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Geopolitica
Via della Seta, Rixi: "Gli Usa devono capire che per noi l'accordo va fatto"
Foto: LaPresse

"La visione del governo è unitaria. Vogliamo questo accordo con la Cina. Questo non significa tradire la nostra alleanza con gli Stati Uniti, ma anche a Washington non possono pensare che l'Italia debba morire di fame perché a loro la Cina non piace". Edoardo Rixi, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, parla in un'intervista ad Affaritaliani.it dell'accordo sempre più vicino sulla Nuova Via della Seta tra Italia e Cina, con il memorandum di intesa (oltre ai singoli accordi specifici) che potrebbe arrivare tra una decina di giorni durante la visita del presidente cinese Xi Jinping oppure a fine aprile al forum sulla Belt and Road di Pechino, al quale prenderà parte anche il premier Giuseppe Conte.

Viceministro, il governo è d'accordo sul dossier Via della Seta oppure ci sono posizioni diverse tra Lega e M5s?

La visione del governo in merito è del tutto unitaria, abbiamo un unico indirizzo che è quello della scommessa sulle nuove rotte commerciali per i nostri porti. La nostra intenzione è gestire il traffico che arriverà del Mediterraneo senza tradire le alleanze che noi riconosciamo. Manteniamo una grande vicinanza agli Usa, ma l'Italia è nel mezzo del Mediterraneo e non possiamo non gestire il flusso commerciale che arriverà in questo mare.

Gli Stati Uniti sostengono si debba fare senza firmare il memorandum della Bri con la Cina.

Non sono d'accordo. Meglio fare accordi chiari e proteggere settori strategici che fare invece la fine della Grecia che ha dovuto cedere tutto. Da questo punto di vista, è del tutto strategico dialogare con la Cina, così come è strategico dialogare con gli altri paesi. Spero che gli Usa lo capiscano, così come tutti gli altri, anche perché l'Italia è l'unica grande nazione completamente all'interno del Mediterraneo, mentre Francia e Germania hanno altre sponde marittime. Logico che l'Italia voglia occuparsi dei traffici del Mediterraneo dialogando con le forze presenti nelle sue acque.

Nell'accordo con la Cina è incluso il porto di Trieste o quello di Genova?

Entrambi. Questi due porti sono complementari e non in contrapposizione tra loro. Trieste guarda al centro, all'est Europa e ai Balcani. Può diventare un porto sinergico con quello di Atene. Fare l'accordo su Trieste significa non essere succubi del Pireo. Su Genova e Vado Ligure si vanno incece a guardare mercati del centro Europa, della Svizzera, della Baviera e della Francia. 

Che cosa succede se non si firma l'accordo su questi due porti?

Molto semplice. Se saltasse Trieste, la Cina potenzierebbe ulteriormente il Pireo sviluppando la rotta ferroviaria dei Balcani. Se saltasse Genova, invece, Xi Jinping chiuderebbe l'accordo con Macron su Marsiglia due giorni dopo. E' un'occasione troppo importante per noi, non possiamo lasciarcela sfuggire.

L'accordo su Genova è in qualche modo collegato allo sviluppo di altre opere infrastrutturali come il Terzo Valico e la Tav Torino-Lione?

Sicuramente sì. In particolare il Terzo Valico, che ritengo essere l'opera strategica principale per il nostro Paese. Per quanto riguarda la Tav si tratta più di un "sol dell'avvenire", visto che anche se si facesse sarebbe operativa solo dopo il 2030. La Via della Seta invece è già partita. Abbiamo già terminalisti cinesi a Vado Ligure e a Trieste. Chiaro che poi anche in quest'ottica devono per forza di cose essere migliorate la capacità ferroviaria delle merci in arrivo al porto di Genova che al momento, per problemi infrastrutturali su terra, ha un ruolo molto più limitato di quanto non potrebbe avere per le sue dimensioni e importanza.

Nell'accordo con Pechino figurano anche le telecomunicazioni? E' un tema su cui in particolare gli Stati Uniti sono molto sensibili, come dimostra il caso Huawei...

Non sto seguendo questa partita visto che mi occupo più di supporti e logistica. Mi pare comunque che ci sia molta più attenzione da parte degli Usa che altro. Certo, bisogna fare attenzione a mantenere il controllo dei nostri settori strategici ma proprio per questo ritengo sia importante sottoscrivere accordi. Per quanto riguarda i porti e le infrastrutture una collaborazione più stretta con la Cina ci aiuterà anche a comprendere meglio il loro know how, che si è sviluppato moltissimo negli ultimi anni.

Gli Stati Uniti però insistono affinché l'accordo non venga sottoscritto. Resisterete alle pressioni?

Al momento non credo ci sia una richiesta esplicita da parte degli Stati Uniti, poi che vengano fatte pressioni è normale. Non vorrei però che queste pressioni venissero fatte solo all'Italia e non alla Francia e alla Germania. Parigi e Berlino hanno già iniziato ad avere rapporti molto profondi con Pechino. Ci sono linee ferroviarie cinesi che arrivano in Germania, la Francia vorrebbe candidare il porto di Marsiglia come terminale della rotta mediterranea della Nuova Via della Seta. Oggi credo manchi una visione complessiva sulla strategia mediterranea in occidente. 

La presenza cinese nel Mediterraneo può aiutare anche a far fronte alla situazione legata all'immigrazione?

Certamente sì. La presenza e gli investimenti cinesi stanno già aiutanto diversi paesi africani a svilupparsi al loro interno. La collaborazione con la Cina nel Mediterraneo può funzionare anche in questo senso, aumentando la stabilità e sconfiggere il problema delle immigrazione, creando tra l'altro terreno fertile per le nostre aziende in Africa.

Macron però intanto è partito proprio oggi per una missione nel Corno d'Africa dove il suo obiettivo è arginare la presenza cinese. L'Europa continua ad andare in ordine sparso?

Il problema è che l'Europa non ha una politica internazionale comune. Anche gli Usa si sono dimenticati dell'Africa e del Mediterraneo. Io mi auguro che anche l'Europa e gli Usa si rendano conto della centralità del Mediterraneo, ma nel frattempo è legittimo per noi chiudere accordi vantaggiosi con gli altri attori internazionali.

C'è però chi sostiene che esista il rischio di finire nella cosiddetta "trappola del debito".

Ripeto, meglio accordi vantaggiosi oggi che accordi capestro domani. Non possiamo fare finta che la Cina non esista. Chi dice che ci svendiamo alla Cina dovrebbe spiegarmi perché invece vanno bene le aziende italiane comprate dai cinesi. Una situazione che invece eviteremmo proprio grazie a questi accordi, utili a mettere dei paletti.

L'Italia può diventare l'interlocutore occidentale che "normalizza" la presenza cinese in Europa?

Questa è la nostra convinzione. Possiamo dare stabilizzazione geopolitica e implementare regole di trasparenza nella Belt and Road cinese. Saremmo di aiuto agli Usa e all'Alleanza Atlantica, come già lo siamo stati in passato. Da quando l'Italia si è richiusa su se stessa non è più stata in grado di gestire le sue naturali aree d'influenza e i francesi ne hanno approfittato per destabilizzare il Nord Africa con le conseguenze che tutti conosciamo. L'Alleanza Atlantica può usare la nostra presenza strategica come ponte per dialogare e allo stesso tempo imbrigliare le forze che comunque sono presenti. Non è possibile non commerciare con la Cina, bisogna provare a farlo seguendo le regole.

Il problema è che secondo gli Stati Uniti pare che diventare partner della Belt and Road sia quasi una scelta di campo politica nell'ambito di una nuova "guerra fredda". Se da Washington dovesse arrivare un esplicito richiamo in questo senso il governo che cosa farebbe?

Ovvio che in una condizione del genere non firmeremmo con la Cina. Ma mi parrebbe una situazione surreale, vorrebbe dire che la battaglia è già persa. Se gli Stati Uniti dessero un'indicazione del genere significherebbe che riconoscono una loro condizione di debolezza e non di forza. Al di là della fantapolitica, l'interesse di tutti è quello di avere un mondo pacificato e con delle regole. Già gli americani ci dicono di non commerciare con la Russia e con l'Iran, mentre se vai a Mosca vedi solo auto tedesche e a Teheran vedi solo auto francesi. Ora ci vogliono impedire di commerciare anche con la Cina? Non è che siamo figli di un dio minore, non possiamo morire di fame. Certo, se gli Stati Uniti cambiassero politica sul Mediterraneo e tornassero investire sarebbe diverso, ma visto che così non è l'Italia deve essere libera di raggiungere accordi vantaggiosi con la Cina, senza per questo tradire le storiche alleanze.

twitter11@LorenzoLamperti

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