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Politica
Governo: Conte 1 e Conte 1

Riguardo al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte oggi c’è un coro unanime. Tanto coloro che l’apprezzano, quanto coloro che lo criticano, su un punto concordano: questo Conte è diverso da quello che governava con la Lega. Prima era esitante, chiaramente privo di potere – il Vice dei suoi Vice, secondo molti – ed aveva evidentemente il compito di mediare. Si vedeva che era stato messo al suo posto da chi deteneva il pacchetto azionario, cioè Luigi Di Maio per il M5s e Matteo Salvini per la Lega, e a loro doveva chiedere il permesso (per non dire ordini) prima di agire.

Ora invece Conte vola con le sue ali. È il vero Presidente del Consiglio. Si vede da come parla, dalla sicurezza con cui si muove, da come fa pesare la sua autorità. Questo – a sentire tutti – è un Conte 2. Un leader che sarà accolto a Bruxelles e altrove come un personaggio da prendere sul serio e da trattare da pari a pari. Spari di mortaretti e fuochi d’artificio. Che tuttavia non m’impressionano.

Secondo il nostro ordinamento costituzionale (art.95), il Presidente del Consiglio “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando la attività dei Ministri”. Belle parole che non significano quasi niente. In Consiglio si vota e la direzione del Presidente certo non può prevalere su quel voto. Analogamente non ha senso dire che è “responsabile della politica generale del Governo”. Lo sarebbe se potesse determinarla, ma non può. E infatti nessun Presidente è stato mai chiamato a rispondere degli eventuali errori del Governo. È il Parlamento che determina la politica, con le sue leggi, e il governo non fa che applicarle. Non per niente esso è il potere “esecutivo”.

Molto maggiore sarebbe stato il potere del Presidente se la Costituzione gli avesse permesso di licenziare i ministri. Licenziare è un verbo che tutti capiscono, mentre verbi come promuovere e coordinare sono giuridicamente aria fritta. Il nostro Primo Ministro non ha neanche il potere di sciogliere le Camere e di convocare nuove elezioni, come può fare il Premier inglese. Insomma – come più volte in passato si è lamentato Berlusconi – in Italia il Presidente del Consiglio è più una figura di rappresentanza che un vero Capo. Se il Capo è colui che comanda, il nostro Presidente non è un Capo.

Da tutto questo non bisogna tuttavia desumere che il Presidente del Consiglio conti quanto un usciere, a Palazzo Chigi. Le cose stanno all’opposto, ma ciò perché, dal momento che quella carica è ritenuta in concreto la più importante dello Stato (anche più di quella del Presidente della Repubblica, che ha soprattutto funzioni più di garanzia) per essa si battono a morte i più importanti personaggi della politica. Dunque, normalmente, il Presidente del Consiglio, prima di essere tale, è il Capo della più importante forza politica del Paese. E se è stato designato da un “king maker”, è quel “king maker” è il vero capo del Paese. Insomma, non si diviene importanti perché Presidenti, ma si diviene Presidenti perché importanti.

Giuseppe Conte invece non ha una forza dietro di sé. Egli è (caso raro) il Presidente del Consiglio simbolico di cui parla la Costituzione. Si vanta di non essere il rappresentante dell’uno o dell’altro partito e in questo modo, piuttosto che proclamare la propria indipendenza, evidenzia la propria impotenza. In questo governo dovrà occuparsi di appianare le difficoltà e gli scontri fra le due forze politiche che costituiscono la coalizione e dovrà essere l’instancabile mediatore che forse riuscirà a non far deflagrare il governo entro un paio di mesi. Ma il mediatore ha una funzione ausiliaria, ancillare, non certo da protagonista. Mentre Silvio Berlusconi, quando era il Presidente del Consiglio dei Ministri, non era soltanto il signore di cui parla l’art.95 della Costituzione, ma il capo indiscusso del più grande partito presente in Parlamento.

Tutto ciò posto, il Conte Due è soltanto un Conte Uno. Un semplice mediatore. In occasione della richiesta della fiducia si è piegato a recitare alla Camera la parte che gli è stata assegnata. È riuscito a fare (mi dicono) il discorso più lungo che si ricordi senza mai citare il debito pubblico, senza mai accennare alle eventuali contraddizioni del sesquipedale programma, senza mai occuparsi di spiegare dove avrebbe trovato i fondi per realizzare le faraoniche promesse snocciolate e senza dire nulla di concreto. Ha semplicemente adempiuto il suo compitino in modo da far contenti i committenti. In realtà è un errore rimproverargli l’incoerenza. Se non sarebbe incoerente il barbiere che taglia i capelli secondo le indicazioni del cliente.

Sia detto senza acrimonia, Giuseppe Conte è un narcisista che ha una tale venerazione di sé che riesce a contagiarla agli ingenui, agli idealisti e – in questo caso – anche ai giornalisti. Ma i fatti hanno la testa dura. Una volta si diceva “fare le nozze coi fichi secchi” e in questo caso forse non abbiamo i soldi nemmeno per comprare quelle leccornie della natura.

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