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Geopolitica
Libia, il generale Angioni: "Caos creato dalla Francia, ecco come intervenire"
Il generale Franco Angioni

Il generale Franco Angioni, già comandante del contingente italiano nella missione di pace "Libano 2" e tra i massimi esperti italiani di geopolitica, analizza in un'intervista ad Affaritaliani.it la complessa situazione legata alla Libia.

Generale Angioni, gli arrivi di migranti dalla Libia sono tornati ad aumentare. Bisogna pagare più soldi ai libici per bloccare gli arrivi?

L'Italia non ha pagato, ha stipulato degli accordi, alcuni dei quali risalgono ancora al periodo di Gheddafi, grazie ai quali si faceva in modo che eventuali processi migratori avvenissero in maniera corretta e concorde. Con la caduta di Gheddafi è successo che la Libia è diventato un territorio frastagliato e molto pericoloso. La Libia oggi si è scomposta in tre grossi agglomerati, ognuno dei quali vuole comandare: Fezzan, Tripolitania e Cirenaica. L'assenza dello Stato in Libia si è fatta sentire. 

Colpa della caduta di Gheddafi?

Con Gheddafi in Libia c'era un assetto dittatoriale ma che quantomeno manteneva l'ordine, in particolare nella parte settentrionale del Paese, quella più vicina all'Italia. Oggi ci sono diverse fazioni contrapposte e in questa confusione si è molto sviluppata la delinquenza. A questo aggiungiamo che la Libia è geograficamente la sponda naturale dalla quale si prendere il mare per arrivare verso l'Europa e abbiamo un quadro molto preoccupante. 

Che cosa dovrebbero fare Italia ed Europa per migliorare la situazione in Libia?

Bisognerebbe sostenere lo sviluppo di una forma di benessere nell'Africa centrale e settentrionale per incentivare le popolazioni a rimanere lì e ridurre l'emigrazione disordinata, delinquenziale, clandestina. Il processo era iniziato con il ministro Minniti, che aveva cercato di chiudere accordi per destinare importanti risorse economiche a questi Paesi. Ma ora la situazione è peggiorata sui due fronti: da una parte un'Europa attenta alle elezioni europee e non al trovare una soluzione per l'Africa e dall'altra parte un'Africa, in particolare una Libia, più disordinata. Siamo tornati indietro di 4-5 anni, bisogna ritornare al più presto a questo processo.

Ma l'Europa sta andando in questa direzione oppure no?

No, non ci sta andando. Coinvolgere tutti gli Stati membri è complicato e ci sono altri temi aperti, dalla Brexit alle elezioni europee. Insomma, il clima non è favorevole alla soluzione del problema. Ma l'Europa dovrebbe rendersi conto che la situazione è sempre più disperata e non migliorerà. Credere che non aiutare l'Africa a svilupparsi porti un risparmio di soldi è un grande errore perché ci ritroveremo in una situazione sempre peggiore che richiederà ancora più soldi. Ce ne accorgeremo quando vedremo masse di disperati arrivare in massa.

Quanta responsabilità ha l'Europa, e in particolare la Francia, sull'attuale situazione che si è creata in Libia?

L'Europa e in particolare la Francia hanno certamente delle colpe. Eliminare un dittatore come Gheddafi può sembrare un fatto positivo in linea di principio. Ma dopo aver eliminato un dittatore bisogna capire chi ne prende il posto. Al suo posto potrebbe arrivare un nuovo dittatore o, ancora peggio, crearsi il caos. La Francia è colpevole di aver eliminato una gestione sì dittatoriale ma che allo stesso tempo garantiva ordine. 

Come si risolve il caos Libia? Chi è l'interlocutore con il quale interfacciarsi?

Prima di tutto busogna decidere che cosa si vuole e come lo si vuole ottenere. Si vuole garantire l'unità della Libia in un unico Stato sovrano? Oppure si vuole avere il coraggio di accettare la divisione della Libia in tre diverse entità statali? L'Europa deve avere il coraggio di darsi una risposta e seguire questo processo, non imporlo. Seguire il problema della Libia è necessario per aiutare a garantire una qualche forma di stabilità che in questo momento non c'è. Con la confusione che si è creata dopo Gheddafi abbiamo aperto le porte all'Isis, che ha messo radici soprattutto nella parte centromeridionale del Paese. L'Europa deve capire che il problema va affrontato perché rinviarlo non significa annullarlo, anzi significa peggiorarlo.

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