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Geopolitica
Geraci: "Commercio estero, governo diviso. Cina? Rischiamo di sprecare tutto"
Michele Geraci

Professor Geraci, durante la sua permanenza al Mise si è molto concentrato sul commercio estero. Come le sembra stia operando il nuovo governo in materia?

Pd e Movimento Cinque Stelle hanno due approcci molto diversi al tema. Da una parte abbiamo un M5s aperto ma in maniera saggiamente cauta, dall'altra un Pd liberista in tutto e per tutto. Credo sia difficile per il nuovo esecutivo trovare una sintesi a riguardo. Lega e M5s erano molto più allineati sul commercio estero. Io personalmente, pur essendo della Lega, ho lavorato molto bene con Di Maio. È positivo che la delega sul commercio estero sia rimasta a lui, anche se ora è alla Farnesina, e spero che il tema rimanga in gestione al M5s.

Lei ha lavorato molto per creare nuove opportunità commerciali con la Cina e all'adesione alla Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta) ma su altri dossier di commercio estero come Vietnam e Ceta è molto più cauto. Come mai?

I trattati di libero scambio non sono positivi a prescindere. Prendiamo il caso del Vietnam sul quale ci sono almeno tre elementi preoccupanti. Primo: ritengo che i rischi siano molto alti per l'Italia, in particolare per i produttori di riso. Nel trattato c'è scritto che per un particolare tipo di riso, lo spezzato, la quota è "illimitata". Questo può rappresentare un serio danno per i nostri agricoltori. Basti ricordare quanto già accaduto con la Cambogia, per restare in zona. Secondo elemento: il Vietnam è uno dei 10 paesi dell'Asean, area al cui interno vige il libero scambio. Dovremmo andare a verificare da dove provengono effettivamente i prodotti importati e che arrivino davvero dal Vietnam e non magari dalla Thailandia o dalla Malesia. Terzo elemento: esistono casi in cui paesi terzi possono trarre dei vantaggi che non sono immediatamente visibili. Molte aziende cinesi hanno spostato la produzione in Vietnam per evitare i dazi americani e noi non abbiamo i mezzi per controllare l'effettiva origine dei prodotti. Per questo stavo spingendo sull'estensione della verifica Wto per guardare non solo il luogo di produzione ma anche l'identità degli azionisti.

E per quanto riguarda il Ceta?

Il Ceta non lo porterei mai in parlamento. Si tratta dell'ultimo accordo di una generazione in cui commercio e investimenti si trovano insieme. Siccome gli investimenti sono una prerogativa degli Stati membri dell'Unione europea, un blocco al Ceta di uno qualsiasi dei 28 fa crollare tutto il trattato. Dal punto di vista dei contenuti, sarei cauto per le importazioni agricole o, per esempio, per quelle di glifosato. In più mi terrei in mano un'arma negoziale che può essere importante nei confronti dell'Ue. Spero che il ministro Bellanova del Pd faccia retromarcia a proposito del Ceta.

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Di Maio in occasione della firma del MoU

Sulla Nuova Via della Seta crede che con questo governo possa cambiare qualcosa rispetto al vostro approccio?

Il Pd è stato molto critico sul MoU (memorandum of understanding, ndr), quindi i timori di un riposizionamento dannoso per le nostre relazioni commerciali con la Cina ci sono. Credo che se il dossier resterà in mano a Di Maio, che su mio input ha efficacemente portato avanti questa iniziativa, possa andare tutto bene. È chiaro che se prevarrà l'influenza del Pd ci troveremo in difficoltà. I cinesi si ricordano le critiche e le frasi tipo "inginocchiamento al regime" arrivate da quella parte.

C'è il rischio di compromettere le relazioni coi cinesi?

La mia preoccupazione è che l'Italia rischi di sprecare il grande lavoro fatto dal precedente governo in materia di relazioni commerciali. Abbiamo fatto grandi passi avanti assumendoci anche dei costi in materia di critiche e ora che è il momento di raccogliere i frutti sarebbe davvero un peccato gettare tutto all'aria. In Cina è aumentato il soft power dell'Italia e il prossimo anno ci saranno la visita del presidente della Repubblica e le celebrazioni per il 50esimo anniversario delle relazioni diplomatiche. Insomma, il momento è propizio e non possiamo sprecare tutto.

In quali settori l'Italia potrebbe raccogliere risultati migliori dalla Cina?

La moda, che già funziona ma che potrebbe essere rafforzata, i macchinari di alta tecnologia e quelli agricoli, considerando che la Cina ha bisogno di riforme e innovazioni del sistema rurale. Poi certamente il turismo: negli scorsi mesi abbiamo sottoscritto un accordo con Ctrip (la principale azienda di servizi turistici asiatica) sulla Sicilia. I cinesi sono molto interessati al Sud Italia e alla Sicilia, ancora di più dopo la visita di Xi Jinping a Palermo, ma il Sud Italia dovrebbe essere pronto ad accogliere i turisti cinesi, che guardano oltre alle solite Venezia e Roma. Dobbiamo però dotare il nostro Mezzogiorno delle strutture adeguate. A oggi mancano hotel di alto livello e sui sistemi di pagamento siamo ancora troppo indietro. Si fa ancora tutto a contante mentre in Cina scannerizzano un QR code anche per fare l'elemosina a un senzatetto.

E vino e alimentare?

Non è una sfida semplice. Nonostante le nostre eccellenze, in particolare sul vino abbiamo accumulato un grande svantaggio dai nostri competitor. Per favorire l'export in Cina dovrebbe operare una semplificazione. Io aggregherei le tipologie di vino in quattro o cinque nomi divisi per zone geografiche, non si possono avere 250 nomi. La diversità che da noi rappresenta una grande ricchezza sul mercato cinese è invece un segno di debolezza. Si dovrebbe avere sempre il simbolo dell'Italia per il marketing e poi il nome della cantina. Io sto lavorando sul tema del vino: l'idea è quella di inserire un codice QR su ogni bottiglia che, una volta scannerizzato, fa visualizzare un breve video di pubblicità e cross telling sull'Italia e sul vino stesso. Ma la battaglia sull'alimentare è difficile, anche perché per esempio la Francia va lì con Carrefour (e nessuno dice niente), alimentando la conoscenza dei suoi prodotti. Per questo ritengo che non dovremmo guardare solo all'export ma anche all'outbound investment. Ci sono grosse possibilità per le nostre aziende di investire in Cina e anche o soprattutto da lì può aumentare il nostro export sul mercato cinese.

Le aziende italiane hanno le conoscenze necessarie per investire sulla Cina?

In Italia si ha spesso un'idea incorretta della Cina. Le nostre aziende hanno bisogno di assistenza e di una copertura stabile. Da queste necessità è nata la firma del MoU. In quel modo ho e abbiamo potuto dire alle aziende che magari volevano investire sulla Cina ma erano preoccupate per scarsa conoscenza o paura: "Non preoccupatevi, vi aiutiamo noi e se avrete problemi ve li risolviamo noi". Anche in quel senso avevo dato vita alla Task Force Cina, uno strumento importante sia sotto il profilo dell'assistenza sia sotto quello della conoscenza e dello sviluppo dei rapporti bilaterali. Senza tutto questo le aziende saranno meno propense a fare dei passi in direzione della Cina.

Torniamo un attimo indietro, alle settimane e giorni precedenti alla firma del memorandum a Roma. Ci sono state posizioni discordanti all'interno del governo M5s-Lega? E sono arrivate pressioni per non firmare dall'Europa o dagli Stati Uniti come si è detto spesso?

Ci sono stati segnali sia da alcuni partner europei sia dagli americani ma non è mai arrivata la richiesta esplicita di non firmarla. Ci è stato detto che "forse" non avremmo dovuto firmare. A luglio sono tornato negli Stati Uniti anche per spiegare le nostre decisioni e un 70 per cento dei miei interlocutori ha compreso e accettato. Il restante 30 per cento credo che non lo accetterà mai perché antepongono questioni ideologiche a qualsiasi altro ragionamento. Per quanto riguarda il governo M5s-Lega, eravamo tutti d'accordo. Matteo Salvini non mi ha mai chiamato per dire che non era d'accordo. Aggiungo che lo stesso presidente Mattarella ha detto sì, e questa dovrebbe essere la garanzia maggiore per tutti.

Gli americani però hanno nel mirino Huawei e il premier Conte ha riaffermato l'atlantismo della politica estera italiana. Questo va in conflitto con l'adesione alla Nuova Via della Seta?

Assolutamente no. Noi abbiamo chiarito a tutti che il MoU non è un obbligo ma una cornice e non ha nulla a che vedere con il 5G o con l'Alleanza Atlantica. A livello commerciale noi dobbiamo fare gli interessi delle nostre aziende, non gli interessi degli americani. Poi sicuramente il nostro passo non ha fatto piacere a Francia e Germania, ma questo è un vanto.

Secondo lei la Belt and Road è solo un'opportunità o presenta anche dei rischi, come per esempio la cosiddetta "trappola del debito"?

Tutti i progetti hanno dei rischi e delle opportunità. Nella vita si può scegliere di focalizzarsi sui rischi e stare a casa o non fare nulla oppure cogliere le opportunità. Finora avevamo raccontato solo i rischi, io ho voluto portare sul tavolo anche le opportunità. La trappola del debito è fuffa. Esiste forse per lo Sri Lanka, anche se recentemente la Cina ha per esempio cancellato gli interessi sui debiti contratti da alcuni paesi africani, ma non certo per l'Italia. Chi ha espresso timori sugli asset strategici è ancora una volta fuori strada: i porti italiani non si possono vendere, mentre sul 5G se si dovesse mai riscontrare un problema di sicurezza nazionale quello ovviamente prevarrebbe su tutto. La nostra adesione può invece innescare un processo virtuoso e portare la Bri su un sistema europeo. Altri paesi già la fanno da tempo senza che nessuno dica niente. La Via della Seta è già a Duisburg e a Rotterdam, perché non dovremmo sviluppare anche noi le nostre relazioni commerciali con la Cina?

Teme che per motivi interni (la differenza di posizioni tra M5s e Pd) e per motivi esterni (pressioni geopolitiche soprattutto dagli Usa) la politica italiana sul commercio estero possa subire dei riposizionamenti?

Spero di no ma temo di sì. Questo parlamento al momento è composto dal 17 per cento dei voti alla Lega e dal 33 per cento dei voti al M5s. Spero che il M5s continui a far valere quel 33 in una materia così delicata e cruciale come il commercio estero senza subire condizionamenti.

twitter11@LorenzoLamperti

Michele Geraci, siciliano, ha una formazione in ingegneria elettronica all'Università di Palermo e un master in business administration presso la Sloan School of Management del Massachusetts Institute of Technology di Boston. Ha lavorato per 10 anni in diverse banche e società d'affari tra New York e Londra, come Merrill Lynch, Bank of America, Donaldson, Lufkin & Jenrette e Schroders. E' molto conosciuto e apprezzato in Cina dove si è trasferito nel 2008 per insegnare finanza in tre università: University of Nottingham Ningbo China, New York University Shanghai e Università dello Zhejiang. Nel 2015 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine della Stella d'Italia per aver contribuito alla diffusione della conoscenza della Cina in Italia. E' stato uno dei primi a teorizzare una possibile alleanza tra Lega e M5s, trovando punti di contatto sulle rispettive politiche economiche. Nel governo Conte I è stato sottosegretario al Mise con il ministro Luigi Di Maio, con il quale ha portato l'Italia alla firma del memorandum of understanding della Belt and Road Initiative di Pechino.

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