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Politica
L'Italia di Renzi come l'Unione Sovietica


Di Gianni Pardo


Natasha Stefanenko è un ingegnere russo che, essendo una bellissima ragazza, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica venne in Italia, e cominciò ad avere successo nel campo dello spettacolo. Memorabile rimane però, per la politica, una sua illuminante intervista. Le fu chiesto come mai nella Russia Sovietica potessero vedere i film di Hollywood e non rimanere stupiti del contrasto fra la prosperità americana e la miseria sovietica. La sua risposta fu indimenticabile: i russi erano così abituati a non prendere sul serio ciò che dicevano la radio e la televisione locali, da pensare che anche quelle case confortevoli, quel mare di automobili e il resto delle cose che si vedevano nei film americani fossero pura propaganda. E per questo il governo non aveva paura di permetterne la visione.

Qualcosa di analogo sta avvenendo in Italia. La politica e le campagne elettorali vivono di promesse. I cittadini non sono ingenui e sanno che se il venditore parla di un risultato cento, e poi si ha cinquanta, non soltanto non ci sarà da stupirsi, ma bisognerà dire che, per gli standard correnti, l’esito ha corrisposto alle aspettative. Se viceversa il venditore continua a promettere cento, e il risultato arriva a 10, a 5 o neanche a 5, dopo qualche tempo non lo ascolteranno più. Al massimo si guarderanno intorno per vedere se non ci sia un’alternativa.

È il momento che viviamo. Fino alla scomparsa della Democrazia Cristiana si è creduto che l’Italia fosse condannata all’immobilismo dal nostro speciale “bipartitismo imperfetto”, cioè dall’impossibilità di mandare al governo il Partito Comunista. La domanda infatti era: “Moriremo democristiani?”
Finita la paura dell’Armata Rossa, ed essendo la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista sommersi dagli scandali – in grande misura artificiali – ci si aspettò che ci fosse finalmente la grande svolta: i comunisti al potere.  Ma Silvio Berlusconi si mise di traverso e la gente si aspettò da lui la rivoluzione  liberale. Ma questa non ci fu. Sicché, dopo qualche tempo, si ebbe finalmente il sospirato arrivo al potere degli ex comunisti: ma neanche ciò cambiò nulla. E i lustri passavano.

A questo punto l’astensionismo e l’antipolitica cominciarono ad essere la più grande coalizione d’Italia. Molti reputarono inutile scomodarsi per andare alle urne – “Tanto, non cambia niente!” – e molti votarono per un comico coprolalico. Non tanto perché credessero alle sue confuse promesse, quanto a sfregio del Paese ufficiale. Votare per il Movimento 5 Stelle era come dire, al Parlamento e al governo, le stesse parolacce che gli indirizzava Beppe Grillo.

Avendo inopinatamente ricevuto un quarto dei voti espressi, il Movimento reputò che, per sopravvivere, non dovesse somigliare agli altri né compromettersi con loro. Il massimo dell’antipolitica è infatti stare in Parlamento senza associarsi né col potere né con il resto dell’opposizione. Col rischio di apparire tanto rumorosi quanto inutili.

Infatti anche questa posizione ha dimostrato d’avere le sue controindicazioni. Protestando fieramente contro tutto e tutti, non si ottiene niente. Neanche la notizia che siamo governati male, visto che è perché già lo si sapeva che Beppe Grillo ha avuto successo.

Gli italiani, dalla fine della guerra, hanno provato il bipartitismo imperfetto, quello perfetto, la destra, la sinistra, l’astensionismo e l’antipolitica: che cosa gli rimane?

In questo quadro la sorte di Matteo Renzi non stupisce. Da principio è riuscito ad avere un formidabile successo d’immagine dovuto all’enormità del personaggio. Chi promette la Luna è un politico qualunque. Ma se promette dieci Lune a testa la gente si chiede: “Vuoi vedere che ha un asso nella manica? Vuoi vedere che magari lui è diverso e riuscirà a fare qualcosa che nessuno prima di lui è riuscito a fare?”.

Purtroppo il tempo scorre inesorabile, e il politico che prometteva una riforma epocale al mese per i successivi quattro mesi, colui che prometteva sull’onore e a brevissimo termine di pagare tutti i debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti dei fornitori, si è rivelato un bluff. Magari involontario. Magari veramente lui avrebbe voluto realizzare tutto ciò che prometteva, ma la realtà è quella che è.

E allora il popolo torna alla conclusione precedente: né la destra né la sinistra, né i vecchi né i nuovi, né la politica né l’antipolitica, né l’Italia né l’Europa, e soprattutto nemmeno Renzi. Lui continua a dipingere tutti i giorni la fine della crisi, una ripresa che si annuncia, un’economia che riparte e ormai nessuno gli crede. Anche perché i numeri, un giorno sì e l’altro pure, lo smentiscono. Siamo alla situazione sovietica descritta dalla signora Stefanenko. Nel caso della Russia, il Grande Cambiamento fu l’avvento della democrazia e dell’economia di mercato. Ma l’Italia che cosa può sperare?

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