INTERESSI STRATEGICI FRANCESI IN LIBIA

E invece. Invece la Libia è sull'orlo di una nuova guerra civile dopo che le forze di Haftar sono avanzate fino alle porte di Tripoli, in seguito ad aver preso possesso anche di buona parte della regione meridionale del Fezzan, con una mossa strategicamente favorevole a Parigi, che in questo modo raggiunge l'obiettivo di "mettere in sicurezza" i confini con Algeria e soprattutto Ciad, paese guidato da un governo amico della Francia. Proprio nella Libia meridionale avevano posto la loro base strategica i gruppi ribelli del Ciad, non a caso bombardati dall'aviazione militare francese lo scorso febbraio.

Al di là di come si concluderà l'azione di Haftar in Tripolitania, sembra definitivamente accantonata la strada che portava verso le elezioni democratiche attraverso l'annunciata conferenza nazionale in calendario dal 14 al 16 aprile. Una Libia (ancora) nel caos non può che portare conseguenze negative per l'Europa e in particolare per l'Italia, il paese più esposto alle tensioni libiche.

LIBIA, L'ITALIA HA TANTO DA PERDERE: DAL BUSINESS AL CAOS MIGRANTI

L'Italia ha molto da perdere dalla polveriera libica: interessi economici per le numerose imprese di primo rilievo operanti sul territorio, certo, ma non solo. E' proprio dalla Libia che parte da anni la maggior parte delle imbarcazioni di migranti in direzione Italia meridionale. Se Tripoli sprofondasse ancora più nel caos le conseguenze potrebbero essere nefaste anche da questo punto di vista, con la difficoltà sempre maggiore nell'identificare gli interlocutori adatti per governo e intelligence.

LA NUOVA "PRIMAVERA ARABA" IN ALGERIA

Spostandosi appena più a ovest si incontrano altri problemi. L'Algeria sembra sul punto di ripetere lo stesso percorso compiuto dall'Egitto nel 2011. "Risparmiata" dalle primavere arabe, l'Algeria sta vivendo un momento politicamente drammatico. Nel giro di meno di due mesi delle piccole proteste nate in città di provincia sono arrivate nella capitale, Algeri, e hanno portato prima al congelamento delle elezioni presidenziali previste inizialmente per il 18 aprile e poi alle dimissioni forzate di Bouteflika. L'anziano e malato presidente algerino è stato di fatto deposto dai militari, che hanno provato a placare la rivolta di piazza offrendo metaforicamente la testa di un leader che in realtà non comandava più da tempo.

BOUTEFLIKA DEPOSTO, LE PROTESTE (E I PROBLEMI) RIMAGONO

Gli algerini però non sembrano essersi accontentati e le proteste di piazza continuano con l'obiettivo di defenestrare tutto il centro di potere vicino a Bouteflika. Impresa proibitiva, anche per le divisioni interne all'opposizione spaccata tra posizioni islamiste e posizioni più liberali e laiche. I militari fanno leva su queste divisioni per resistere ma lo stesso "pouvoir", come viene chiamato in Algeria, è diviso. Il fratello di Bouteflika sarebbe agli arresti domiciliari, mentre altre figure di spicco starebbero cercando di trovare rifugio nella vicina Tunisia. Il rischio di vedere un cambio di regime debole e una successiva "vendetta" dei militari esiste, così come la stessa possibilità che l'esercito riesca a mantenere il controllo non è da escludere. In ogni caso, i pericoli per gli algerini e per la stabilità della regione già dilaniata dal caos libico sono altissimi.

STABILITA'? SOLO NELL'EGITTO DI AL SISI, IL PAESE DOVE E' STATO UCCISO REGENI

Ecco che allora in questa situazione instabile e piena di incognite l'unica sponda stabile si trova proprio in Egitto. Quell'Egitto spesso criticato dall'Europa per la mancanza di diritti umani e per la forte presa sul potere di Al Sisi. Quell'Egitto entrato in rotta di collisione sull'Italia per l'oscura vicenda dell'omicidio di Giulio Regeni. Un Egitto che però, al di là di diritti umani o di studenti uccisi, è più che mai utile ai governi occidentali e non solo per garantire stabilità all'area. Non è un caso che il primo vertice euro arabo si sia tenuto nei mesi scorsi proprio a Il Cairo, dove i leader europei e arabi si sono succeduti nelle foto di rito con il padrone di casa Al Sisi, che nel frattempo può godere di importanti investimenti statunitensi, sauditi e cinesi. 

La primavera non dura per sempre.

twitter11@LorenzoLamperti

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