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Geopolitica
Sudan, un filo lega il golpe a Libia-Algeria e alla grande sfida sull'Africa

Prima la Libia, poi l'Algeria, ora il Sudan. Un filo rosso unisce quello che sta accadendo nell'Africa settentrionale. Con la Francia (e non solo) spettatrice, o addirittura attore in prima persona, più che interessata. Per non parlare di quanto accade in altri paesi del continente come il Zimbabwe. Tre indizi fanno una prova: otto anni dopo sono riesplose le primavere arabe. Ma il timore è che, oggi come allora, le rivoluzioni partite dal basso vengano poi controllate da un potere che può cambiare volto ma che mantiene comunque forte la sua presa. E quanto già accaduto in Egitto (meno in Tunisia, per la verità) potrebbe ripetersi anche in Algeria e Sudan, dove Bouteflika e Bashir sono stati deposti ma i militari hanno subito preso il loro posto annunciando periodi di transizione che non placano le proteste della popolazione che vuole un reale cambiamento.

LE NUOVE PRIMAVERE IN ALGERIA E IN SUDAN, LO SPETTRO DELLA GUERRA CIVILE IN LIBIA

L'instabilità si sta ormai espandendo a tutta l'Africa settentrionale. Basta consultare una mappa del continente per rendersi conto che il solo Egitto, governato da Al Sisi (non proprio un esempio di leader democratico), è rimasto a fare da argine a un caos che si sta diffondendo a macchia d'olio. In Algeria e in Sudan i vecchi presidenti, al potere da decenni, sono stati messi da parte. In Libia si combatte una guerra civile infinita che si è riacutizzata negli ultimi giorni proprio quando si intravedeva la speranza di una soluzione politica.

POSSIBILI SVOLTE MILITARI IN ALGERIA E SUDAN

Le conseguenze di questa instabilità sono imprevedibili. Gli "uomini forti" che hanno in qualche modo tenuto l'ordine, al prezzo di mancanza di diritti, immobilismo e persino di presunti crimini contro l'umanità come nel caso di Bashir, lasciano il posto a molte incognite. Non solo per le popolazioni libiche, algerine e sudanesi, che rischiano di vedere le loro speranze di cambiamento soffocate da nuove forme di potere militare. Basti vedere a quanto annunciato dall'esercito del Sudan, con la sospensione della Costituzione per due anni che non lascia presagire certo nulla di buono a chi ha condotto la rivolta contro Bashir nelle piazze. Da qui l'invito, sia in Algeria sia in Sudan, dei leader della protesta di andare avanti e non "liberare" le strade con tutte le speranze, ma anche i rischi, che ne conseguono.

FRANCIA, RUSSIA E CINA OSSERVANO CON INTERESSE

La situazione è osservata con attenzione dalle potenze maggiormente presenti in Africa: Francia, Russia e Cina. In primis Parigi, che tra Algeria e Sudan rischia di vedere destabilizzati due paesi che in misura e in modo diverso rappresentano comunque due partner più o meno ufficiali della sua politica (come sempre molto attiva) nel continente africano. 

I RAPPORTI TRA FRANCIA E ALGERIA

L'Algeria, paese chiave della cosiddetta Françafrique, era stata "risparmiata" dalle primavere arabe del 2011 ma ora con la deposizione di Bouteflika si è aperto un periodo pieno di punti interrogativi, con il nuovo governo di Bensalah che rischia di essere semplicemente un "finto cambiamento" con un periodo di transizione impervio e pieno di ostacoli. Una situazione che allarma Parigi, che con Algeri ha sempre avuto un rapporto più che profondo derivante dal suo passato coloniale.

I LEGAMI TRA FRANCIA E SUDAN

Diverso il discorso in Sudan. I rapporti tra Parigi e Khartoum sono molto più sotto traccia, anche perché il regime di Bashir è da tempo nel mirino non solo degli Stati Uniti ma anche delle istituzioni internazionali. Negli anni Novanta Bashir ha ospitato Osama bin Laden e sin dai primi anni del suo mandato ha applicato la Sharìa, dando amio spazio a presenze fondamentaliste ed estremiste. L'interminabile guerra con il Sud, a maggioranza cristiana, ha portato alla secessione dopo infinite violenze che sono valse all'ex dittatore anche l'accusa di crimini contro l'umanità alla Corte Penale Internazionale, con un mandato d'arresto mai applicato.

LE APERTURE VERSO IL REGIME DI BASHIR

Eppure negli scorsi anni era cominciata la "rivalutazione", quantomeno da un punto di vista pragmatico, del Sudan di Bashir. L'Unione europea ha distribuito centinaia di milioni di euro con la richiesta di svolgere un ruolo di contrasto all'immigrazione clandestina. Nel 2017 Washington ha revocato il blocco economico imposto nel 1997. Dietro la "normalizzazione" del regime di Bashir c'è stata l'opera diplomatica della Francia (ma in certa misura anche dell'Italia), che aveva individuato in Khartoum una buona sponda per aumentare la sua influenza nell'area e in particolare in Libia, paese confinante con il Sudan e nel quale le forze di intelligence di Bashir sono diventate più influenti dopo la caduta di Gheddafi.

QUEGLI INCONTRI A PARIGI...

Come raccontato negli scorsi mesi dall'Indro, i contatti diplomatici tra Francia e Sudan negli ultimi mesi si erano fatti più profondi. A ottobre ci sarebbe stata una cena all'ambasciata sudanese di Parigi alla quale hanno partecipato membri di una lobby governativa francese pro Khartoum ed esponenti strategici di rilievo del regime, tra cui il generale maggiore Salah Gosh, capo dei servizi di sicurezza (guarda caso presi d'assalto durante la rivolta di questi giorni). Cena alla quale ha fatto seguito la visita in terra francese del ministro sudanese degli Esteri El Dirdeiry Mohamed Ahamed ora finito in manette insieme agli altri membri del governo. 

IL RUOLO DEL SUDAN NELLA SFIDA TRA FRANCIA E RUSSIA

Lo stesso Macron si è impegnato, in maniera poco reclamizzata, di "rafforzare la pace", con tutti i dubbi di opportunità che ne conseguono vista la brutalità del regime appena deposto. Il dubbio che i rapporti col Sudan fossero stati approfonditi anche in funzione di "conquista" della Libia sono legittimi, vista la centralità che Tripoli riveste per Parigi. Con Bashir che si era convinto di poter giocare un ruolo di mediatore tra gli interessi di Francia e Russia, l'altro grande attore sempre più presente, anche militarmente in Africa. Il tutto mentre ha continuato a ricevere ingenti investimenti dalla Cina, il colosso asiatico che sta cambiando la faccia del continente nero.

LA "CONVENIENTE" AZIONE DEL GENERALE HAFTAR

Ed ecco che allora, vedendo quanto accaduto nelle ultime ore in Sudan, assume un aspetto diverso quanto sta succedendo invece in Libia. L'azione del generale Haftar, che la Francia nega di aver appoggiato o addirittura ispirato come è stata accusata da alcuni siti libici e dallo stesso Serraj, potrebbe comunque fare comodo a Parigi, che viste in pericolo le confinanti Algeria e Sudan vedrebbe di buon occhio una stabilizzazione della crisi libica, anche se ottenuta attraverso la forza. Senza contare che l'avanzata di Haftar verso Sud può stabilizzare anche il confine con il Ciad, dove c'è un governo vicino a Parigi. 

LA GRANDE SFIDA SULL'AFRICA

Difficile prevedere che cosa accadrà in Libia, Algeria e Sudan nei prossimi mesi, o persino nei prossimi giorni. Difficile dire chi avrà la meglio tra Haftar e Serraj o se oppure si arriverà a una soluzione pacifica e politica. Difficile dire se dopo essere riusciti a liberarsi di Bouteflika e Bashir gli algerini e i sudanesi riusciranno ad arrivare a una vera e propria transizione civile e demoratica oppure le loro speranze saranno soffocate da nuovi regimi militari. Una cosa però è certa: in Africa si muovono più o meno apertamente interessi di grandi potenze che sono pronte anche a chiudere un occhio di fronte ai cosiddetti "uomini forti", quantomeno nel caso di Bashir un eufemismo, per il proprio tornaconto. E la fase di instabilità che si sta aprendo nasconde molti pericoli.

twitter11@LorenzoLamperti

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