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Politica
Governo Lega-M5S va avanti. Ecco perché l’Italia non ha alternative

“Chi sa non parla; chi parla non sa”, diceva Lao-Tzû. 

 

Al di là delle frasi di circostanza, sembra questo il motto dei vertici di Lega e M5S sentiti al telefono. Le tante fantasie su una possibile rottura della Lega e un ritorno al voto restano desideri dell’establishment italiano e solo di quello. Andrà avanti il governo in carica. E i messaggi espliciti delle seconde linee del partito, ex amministratori locali, economisti, imprenditori, confermano le intenzioni di Matteo Salvini, diventato il principale azionista del governo. In sintesi “si va avanti. Gli euroburocrati si contrastano stando in sella al governo, non fuori e in campagna elettorale. Tanto più con quasi tutti i media contro a cavalcare la possibile apocalisse dei Mercati e incensando Bruxelles”.

 

Salvini vuole capitalizzare il trionfo europeo usando il governo come una clava contro la Ue. A costo di farlo in solitaria se gli alleati del fronte Sovranista, Orban, Kurz, Le Pen, non saranno così determinati da seguirlo. 

In questa fase sarebbe perdente far cadere il governo e scegliere le piazze. Ma se in ultima istanza si è costretti, dall’esplosione dello spread e dalla pressione degli speculatori finanziari, si potrebbe usare anche questa leva.

Un periodo di tensione con la Ue resta inevitabile, anche se un atteggiamento del M5S più malleabile, ridotto dall’esito elettorale a miti consigli su grandi opere, Flat Tax e incentivi di massa alle imprese, potrebbe dare un serio scossone all’economia che resta stagnante.

 

Il risultato elettorale è netto: le periferie e le province sempre più povere e abbandonate stanno con il cambiamento, con la Lega; le grandi città ricche che non sentono la devastazione della crisi stanno con la sinistra. In mezzo c’è il M5S che raccoglie al sud, ma arrivato al nocciolo della sua natura: non avere ancora maturato una visione all’altezza della complessità della società.

 

"In Italia non si cambia mai nulla", diceva l’ex presidente del Repubblica Francesco Cossiga. Ma gli schiaffi ripetuti della Ue e dei Mercati potrebbero produrre l’impensabile, cioè spingere Salvini al limite della rottura e portare a casa una ricontrattazione generale sul parametro del 3%. Il sacro parametro sul rapporto deficit/Pil del 3% a cui tanto ci si attiene è, a detta dello stesso inventore, il funzionario francese Guy Abeille un “parametro deciso in meno di un'ora e senza basi teoriche”. Lo propose, ad un governo Mitterand che fu il primo ad adottarlo, con queste motivazioni: “aveva bisogno di una regola facile da opporre ai ministri che si presentavano nel suo ufficio a chiedere denaro […]. Avevamo bisogno di qualcosa di semplice. Tre per cento? È un buon numero, un numero storico che fa pensare alla trinità”.

 

Sforare per avere la Flat Tax, la sterilizzazione degli aumenti dell'Iva e un piano di investimenti massicci in questa fase, è l’unico modo per far crescere il Pil, incrementando la domanda interna, il reddito e il lavoro, cercando di abbassare il debito per invertire la tendenza.

 

E potrebbe non essere utile neanche per la Ue isolare l'Italia, facendo finta di nulla ma rincarando le rampogne con lettere di infrazione, come ha sempre fatto. E’ solo una questione di tempo. Salvini è l’immagine più matura di un Paese che non vuole condannarsi alla stagnazione. Non è questione di alchimie tra gruppi politici e di cambiare alleanze (Lega+ FdI o M5S+Pd). Sta tutta qui la sfida di qualsiasi governo italiano in carica. Con la stazione muore chiunque.

 

Ma chi è disposto a invertire davvero la tendenza?

Mentre i furbi e gli ingenui continuano a pensare che ci siano ancora destra e sinistra quali steccati, occorre fare i conti con la mutazione dei parametri di riferimento. 

Le classi povere, che hanno votato Lega al nord e al sud, ma anche M5s al sud, restano la grande massa della popolazione e si sono ritrovate di fronte ad un sinistra non più interessata a difenderle ma a perseguire gli interessi delle multinazionali, delle banche, delle organizzazioni internazionali e delle burocrazie statali che hanno disegnato i trattati europei. Una mutazione genetica. 

 

Tutta la sinistra occidentale spinge ed ha spinto per anni verso una globalizzazione tout court, in aperta contrapposizione agli interessi delle classi povere e impoverite con la crisi che cercavano una protezione sociale per difendere le proprie vite.

 

La delocalizzazione delle imprese e la perdita di massa di posti di lavoro sta continuando a condurre sul lastrico le province, in cui l’economia muore e le pensioni degli anziani restano (chissà ancora per quanto) la principale fonte di reddito in circolazione.

 

Aprire ai capitali e a servizi di imprese di Paesi in cui non si pagano le tasse, a persone che vivono in nazioni dove è normale essere schiavizzati e pagati con una ciotola di riso, a prodotti realizzati senza il rispetto delle norme ambientali e la sicurezza sul lavoro ha delle conseguenze. Si può competere sul proprio territorio con questi avversasi solo eliminando a nostra volta le tasse, pagando niente il lavoro e abbassando la qualità della produzione. Con l’effetto che lo Stato sociale non avrà più risorse, il lavoro sarà sempre più senza diritti e precauzioni e l’ambiente devastato. Oppure scegliere di chiudere certe frontiere, alimentare la domanda interna, proteggere quanto esiste e investire sull’innovazione.

 

 

 

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