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Geopolitica
Venezuela, il ko di Maduro l'ultimo tassello. Il Sudamerica diventa trumpiano
Foto: LaPresse

VENEZUELA, IL SUDAMERICA ARCHIVIA IL CHAVISMO?

Le vecchie abitudini sono dure a morire. Era il 2 dicembre 1823, quasi 200 anni fa, quando James Monroe pronunciò la teoria della supremazia degli Stati Uniti sul continente americano. Una teoria che è stata poi ribattezzata "dottrina Monroe" ed è stata più e più volte messa in pratica anche su America Centrale e America Latina. Oggi, con il Venezuela di Maduro che rischia di cadere, quell'idea potrebbe realizzarsi in maniera completa: il Sudamerica, dimenticate le velleità del blocco chavista che a suo tempo si scagliò contro Bush jr, potrebbe presto dirsi pressoché totalmente allineato agli Stati Uniti. 

LA SVOLTA A DESTRA DELL'AMERICA LATINA

Argentina, Brasile, Colombia, Perù, Cile, Guatemala. Da tempo i Paesi più rilevanti di America Centrale e America Latina sono passati a destra o comunque hanno accantonato i propositi bellicosi verso Washington. Uniche eccezioni di peso, oltre alla periferica Bolivia e a Cuba, il Messico di Lopez Obrador (al cui confine con gli Usa non a caso Trump insiste per la costruzione del muro), il Nicaragua di Daniel Ortega e, appunto, il Venezuela di Maduro. La Casa Bianca ha da tempo inserito tra le sue priorità in materia di politica estera la fine del regime chavista di Maduro e di quello del nostalgico castrista Ortega. Trump ha definito entrambi i Paesi una "minaccia alla sicurezza nazionale" degli Stati Uniti.

TRUMP: DISIMPEGNO IN MEDIO ORIENTE MA ATTENZIONE ALL'AMERICA LATINA

L'immediato riconoscimento di Guaidò come presidente del Venezuela da parte di Washington dimostra che l'amministrazione Trump non si discosta da un'applicazione estensiva della dottrina Monroe. Significativamente, mentre in molte altre aree del mondo la presenza a stelle e strisce è in diminuzione (in primis in Medio Oriente), il caso Venezuela dimostra che gli Usa continuano a considerare l'intero continente americano come il proprio "giardino di casa". La rapida ascesa dal nulla di Guaidò, sostenuta e probabilmente favorita dalla Casa Bianca, ricorda tante altre analoghe "operazioni" nell'area. "Operazioni" che in molti, anche in quest'ultimo caso, chiamano "ingerenze".

LE OPERAZIONI MILITARI E DI INTELLIGENCE DEGLI USA IN AMERICA CENTRALE E AMERICA LATINA

Sin dal secondo dopoguerra gli Usa sono intervenuti più o meno direttamente, più o meno esplicitamente, in diversi Paesi sudamericani, sostenendo regimi al potere oppure i loro oppositori. Il braccio lungo di Washington è stata a lungo la Cia, accompagnata poi dal Ned (National Endowment for Democracy). Gli interventi militari e di intelligence si sono succeduti negli anni e a diverse latitudini, dal Nicaragua all'Argentina, dal Guatemala al Cile fino al golpe del 1964 in Brasile. L'obettivo era quello di arginare il più possibile la presenza di governi socialisti o comunisti geograficamente vicini, nell'ottica del grande gioco della guerra fredda contro l'Unione Sovietica.

INTERESSI ECONOMICI E CONTENIMENTO DEI MIGRANTI

Con la dissoluzione del blocco sovietico c'è stata forse un piccolo periodo di distrazione di Washington, durante il quale ha germogliato la sinistra chavista che è stata per anni una spina nel fianco, quantomeno diplomatica, del gigante americano. Venuto meno lo scontro ideologico globale, gli Usa hanno rimodulato il loro interessamento su America Centrale e America Latina su altri termini. Da un lato gli interessi economici, anche se il peso delle due aree sul bilancio di Washington è molto parziale, dall'altro per il contenimento dei migranti. 

LA NUOVA COSTELLAZIONE PRO USA DELL'AMERICA LATINA

Negli scorsi anni i governi di sinistra o nazionalisti del Sudamerica sono caduti uno dopo l'altro. Per le proprie gravi inefficienze e i propri fallimenti, certo, ma secondo i maligni grazie anche a qualche spintarella in arrivo da nord. Mauricio Macrì in Argentina, Sebastian Pinera in Cile, Martin Vizcarra in Perù, Ivan Duque in Colombia ma anche Jimmy Morales in Guatemala sono molto più rassicuranti per gli Stati Uniti dei loro predecessori. Scandali e inchieste giudiziarie hanno aiutato la svolta a destra anche e soprattutto in Brasile, dove Ignacio Lula e Dilma Rousseff, il cui telefono fu a suo tempo messo sotto controllo della Nsa, sono finiti fuori gioco. Il trionfo di Bolsonaro è stato accolto con grande entusiasmo da Trump, anche perché il neopresidente anti socialista ha subito giurato fedeltà alla politica estera statunitense, diventando la sponda privilegiata degli interessi di Washington in America Latina annunciando, tra l'altro, la possibilità di ospitare una base militare Usa sul territorio brasiliano.

CANALE PRIVILEGIATO COL VENEZUELA DI GUAIDO'

Mentre la questione Cuba, perso l'appoggio ideologico di cui aveva goduto nei decenni precedenti, è ormai sempre più anacronistica, per Trump resta(va)no da risolvere due nodi: Venezuela e Nicaragua. L'inesorabile accerchiamento di Maduro, in ogni caso colpevole di aver portato il suo Paese alla fame, ha infine prodotto i suoi frutti. La speranza è che non si arrivi alla guerra civile ma la sorte dell'erede di Chavez non è mai stata così in bilico. La protesta ha un sostegno popolare di vastissima portata, anche se l'esercito contnua ad appoggiare Maduro. Se la sfida di Guaidò riuscisse, gli Usa potrebbero avere benefici non solo politici ma anche economici, con un canale privilegiato per lo sfruttamento delle risorse, in primis il petrolio, di cui è ricco il Venezuela. 

PROSSIMO OBIETTIVO: NICARAGUA

Per quanto riguarda il Nicaragua, teatro fra l'altro di un'occupazione militare statunitense tra il 1912 e il 1933 e degli interventi armati di Carter e Reagan durante il periodo sandinista, il nodo è anche (forse soprattutto) quello legato ai migranti. La riforma del sistema previdenziale dello scorso anno ha scatenato proteste di massa in tutto il Paese contro il governo di Daniel Ortega, uno dei protagonisti del periodo sandinista e storico oppositore degli Usa. Proteste represse nel sangue, con la morte di decine di persone e l'esodo di molte persone in direzione degli Stati Uniti. Più aumenta il numero di migranti da Nicaragua e Honduras e più diventa difficile per il Guatemala di Morales fungere da tappo dell'America Centrale per impedire l'arrivo in Messico e dunque al confine con gli Usa. Per questo, presto o tardi, Trump o chi per lui potrebbe cercare di risolvere anche la grana Nicaragua. Nel frattempo, la caduta di Maduro rappresenterebbe un nuovo, fondamentale, passo avanti nella realizzazione della dottrina Monroe.

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