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Geopolitica
Usa-Cina, guerra anche sull'Nba. Col caso Rockets metà dei ricavi a rischio
James Harden in azione coi Rockets

In tempi di trade war, con serie avvisaglie di nuova guerra fredda e spettri di decoupling (disaccoppiamento economico, ndr) annessi, nulla resta fuori. Nemmeno se tra poche ore riprendono i negoziati tra Stati Uniti e Cina, che paiono destinati all'ennesimo nulla di fatto o bene che vada a una fragile tregua non in grado di modificare l'ordine generale degli eventi. Nemmeno se la pallacanestro è uno sport amatissimo sia dalle parti di Washington sia da quelle di Pechino, e l'immenso circus della Nba (che tra l'altro ha appena cominciato la stagione 2019/2020) ha proprio in quello cinese il suo secondo mercato globale. Un mercato che potrebbe, a questo punto il condizionale è d'obbligo, crescere ancora se si considera il terreno fertile creato dai mondiali appena disputati proprio in terra d'Oriente.

Ma che cosa mette a rischio il rapporto tra Cina e Nba, con sponsor e investimenti faraonici annessi? Tutto comincia da un tweet di Daryl Morey, il general manager degli Houston Rockets. Si tengano a mente i nomi, che ci è appassionato di basket conosce già benissimo, perché non si tratta di figure qualsiasi. Morey è considerato uno dei migliori GM del panorama Nba ed è considerato un grande innovatore per il suo approccio, quasi estremo, dell'utilizzo dei dati e delle statistiche. E ha appena firmato nei mesi scorsi un prolungamento del suo contratto per altri cinque anni con i Rockets. Una squadra non qualunque sul mercato cinese, visto che fu proprio quella a scegliere, nel 2002, Yao Ming, una sorta di divinità da quelle parti. E ancora oggi una figura di spicco non solo per il suo passato sportivo, tanto da figurare nell'elenco dei delegati dell'Assemblea nazionale del popolo, massima istituzione statale.

Ebbene, Morey, general manager del team Nba più amato in Cina, una settimana fa ha scritto così su Twitter: "Fight for freedom, stand with Hong Kong" ("Combatti per la libertà, stai con Hong Kong", ndr), in riferimento alle proteste di massa che stanno dilaniando l'ex colonia britannica tornata alla Cina nel 1997 e in cui vige la regola "due sistemi, un Paese" fino al 2047.

Il tweet ha aperto, come prevedibile, una immane polemica in Cina. Lo stesso Morey si è scusato in un doppio tweet: "Non era mia intenzione offendere ai fan dei Rockets e ai miei numerosi amici in Cina. Ho semplicemente dato voce a un pensiero basata su un'interpretazione di un evento complicato. Da allora ho avuto lopportunità di ascoltare e considerare altri punti di vista. Ho sempre apprezzato il grande supporto dei nostri tifosi e sponsor cinesi e spero che quelli che si sono offesi si rendano conto che deriva tutto da un fraintendimento che non era mia intenzione creare". Per chiudere: "I miei tweet sono personali e non rappresentano in alcun modo i Rockets o l'Nba".

Non è bastato. La lega professionistica di pallacanestro statunitense ha cancellato un evento a Shanghai dei Brooklyn Nets (il cui proprietario è il taiwanese Joseph Tsai, cofondatore di Alibaba) poche ore prima dell’inizio previsto, senza fornire spiegazioni, dopo l'emittente televisiva di Stato aveva deciso di sospendere le trasmissioni a riguardo "Riteniamo che qualsiasi discorso metta in discussione la sovranità nazionale e la stabilità sociale non rientri nell'ambito della libertà di parola", si legge in un comunicato. Ma le conseguenze economiche della vicenda potrebbero essere ancora più notevoli.

Già perchè quello cinese è il primo mercato estero e anche quello a maggior crescita per la Nba che a Pechino e a Shanghai ha aperto anche due uffici che danno lavoro a 200 dipendenti e dove i campioni americani, a suon di contratti milionari, vanno a giocare le ultime stagioni prima di ritirarsi (vedi il caso di Stephon Marbury).

Bastano alcuni numeri per capire di cosa si sta parlando: in Cina giocano a basket circa 300 milioni di persone (poco meno di un quarto della popolazione complessiva del Dragone) e, secondo Bloomberg, 800 milioni di spettatori (oltre la metà degli abitanti del colosso d'Oriente, vale a dire 2,5 volte quelli degli Stati Uniti) lo scorso anno hanno visto almeno una partita dell'ultimo campionato, con gli ascolti della Finals fra i Golden State Warriors di Stephen Curry e i Toronto Raptors di Kawhi Leonard che hanno superato di gran lunga i numeri di share realizzati negli Stati Uniti e in Canada, le due nazioni coinvolte dalla super-sfida del campionato di basket più famoso del mondo, messi insieme. 

Dopo esser stato aperto nel 2010, l'account della Nba su Weibo, il più popolare social network cinese, ha raggiunto i 33 milioni di follower, superando di 6 milioni quelli su Twitter (una piattaforma globale a differenza di Weibo), diventando il profilo più seguito al mondo fra gli account delle leghe professionistiche. Tutto questo seguito, grazie alla tv di Stato Cctv che da 30 anni trasmette nel Paese le partite Nba e alla media-partnership di Tencent che dal 2009 (l'ultimo contratto è stato appena siglato e vale fino al 2025, con un valore - 1,5 miliardi - che ha triplicato quello della precedente intesa commerciale) è diventato il broadcaster ufficiale della Nba in Cina, ha fruttato complessivamente alla lega a stelle e strisce di pallacanestro, secondo alcune stime, circa 4 miliardi di dollari di ricavi, la metà di quanto la Nba ha fatturato lo scorso anno (8,1 miliardi).

In sostanza, sponsorizzazioni, diritti tv, merchandising del pianeta Nba in Cina valgono quanto la franchigia più ricca in assoluto delle due conference americane: i New York Knicks. L'apporto al fatturato a stelle e strisce del profittevole mercato cinese si può vedere anche dalla crescita che Tencent ha innescato nell'andamento delle revenue Nba dal 2009 al 2018, ovvero anno in cui Tencent ha iniziato a trasmettere online i video del basket Usa (vedi grafico sotto). Dal 2001 al 2009, pre-contratto, il tasso annuo di crescita composto (Cagr) delle revenue era del 4,07%. Dal 2009, dopo l'intesa commerciale cioè, il tasso è balzato all'8,6% annuo, raddoppiando i flussi di dollari provenienti dell'estremo oriente verso le casse dei club a stelle e stisce. 

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Fonte: Statista


Poi, ci sono tutti i contratti che le singole aziende cinesi hanno stipulato con singoli giocatori o con le  singole squadre: per esempio, il gruppo di calzature Li Ning (che ha siglato un contratto a vita con l'ex star dei Miami Heats Dwyane Wane) e la Shanghai Pudong Development Bank hanno immediatamente annunciato l'interruzione dei rapporti con gli Houston Rockets, cosi come la Chinese Basketball Association, di cui Yao Ming è presidente. E la squadra texana è sparita anche da tutte le ricerche su Alibaba e JD.com, le due principali piattaforme cinesi di e-commerce che hanno chiuso così parte dei rubinetti dei ricavi di Harden&soci

Al di là degli aspetti economici, la vicenda sta assumendo anche contorni politici e diplomatici. In particolare dopo che la stessa Nba, in una nota, ha preso le distanze da Morey. Un messaggio modulato diversamente in madrepatria e in Cina. Negli States è stato sì chiarito che le posizioni di Morey non rappresentano in alcun modo la lega basket, ma allo stesso tempo si sottolineato che l'Nba stessa "sostiene le persone che si informano e condividono le opinioni che stanno loro a cuore". Sul social network cinese Weibo, invece, i toni erano molto più duri, con una lega che si diceva "estremamente delusa dal commento inappropriato".

La presa di distanze sta scatenando una polemica interna agli States, dove diversi esponenti politici, in modo bipartisan, hanno criticato l'Nba. Il democratico texano Beto O'Rourke, per esempio, ha dichiarato: "L'unica cosa per la quale l'Nba dovrebbe scusarsi è la sfacciata priorità data ai profitti invece che ai diritti umani. Che imbarazzo..." Il repubblicano Ted Cruz ha parlato di "ritirata vergognosa" e il suo compagno di partito Rick Scott ha definito l'atteggiamento Nba "una vera barzelletta". 

Il tutto mentre sui social, in particolare youTube tra i commenti sotto un video della super star dei Rockets James Harden che dichiara il suo amore per i fan cinesi, gli appassionati dei due paesi si stanno sfidando a colpi di post (tra NBA = No Ball Association a "Vivrete un nuovo secolo della vergogna" da parte americana a "Tenetevi il vostro free speech, noi ci teniamo i nostri soldi" da parte cinese) che ben chiariscono il clima da rinnovata guerra fredda già evidente a livello tecnologico e politico.

Il soft power e l'influenza di Pechino nell'industria dell'entertainment (e non solo), è sempre più evidente, anche negli Stati Uniti. La lista di aziende e brand internazionali che si sono dovuti scusare dopo uscite controverse su Hong Kong o Taiwan (come per esempio l'italiana Versace ma anche Marriott e Gap) è ormai interminabile. Ma nell'era del primato ritrovato della politica sull'economia, quantomeno negli States preoccupati di perdere la leadership globale per l'ascesa cinese, tanti americani non vogliono vedere passi indietro. Così come tanti cinesi non vogliono subire invasioni di campo. Il rischio è che stavolta, da qualunque parte la si guardi, la palla a spicchi rischia di fermarsi sul ferro senza entrare nel canestro.

twitter11@andreadeugeni twitter11@LorenzoLamperti

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