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Geopolitica
Usa e Cina, la sfida non è solo commerciale. La mappa delle tensioni militari

Non solo dazi.  Non solo telefonini. Non solo 5G. Ma anche portaerei e navi da guerra. Il confronto tra Stati Uniti e Cina è ormai totale. Lo è da tempo. La guerra commerciale non è solo guerra commerciale ma è anche guerra tecnologica. La guerra tecnologica non è solo guerra tecnologica ma è anche guerra per la leadership economica globale. E' guerra fredda, che potrebbe diventare un giorno anche vera e propria guerra militare. Fortunatamente l'epilogo peggiore non è scontato ma l'ipotesi esiste. E probabilmente ha anche un luogo preciso sulla mappa nel quale l'ipotetica miccia potrebbe esplodere: Taiwan e il Pacifico. Un oceano che si narra venga chiamato "Americano" nelle stanze del Pentagono e che invece negli ultimi anni sta diventando un po' più cinese.

USA, CINA E LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

E' chiaro da tempo come il focus sulla politica estera e militare di Donald Trump sia il contenimento della Cina. L'ascesa di Pechino preoccupa Washington, che non ha nessuna intenzione di perdere lo scettro di leader globale. Quando l'ascesa di una potenza emergente mette a rischio lo status quo il conflitto con la potenza egemone è inevitabile. Ne è convinto Graham Allison, professore emerito ad Harvard e autore del saggio "Destined for War" nel 2017, il quale ha coniato il termine "trappola di Tucidide" citando diversi esempi, a partire dalla guerra tra Atene e Sparta, a suffragio della possibilità di una guerra futura tra Usa e Cina.

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Guerra commerciale? No, tra Usa e Cina sarà scontro vero

Proprio lunedì mattina due cacciatorpedinieri Usa si sono resi protagonisti di una nuova incursione nelle acque territoriali delle isole Spratly, nel Mare Cinese Meridionale. Isole rivendicate dalla Cina, insieme a diversi altri paesi della regione. Il transito dei due mezzi navali, le Uss Preble e ChungHoon è stato definito "un passaggio innocente" dal portavoce della Settima Flotta Usa, Clay Doss, effettuato per "contrastare le eccessive rivendicazioni marittime e preservare l'accesso alle vie marittime e governate dalla legge internazionale". Una sorta di "esercizio di libertà di navigazione" in acque nelle quali la Cina è sempre più assertiva.

L'ESPANSIONE MARITTIMA DELLA CINA

Isole e isolotti, rocce e stazioni artificiali. Le bandierine cinesi nelle acque del Pacifico si stanno moltiplicando. Una moltiplicazione che va di pari passo con l'epsnasione del colossale progetto commerciale e infrastrutturale Belt and Road (Nuova Via della Seta) lanciato dal presidente Xi Jinping nel 2013. Ma che va di pari passo anche con una serie di contese e rivendicazioni territoriale aperte con Vietnam, Brunei, Malesia e Filippine.

LE TENSIONI TRA CINA E FILIPPINE

Proprio Manila, lo scorso 4 aprile, ha preso parte a una grande esercitazione militare insieme agli Usa. Una mossa arrivata dopo che diverse navi cinesi hanno attraversato negli ultimi mesi le acque dell'isola di Thitu, sempre nell'arcipelago delle Spratly, occupata dalle Filippine. Tensioni intorno anche alle rocce di Scarborough Shoal, sulle quali esiste una sentenza internazionale a favore di Manila. Il presidente filippino Duterte, che ha allo stesso tempo accettato diversi investimenti cinesi nel suo paese, sta mostrando qualche insofferenza.

LA CINA VUOLE DIVENTARE UNA POTENZA MARITTIMA

D'altronde la Cina ha da tempo l'obiettivo di diventare una potenza marittima. Una necessità utile non tanto (o non solo) per ipotetiche mire espansionistiche o geopolitiche ma soprattutto per la protezione dei propri sempre più numerosi investimenti all'estero e che seguono anche la rotta marittima verso Africa, Europa e Medio Oriente. Basti guardare alle numerose operazioni anti pirateria portate avanti nell'ultimi decennio. La marina cinese si è evoluta a ritmi molto sostenuti negli ultimi anni. Tra il 2015 e il 2021, il budget militare di Pechino aumenterà di circa il 55 per cento passando da 168 a 261 miliardi di dollari. E nello stesso periodo gli investimenti nella marina aumenteranno dell'82 per cento, chiarendo quale sia il settore sul quale il Dragone sente la maggiore necessità di spendere. 

LA SFIDA NAVALE TRA PECHINO E WASHINGTON

Un focus dimostrato anche in occasione del colossale evento dello scorso 23 aprile a Qingdao per celebrare i 70 anni della marina cinese. Marina che a livello quantitativo ha già superato quella statunitense con circa 400 navi da guerra e sottomarini contro i 288 di Washington. Ma il discorso cambia a livello qualitativo. La flotta a stelle e strisce ha ancora un grande vantaggio di potenza di fuoco e dovrebbe mantenerlo ancora per circa un decennio. Gli Usa hanno 11 portaerei mentre la Cina ne ha solo una, la Liaoning, lanciata nel 2018, e sembra pronta a mandarne in acqua una seconda. Washington ha anche 88 navi da guerra e 69 sottomarini nucleari. Questo non significa che gli Usa possano dormire sonni tranquilli. La Cina sta investendo moltissimo nell'ammodernamento tecnologico della propria flotta e in generale delle proprie forze armate. Entro il 2020 la marina cinese sarà già più potente di quella russa. Senza contare il vantaggio logistico di Pechino che può usare la sua enorme costa nel teatro del Pacifico. Non a caso negli ultimi anni gli Usa hanno evitato di navigare nel Mar Giallo tra la penisola coreana e la terraferma cinese. 

I TIMORI DEL GIAPPONE E LA ZONA GRIGIA TRA MILITARE E NON MILITARE

La crescente presenza marittima della Cina ha fatto drizzare le antenne anche al Giappone (coinvolto in un'altra contesa territoriale sulle isole Senkaku, che in Cina chiamano Diaoyu), che non a caso sta continuando ad aumentare la propria spesa militare prendendo parte anche a missioni di peacekeeping statunitensi (e non solo Onu) in paesi terzi. La presenza marittima cinese non è solo militare. Entro il 2021 entrerà in funzione il più grande pattugliatore battente bandiera cinese, mentre sono già operativi tre centri di osservazione "oceanici" proprio nell'arcipelago delle Spratly, oltre a un centro di salvataggio marittimo. Di recente la marina statunitense ha fatto sapere che inizierà a trattare le imbarcazioni cinesi della cosiddetta "zona grigia" come se fossero navi militari a tutti gli effetti.

LE BASI MILITARI CINESI ALL'ESTERO

Un altro segnale delle tensioni crescenti nell'area. Un recente report del Pentagono sostiene che la Cina aprirà diverse basi militari all'estero nei prossimi anni. Al momento l'unica base militare permanente cinese all'estero è quella di Gibuti, in Africa, paese cruciale per gli interessi commerciali di Pechino per la sua posizione all'imbocco del mar Rosso. Ma secondo il report Usa la Cina ha intenzione di costruire altre basi lungo le direttrici della Belt and Road. Negli scorsi mesi si è parlato molto di un possibile centro militare sul corridoio di Wakhan nell'Afghanistan nord occidentale, ma anche di un altro in Pakistan. Secondo il Washington Post esisterebbe già un avamposto militare in Tagikistan. Ipotesi smentita sia dal governo tagiko sia da quello cinese.

AL CENTRO DELLA SFIDA TRA USA E CINA C'E' TAIWAN

Resta comunque il Pacifico l'area in cui il confronto tra Usa e Cina può avere sviluppi pericolosi. E c'è un luogo che nasconde più insidie di tutti gli altri: Taiwan. Trump sta alzando il tiro su Taiwan, isola considerata come una provincia ribelle e parte del proprio territorio da Pechino, sin da prima del suo insediamento, quando aveva promesso che la sua prima telefonata sarebbe stata alla presidente filo indipendentista taiwanese Tsai Ing-wen. Lo scorso anno è stata aperta un'ambasciata de facto a Taipei. Nelle ultime settimane l'azione Usa su Taiwan si è intensificata. Prima Tsai è stata accolta alle Hawaii per uno scalo di un giorno alla fine del suo tour nelle isole alleate del Pacifico. Poi c'è stato l'attraversamento di due navi da guerra Usa nello stretto di Taiwan. Infine il ricevimento alla Casa Bianca del candidato alla presidenza taiwanese alle elezioni del 2020 Terry Gou, ricco patron di Foxconn. Ed era la prima volta che un possibile presidente di Taiwan metteva piede alla Casa Bianca. Xi Jinping ha chiarito più volte che la riunificazione avverrà in ogni caso, offrendo la possibilità "one country, two systems" già in vigore a Hong Kong ma senza escludere l'uso della forza. 

IL RISCHIO DI UNA GUERRA SU TAIWAN

Come reagirebbe Washington di fronte a un'azione militare di Pechino? Difenderebbe Taipei come accaduto nel 1996 (quando però i rapporti di forza erano completamente diversi) oppure la "sacrificherebbe" nell'ambito di una "trattativa" o di un riequilibramento più ampio? Molti analisti ritengono che proprio il dossier Taiwan è quello che presenta i maggiori rischi nel prossimo futuro, anche in vista delle elezioni taiwanesi del 2020. Il tutto tenendo comunque presente che nel secondo dopoguerra la Cina non ha praticamente mai sparato nemmeno un colpo di pistola all'esterno dei propri confini. 

LA CINA NON SI SIEDE AL TAVOLO SUL NUCLEARE

Nel frattempo la Cina ha appena rimandato al mittente la richiesta di Trump, ribadita dopo la telefonata degli scorsi giorni con Vladimir Putin, di includere anche Pechino in un nuovo accordo trilaterale sul disarmo nucleare. La potenza emergente non intende accettare i limiti della potenza egemone. Un epilogo alla Atene e Sparta forse non sarà inevitabile, ma il pensiero che un ipotetico (per quanto impervio) accordo commerciale possa chiudere il capitolo della sfida tra Stati Uniti e Cina è un'illusione.

twitter11@LorenzoLamperti

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